7 settembre 2008

Paralimpiadi di Pechino. Dalla Cina con amore

Enorme commozione alla XIII edizione delle Paralimpiadi
di Roberto Maurizio


Siamo tutti cinesi
Avremo tutti gli occhi a mandorla? Saranno sempre di più “sudditi” dell’Impero cinese? Forse sì. E forse è meglio. Quello che ha saputo mostrare agli occhi del mondo la Cina con l’organizzazione delle Olimpiadi, prima con quelle “normali” (ad agosto) ed ora con quelle "paralimpiaci" o “paranormali”, è qualcosa che resterà nella storia. Pechino ha dato la luce ai non vedenti, il suono ai sordi, le gambe ai ballerini, le braccia all’umanità per strigere forte i meno fortunati. Una commozione immensa, quella provata durante l’apertura delle “Paralimpiadi” il 6 settembre 2008. Siamo tutti cinesi, se non fosse per il nome attribuito alle gare dei "diversamente abili". Potevano chiamarla Olimpiade Bella, Olimpiade per chi crede nella bontà del mondo, Olimpiade dei diversi. Che problema è chiamarsi e sentirsi diversi? La cosiddetta Paralimpiade (un brutto nome impronunciabile in italiano, poteva chiamarsi tranquillamente Olimpiadi degli Handy, Olimpiadi dei diveramenti incazzatti, Infatti, non esistono le Olmpiadi dei diversamente diversi dai normalmente imbecilli). Si poteva chiamare Olimpiade e basta. Non esistono le Olimpiadi dei Premi Nobel che gareggiano a fior di milioni di euro. Si sono scandalizzati della squadra italiana di calcio che prendeva la prima classe sull'areo, mentre nessuno si scandalizza se il Premio Nobel più amato dalla sinistra, Dario Fo si sposta tra crociere d'Alemiane, dopo aver pagato fior fior di milioni. Ovviamente, i milioni sono paragonati ai 400 euro dei giovani che loro vogliono proteggere, mentre riescono a fare solo film di settima categoria con l'attricetta di ottava categoria che se non si sbriga a spogliarsi davanti al suo pubblico romanista non avrò nemmeno il tempo di rassodarsi, le vecchie, signrora di Fiano romano, non piacciono ai giovani. Mentre in Occidente, soprattutto i Italia, si cerca di trovare un nome diverso per chiamare lo storpio, il cieco, il sordo, il muto, in un altro modo, senza investire una lira (un euro mi sembrava troppo) per ridurre le difficoltà legate all’handicap (l’elenco delle mancanze sarebbe troppo lungo, tanto come le chiacchiere dei politici che prendono i voti dei disabili). Eppure Gesù Cristo fece miracoli per i muti e per i sordi, senza preoccuparsi di come venivano definiti. Agiva e parlava poco, contrariamente a quanto fanno i nostri politici che quest’estate hanno versato, tra un festival dall'Unità o come cavolo si chiama, un meeting di Rimini o di Ricchione, un incontro di nostalgici di Salò o appassionati di Arcore, una presentazione del libro "Ce po' sta" del ricco editiere Usa oppositore di "Se po' fa" ex capitolino del Pd e un "Ce l'ho più duro io" del Pdl. fiumi di parole per non dire niente e, sopratto, per non fare niente, se non i propri interesso. Questo non è qualunquismo. I partiti italiani che non hanno nei loro programmi progetti concreti per i disabili non devono essere votati. Mentre l’Italia fa i "meeting" degli intellettuali e si accontenta di sogni, la Cina impera sul mondo della comunicazione e dell’informazione. Mentre l’Italia non muove paglia per gli handicappati se non per chiamarli “diversamente abili”, la Cina si pone al primo posto nel mondo come paese civile nei confronti dei portatori di menomazioni .

La XIII edizione delle Paralimpiadi







La XXIX Olimpiade estiva per la Cina è stata un trionfo. Dall’8 al 24 agosto 2008, gli occhi del mondo sono stati puntati su Pechino dove, oltre a crollare il mito di un paese “incivile”, sono stati infranti numerosi record olimpici e mondiali. E la Cina olimpica non finisce di stupire. Dal 6 al 17 settembre manderà in scena la 13ª edizione delle Paralimpiadi estive, nella quale vengono messe in palio 472 medaglie d’oro per i 4.000 atleti gareggianti. Questo ultimo atto di questa colossale impresa con cui la Cina vuole potenziare e rinnovare la sua immagine nel mondo. Le dodici precedenti edizioni si sono svolte sempre sotto tono: quello che non interessa allo sponsor non interessa alla gente. Invece Pechino non ha badato a spese. Stando all'agenzia Xinha, la Cina che conta 83 milioni di disabili nella sua popolazione ha investito gran parte dei 100 milioni di dollari di budget per la manifestazione per migliorare i servizi per i disabili negli impianti, negli aeroporti, negli alberghi e anche nei luoghi turistici come la Grande Muraglia o la Città Probita. Intanto fuori dai siti olimpici sono comparsi anche i taxi per disabili, su cui si può accedere anche con la carrozzina senza problemi.

Commozione e lacrime
Nel Nido d'Uccello gli atleti delle 147 nazioni hanno dato vita ad uno spettacolo irripetibile, tra commozioni e lacrime. Una cerimonia di 3 ore per imprimere come tema conduttore la Natura, per capirla e accettarla nelle sue diversità. Miliardi per persone hanno assistito all’apertura di questa festa per i diversamente abili. Da brivido l'accensione del calderone olimpico con Hou Bin, tre volte campione paralimpico di salto in alto, che sulla sua carrozzella è salito fino in cima per riaccendere quella fiamma spenta lo scorso 24 agosto. La prima a sfilare, secondo i caratteri dell'alfabeto cinese, la Guinea, seguita dalla Turchia, con gli atleti entusiasti salutati dagli applausi dei 91 mila spettatori. In tribuna d'onore, tra gli altri, oltre al presidente onorario del Cio Juan Antonio Samaranch, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, quello tedesco Horst Koehler e il primo ministro sudcoreano Han Seung-Soo, tutti accolti dal capo di Stato cinese Hu Jintao, che dopo il grande successo dell'Olimpiade punta al bis. Migliaia di figuranti sordi hanno ballato a suon di musica e formato cerchi e altre figure geometriche solamente sentendo i battiti dei loro cuori. Una Cina così profondamente umana non si era mai vista prima. Una Cina che potrebbe toccare le vibrazioni di centinaia di paesi nel mondo se continua a percorrere questo sentiero. Una Cina con tanti problemi, ma che agisce, non parla.





Il peso degli atleti cinesi




Le Paralimpiadi vedranno impegnati oltre 4000 atleti in rappresentanza di 148 paesi. La Cina che ha dominato 4 anni fa il medagliere di Atene, sarà presente con una squadra di 332 atleti (quasi l'8% del totale) di cui il 70% all'esordio paralimpico. L'Italia si presenta con 84 atleti e spera di ripetere se non migliorare i 4 ori, 7 argenti e 8 bronzi di Atene. Ma non sarà facile, sia perché la ristrutturazione delle categorie taglia fuori diversi "pezzi da novanta", come Alvise De Vidi, vincitore della maratona ateniese fra i tetraplegici, la cui categoria non è più in lizza, o Imma Cerasuolo, regina 4 anni fa dei 100 farfalla che ora si troverà nella corsia a fianco la statunitense Jessica Long, detentrice di 15 primati del mondo, sia perché campionesse come Fantato e Truccolo, dominatrici dell'arco, hanno lasciato l'agonismo.



Oscar Pistorius



Per il grande pubblico la Paralimpiade sarà soprattutto Oscar Pistorius che, dopo aver visto naufragare il sogno di gareggiare con i normodotati all'Olimpiade, cerca ora di "fare il Bolt" inseguendo medaglia d'oro e primato mondiale su 100, 200 e 400 metri. Con lui ci sarà anche Nathalie Du Toit, penalizzata in vasca contro avversarie normodotate dalla mancanza della spinta della gamba sinistra, ma presente ai Giochi nella gara di fondo, che ora torna in vasca per recitare la parte dello squalo. Stasera si parte e fra 2 settimane attenzione al medagliere: la Paralimpiade non rappresenta solo la profondità di un movimento sportivo, ma anche il grado di civiltà di un Paese, la dimostrazione di quali opportunità lascia a chi deve fare i conti con qualche disabilità.

Le speranze azzurre: pensieri e parole



Le speranze azzurre sono soprattutto legate a Francesca Porcellato in atletica in special modo su 200 e 400, al maratoneta non vedente Andrea Cionna, a Fabrizio Macchi nell'inseguimento su pista e sulla giovanissima non vedente (16 anni) Cecilia Comellini, portabandiera questa sera della squadra azzurra insieme alla Porcellato, tra le favorire nel nuoto su 200 e 400 stile libero. La delegazione azzurra è entrata nello stadio “Nido d’Uccello” urlando a squarciagola po-po-po-popo-po-po. Il motivetto usato dagli Azzurri del calcio e, purtroppo, anche dai nostri politici, che ai problemi dell’handicap rispondono con un remix di “pensieri e parole” di Battisti e Mogol, con musica del Parlamento e parole del Governo.


FotoAfp

6 settembre 2008

La perfidia

La ferrea logica della perfidia
di Roberto Maurizio

Forse questi versi (si fa per dire) stanno cercando di essere poesia, intesa come momento sublime per parlare con chi ha la capacità di capire. Un interlocutore che sente, vede, ma non dialoga. Il dialogo è finora un monologo.

Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile
L’una, le due, le tre, le quattro.
Il tempo inesorabilmente e lentamente passa.
Un braccio legato alla spalliera
Fissato come Cristo in Croce
Chiede e non trae beneficio alcuno.
Venerdì, Sabato e Domenica
Un sorso d’acqua chiede e non trova nessuno.
Chiede rispetto e come ricompensa
In Cielo si porta la sua anima immensa.

4 settembre 2008

Vacanze molisane 6

Larino. Uno scatto d'orgoglio
di Roberto Maurizio

Larinum. Urbs Princips Frentaronum



Larino, visto dalle Piane, sembra levarsi in volo per poter toccare il cielo. Invece, raggiunge appena i 300 metri circa di altitudine dal mare. Larino che è, sicuramente, una delle cittadine più interessanti del Molise, è anche la più contestata. In molti preferiscono l’ospedale di Termoli a quello di Larino; durante il terremoto che sconvolse San Giuliano di Puglia (grazie al suggerimento di Tintarelladiluna, l'errore è stato corretto) che sta in Molise, i suoi tribunali non fecero grande scalpore. Il famoso Liceo classico, sembra essere surclassato da quello di Campobasso. Eppure Larino è Larino, immerso nei campi di olivo e nelle numerose testimonianze delle epoche passate. La folta vegetazione che si trova ai bordi delle strade provinciali che portano al paese, a tratti, assomiglia ai vasti boschi di querce, castagni, faggi, abete, pini, cipressi e acacie dell’Umbria. A Larino, l’Anfiteatro e i mosaici romani, i sontuosi palazzi, le ville nobiliari e le chiese, tra cui quella di S. Francesco, mostrano ancora oggi le tracce di una storia millenaria. Urbs princeps frentaronum, la denominarono gli antichi a sottolineare l'importanza avuta nel passato da quest'importante città molisana. Di Larino ebbe modo di parlare Cicerone in una delle sue arringhe più complesse: la Pro Cluentio. La ricchezza dell'agro alimentare ha avuto nel periodo romano riflessi significativi sulla città, ricchezza testimoniata dai preziosi mosaici e dagli edifici romani distribuiti lungo tutta la città moderna. La parte più cospicua dell'abitato romano è da collocare tra Torre Sant'Anna e la zona dell'Anfiteatro, la città antica continuava verso Torre De Gennaro, eretta nel seicento sui resti di una costruzione circolare romana di cui si può ancora notare qualche resto insieme a materiale archeologico, epigrafico, scultoreo ed architettonico. Altri edifici di pregio sono stati rinvenuti a Pian San Leonardo, un po' più a sud dell'Anfiteatro: da qui provengono due dei mosaici più belli rinvenuti a Larino ed oggi visibili nel Palazzo Ducale.

Il tempo è tiranno




Appena “spiovuto”, tra le nubi bianche che si rincorrevano, la troupe “Stampa, Scuola e Vita”, il 22 luglio 2008, decise di far visita al paese “più importante dal punto di vista storico” di questa zona molsana: Larino. Raggiungere questo "sito" è molto facile. Basta sbagliare strada! Le indicazioni sono inesistenti, anche perché gli “indigeni” sanno dove andare. Questo malvezzo, purtroppo non è solo larinese, né molisano, ma è diffuso in tutta l’Italia dimezzata (cioè quella sottosviluppata). Mostreremo, in seguito con le foto, le indicazioni che vengono date nell’Alto Lazio e nella Bassa Umbria (forse non si chiama così, perché è femminile), insomma vicino a Orvieto. E’ vero che tutte le strade portano a Roma, ma a Viterbo o a Castel Giorgio, nella provincia di Terni, vicino a Orvieto, l’indicazione stradale per Roma messa sui cartelli stradali ti indica contemporaneamente sia la direzione sinistra (ovvia da quelle parti) sia quella destra. Larino, che se avesse avuto il Colosseo sarebbe stata una piccola Roma, non vuole essere inferiore alla Città Eterna. Di conseguenza, percorrendo la strada che da Ururi porta a Larino, “tuttaduntratto” trovi l’indicazione Larino sia a destra sia a sinistra. Tutte le strade, ovviamente, portano a Larino. Ma, che fare? Ovvio. Scegliere la strada sbagliata. Ma la vita è costellata di errori che rendono sempre più interessante la sua essenza. Sali per chilometri senza essere “supportato” (di derivazione americana che, tradotto, sta per “‘ndo cazzo hanno messo i cartelli”) da una segnaletica degna di questo nome. Gli unici amici che ti sono vicini, fin troppo, molto belli, ma molto invadenti, nel senso che “invadono la strada". “Il tempo è tiranno”, come direbbe Aldo Biscardi, uno dei più famosi cittadini di Larino, olimpionico del lancio del congiuntivo, ideatore della trasmissione sportiva più longeva al mondo, "Il Processo di Biscardi", che sta per varcare la Ventinovesima stagione. Allo scoccare della “Dodicesima ora”, insomma le dodici, la troupe sbarca a Larino senza permesso di soggiorno (cioè, senza aver prenotato per la colazione). Il tempo è veramente tiranno. Ma la troupe che viene dalla Città Eterna vede davanti ai suoi occhi uno spettacolo increscioso: a mezzogiorno del 22 luglio 2008 l’Anfiteatro è chiuso. “Ando' fa caldo”, ci spiegano i pochi proprietari dei negozi ancora aperti ancora un’ora esatta: “Chiudiamo all’una – ci dicono - per il pranzo e riapriamo alle sei, dopo la pennichella (At hic? ndr). Due ore sono più che sufficienti per poter accattare”. “L’Anfiteatro –continuano- apre, se apre, alle 9, ore 21, 21.30 per gli spettacoli per l’Assessore e per sua moglie” (ogni riferimento personale all'Assessore è puramente casuale, Assessore sta per responsabile politico). Facciamo, allora, da buoni giapponesini, le rituali foto. Eravamo illusi che Larino fosse racchiusa tutta lì, nell'Anfiteatro. Le indicazioni di un'altra Larino o di un altro Larino, come sopra, non esistono. Credi di essere a Larino, ma stai nella periferia del paese, mentre il più bello si trovava più in basso. Saremmo dovuti scendere. Ma che strada prendere? Aldo! Perché non metti la “moviola in campo” a Larino?



L’Anfitatro
Le foto, qui pubblicate, riprendono, da fuori, l’Anfiteatro di Larino realizzato alla fine del I Secolo d. C. a seguito di lascito testamentario di un cittadino di Larinum di rango senatorio. Per realizzarlo fu modificato l'impianto viario dell'antica Larinum, rendendo necessario uno scavo nella roccia di più di sei metri sotto il piano stradale. La forma è ellittica, con muri per lo più in opera reticolata. Aveva quattro ingressi distribuiti sulle estremità dei due assi; alla parte superiore (summa cavea) si accedeva mediante scalinate esterne a doppia ala. Dodici porte (vomitoria) permettevano l'accesso alle gradinate. L'edificio mantenne la sua importanza anche nell'alto medioevo, quando venne trasformato in luogo di difesa dagli abitanti di Larino.


L'Assunta e San Pardo
E’ stato un vero peccato non poter fare altri scatti, anche perché l’aria era nitida. Una foto con le nuvole in corsa vale 70 foto di cavalli addormentati in una stalla! Peccato di non aver potuto visitare il centro di Larino che si trova più in basso. In questo luogo gli abitanti di Larino, perseguitati nell'alto medioevo dalle orde saracene ed ungare, furono costretti a costruire un nuovo abitato in una zona meglio difendibile, ma non molto lontano dalla città romana. Bastava un’indicazione per orientare la troupe verso il centro storico dove si trova la Cattedrale dedicata all'Assunta e a San Pardo. È una chiesa in stile gotico costruita nel 1319 su un edificio più antico: di essa si hanno notizie già nel IX secolo.



L’epigrafe di Mario Rapisardi
Questa sesta puntata, riportando l'epigrafe di Rapisardi, si chiude in bellezza. Leggendo l’epigrafe di Rapisardi su Larino, salgono a galla tutte le pecche che affliggono un Molise, ancora ai bordi della seconda rivoluzione industriale per colpa dei cosiddetti amministratori. Uno scatto d’orgoglio. Ecco quello che avrebbe bisogna la nostra Regione abbandonata a se stessa. « (Larino) Su le rovine dell'anfiteatro. Questo rudere insigne ammonisce che un popolo decaduto non è indegno dell'antica grandezza finché serbi fede alle virtù che resero grandi i suoi padri. Epigrafe di Mario Rapisardi ».




Le foto sono di roberto maurizio, si prega di copiarle e di citarne la fonte

3 settembre 2008

Errata corrige. La Carrese

Errata corrige su: Eliminiamo il Molise
di Roberto Maurizio

Una bella caricatura pubblicata da www.nonciclopedia.wikio.com sulla possibile eliminazione fisica del Molise, ovviamente è uno scherzo

Precisazione sulla Carrese di Larino


Nel corso dell'articolo "Eliminiamo la Regione Molise, ma non le Tremiti", del 2 settembre scorso, abbiamo commentato negativamente gli "appunti ufficiali" dei Responsabili della Regione Molise. In particolare, sulla carrese. L'equivoco nasce quando le cose non si chiamano con il loro nome. La carrese, di per sé, è la "processione" dei carri trainati dai buoi. In effetti, a Larino si svolge questa cerimonia in onore di San Pardo, ma a Larino non "corrono i buoi". La corsa dei carri, invece, si svolge, oltre che a San Martino in Pensilis, Portocannone e Ururi, anche a Chieuti. Il paese pugliese è oggetto di durissime critiche da parte degli animalisti. Un sito, http://www.lacorsadeicarri.it/, sta portando avanti una battaglia contro questa tradizione secolare legata a momenti e motivazioni religiose. Sull'argomento potremmo aprire un dibattito. Una volta, venti - trent'anni fa, in effetti, i buoi erano sottoposti a ferite profonde. Oggi non più. Resta però il fatto che parlare sull'argomento non fa male. Comunque, a Larino, questo problema non sussiste perché i buoi non corrono, sfilano solamente durante la Processione in onore di San Pardo.

Una volta ero convinto che ...

Il cinema e i libri
di Roberto Maurizio

Una volta ero convinto che i film fossero realizzati dallo sceneggiatore che, avendo in mente le immagini, l'elemento primario e fondamentale, realizzasse, di conseguenza, la trama, il profilmico, le luci, il suono. Invece no. I film nascono dai libri, quelli stampati che sfruttano le foreste e l'inchiostro. Un percorso perverso: dalla carta all'immagine e non viceversa, cioè, dall'immagine alla produzione di un'idea. Fino a quando questo misfatto potrà andare avanti ricevendo finanziamenti statali che ingrassano i privati? La risposta lambisce la responsabilità degli editori che guadagnano, così, due volte: la prima, quando finanziano il libro, la seconda, quando fanno realizzare un film che si dovrebbe vergognare solamente di essere nato.

Una volta ero convinto che ...

Marx, dio e Woody Allen
di Roberto Maurizio


Una volta ero convinto che Marx era vivo e che dio era vivo. Oggi so solo che Woody Allen è miliardario.

Vacanze molisane 5

Campomarino, Këmarini, a due bracciate dalle Tremiti
di Roberto Maurizio

Sul Lido La Vela, a Campomarino, puoi toccare le Isole Tremiti, con un dito
Ruri, Porkanuni, Këmarini

Campomarino, 23 luglio 2008. Gesù, Santa Cristina e un viso di una fedele, dove traspare in tutta la sua potenza una trilogia senza soluzione di continuità. La stessa fede ritrovi in Ruri e Porkanuni
Minoranze linguistiche
Su “Le News di Stampa, Scuola e Vita” del 7 dicembre 2007, avevamo dedicato un lungo articolo alle minoranze linguistiche del Molise, tutte situate nella Provincia di Campobasso, sia quelle croate (Montemitro, Acquaviva Collecroce e San Felice del Molise) che albanesi (Montecilfone: Munxhufuni, Portocannone: Porkanuni, Ururi: Ruri e Campomarino). La troupe di “Vacanze molisane”, com’è noto, ha avuto il suo centro di intelligence presso l’Hotel Santoianni di San Martino in Pensilis, quindi, lontano dal primo paese arbëreshë della lista. Su “Vacanze molisane 4” ci siamo occupati di Ururi e di Portocannone. Oggi tocca a Campomarino, in albanese Këmarini.

Un mare con la bandiera blu


Campomarino è un comune di 6.443 abitanti della Provincia di Campobasso. È il secondo comune marinaro dopo Termoli, anche perché se si esclude Petacciato, sono solo questi due paesi ad essere bagnati dal Mar Adriatico. Il centro principale, sorge su un promontorio, mentre ai piedi di quest'ultimo si estende una vera e propria Città marittima, Campomarino Lido, che durante l’estate raggiunge circa 100.000 frequenze, tra abitanti, villeggianti e pendolari. Stabilimenti balneari di primissimo ordine affollano una spaziosa spiaggia, “sorvegliata” da barriere artificiali di massi e cemento che formano un margine alle maree e all’erosione. Solo 50 anni fa, la spiaggia di Campomarino Lido sfiorava i 200 metri di profondità. A pochi chilometri di distanza, sorge la contrada Nuova Cliternia, caratterizzata principalmente da campi agricoli, fondata durante il fascismo. Il Territorio di Campomarino è abitato sin dal diciannovesimo - diciottesimo secolo a.C. come dimostrano i resti dell’insediamento scoperto nel 1980 in località Arcora. Distrutta più volte durante le invasioni barbariche, riuscì a risorgere ed a divenire centro di primaria importanza longobarda e normanna. All’inizio del periodo Angioino, il paese apparteneva al feudo della famiglia d’Alneto. Nel XV secolo, passò sotto il dominio dei Monforte per essere successivamente donato da Cola Monforte alla Corte Regia. Il terremoto del 1456 danneggiò duramente il paese ed il feudo era divenuto quasi deserto: nel XV secolo questo venne ripopolato dai profughi albanesi, costretti a lasciare la terra natale a causa dell’avanzata dei turchi nei Balcani. Nel 1466 fu raggiunto dagli Albanesi in fuga dai Turchi. Dal 1461 al 1470, Giorgio Castriota Scanderberg (principe di Krujia, in Albania), inviò un corpo di spedizione di circa 5.000 albanesi guidati dal nipote Coiro Stresio in aiuto a Ferrante I d'Aragona nella lotta contro Giovanni d'Angiò. Coiro Stresio sconfisse, il 18 agosto del 1461, a Lago di Sangue, posta tra Greci, Orsara di Puglia e Troia, le truppe partigiane di Giovanni d'Angiò guidate da Piccinino. Le popolazioni , ed anche Campomarino, subirono allora quella che fu nella storia delle colonie albanesi in Italia, la terza migrazione. Per i servizi resi, furono concessi al principe Scanderberg diritti feudali su Monte Gargano, San Giovanni Rotondo e Trani e fu concesso ai soldati e alle loro famiglie di stabilirsi in ulteriori territori. I coloni albanesi rifondarono le terre e vissero convivendo pacificamente per lungo tempo con la popolazione locale. Dopo vari Governi, tra cui spicca quello del conte Manelfrido dal 1503 il potere passò alla famiglia Di Sangro, la quale fu l’ultima titolare del paese prima dell'abolizione del feudalesimo. Gli abitanti si chiamano Campomarinèsi. La chiesa di Santa Maria a Mare è la più importante del paese: essa fu costruita tra il XII ed il XIII secolo in stile romanico e restaurata nel 1710. I Resti più antichi sono gli absidi e la cripta appartenenti alla prima costruzione: nella cripta sono stati impiegati anche degli elementi romani di spoglio, tra cui dei capitelli con motivi vegetali; in essa si trova inoltre un affresco quattrocentesco raffigurante San Nicola e San Demetrio, quest’ultimo ritratto mentre combatte contro un turco.

Via Alcide De Gasperi: da pista di atterraggio a lussuoso passeggio


Nella storia più recente gli eventi storici meritevoli di ricordo sono i moti rivoluzionari del 1799, quando numerose popolazioni di origine albanese, tra cui Campomarino, si schierarono al fianco delle truppe Sanfediste per sostenere la monarchia dei Borboni contro la Repubblica Partenopea e i Francesi. Il secondo evento di grande rilevanza storica internazionale è riferito al secondo conflitto mondiale, quando Campomarino fu sede di numerosi campi d’aviazione alleati. Da questa piccola città partivano numerose missioni di guerra con caccia e medi bombardieri, per attaccare le postazioni tedesche nei Balcani e nel nord Europa. Per questo suo ruolo nella Seconda Guerra Mondiale molti la ricordano come la “città degli aviatori”. La pista dell'aeroporto, oggi via Alcide De Gaspari, è diventata quello il "corso", che porta dalla stazione ferroviaria al lido "Conchiglia azzurra", il più antico del luogo.


Il Lido di Campomarino
Il lido di Campomarino, perla emergente della costa molisana, gia' negli anni scorsi si e' vista assegnare il prestigioso riconoscimento di Bandiera Blu d'Europa, marchio di garanzia della CEE per le spiagge piu' pulite e attrezzate d'Italia. Il turista che sceglie Campomarino potra' scoprire nello spazio di pochi km un piccolo grande universo d'ospitalita', strutture funzionali e innumerevoli possibilita' di svago. Inoltre Campomarino Lido può rappresentare un ottimo punto di appoggio per escursioni e gite giornaliere dato che dista solo 7 Km. dal porto di Termoli, ideale per imbarcarsi verso le splendide Isole Tremiti ed è non lontano da località molisane di grande interesse culturale e storico quali Altilia, Pietrabbondante, Agnone e religioso come San Giovanni Rotondo e altri Santuari del Gargano (Santuario di Padre Pio e Santuario di San Michele). Nella Sezione dedicata alle strutture alberghiere troverete un ampia possibilità di scelta tra gli hotel e/o residence. Gli stabilimenti balneari del Lido di Campomarino sono: Mare Chiaro, Miramare, Toschi, La Piovra, La Vela, La Perla, Anna, Azzurro, Barone e Rosa (ogni stabilimento è preceduto da Lido).

Campomarino, "città del vino"


Città del Vino è una definizione che indica un luogo privilegiato per questa antica arte di vinificazione. La Città del Vino è quindi quel luogo dove da secoli grandi ed esperti vignaioli hanno prodotto il vino e lo portano a degustare ad una grande quantità di persone amanti del buon gusto. Città del Vino è anche un nome depositato e riservato a quelle cittadine Italiane che fanno parte dell’Associazione omonima, sorta a Siena nel 1987. Esso è quindi un titolo di cui possono fregiarsi tutti coloro che hanno acquisito i diritti, sia per l’adesione all’idea, ma soprattutto per la loro autentica storia enologica. Campomarino, quindi, per la sua tradizione vitivinicola, per la estensione del territorio coltivato a famosi vitigni, ma soprattutto per la qualità del prodotto vinificato, come i d.o.c. delle cantine Cliternia, Di Majo-Norante, Borgo di Colloredo e Di Tullio, non poteva certo sottrarsi ad un impegno così importante.


Le foto
Le foto scattate a Campomarino, Lido e Città, da parte della nostra troup, sono circa 400. Troppe, anche per gli "stomaci forti". Alcune sono veramente belle perché colgono l'attimo. Le Tremiti a "due bracciate", la processione e la fede, le onde che si infrangono in quell'istante irripetibile, lontane dagli Tsunami, lontane da Gustaf e dalla sua malefica sorella Catherine, ma parenti di una data che è rimasta impressa nel Dna degli abitanti della regione: non 1789 (Rivoluzione francese), non 1492 (scoperta dell'America), ma 1456.








2 settembre 2008

Eliminiamo il Molise

Eliminiamo la Regione Molise, ma non le Tremiti
di Roberto Maurizio

Molise: un palo della luce bruciato


Prima di affrontare la quinta tappa di “Vacanze molisane”, che sarà dedicata a Campomarino, un breve break è d’obbligo. Navigando su Internet si scopre l’arretratezza di questa piccola regione. Nemmeno i siti ufficiali sanno cosa dicono. I giovani in preda alla disoccupazione restano isolati e frustrati, mentre potrebbero essere utilizzati perlomeno in uno sforzo di capire un fazzoletto di terra con poche centinaia di migliaia di persone (328.900 dispersi su una superficie di 4.438 chilometri quadrati).


Una Regione senza “lancette”
Il tempo non passa in Molise e in quello Basso le lancette si fermano a mezzogiorno. Vediamo cosa dice il sito ufficiale della Regione: “Il Molise si trova nella parte più settentrionale del Mezzogiorno". Già questa affermazione è da refutare: sembra che l’Abruzzo e il Lazio facciano parte della Padania. "Regione prevalentemente montuosa è stata nel passato un territorio di transito per le greggi transumanti e gli eserciti diretti verso sud". Ma come verso Sud? Gli ultimi eserciti che hanno invaso la Regione appartenevano agli Alleati che fecero bombardare tutto il Molise, distruggendo Guglionesi e altri paesi della zona. Forse il giovane assessore non ancora nato e non ha mai visto il cimitero di Venafro dove riposano i corpi esanimi dei giovani americani, francesi, canadesi, australiani, marocchini e così via che si dirigevano a Nord. "Sembra, infatti, un cuneo inserito fra Abruzzo e Puglia (e transeat, sembra il cuneo fiscale), fra gli Appennini e il mare (mare singolare va bene, a valle si va verso Termoli), fra l'Adriatico e il Tirreno" (il Tirreno? E’ come dire che l’Umbria confina ad Est con Pescara ed ad Ovest con Civitavecchia). "Ha solo due province (e meno male, ne basterebbe una che è anche troppa) Campobasso e Isernia".

Castronius e il bue totemico
"Il cuore del Molise sono le montagne del Matese. I Molisani hanno guardato sin dall'antichità alle loro montagne come al luogo naturale di ricovero e di difesa". "I Sanniti avevano il centro di culto , simbolo dell'unità tribale, sulle alture di Pietrabbondante, ed è proprio lungo i contrafforti dell'Appennino che questo popolo si difese dai Romani per tutto il lungo periodo delle guerre sannitiche ( 243-290 a. C.)" (hai detto cotica! Meno di 50 anni!). "I primi stanziamenti sanniti risalgono forse al VII sec. a.C., come conseguenza di un vasto movimento migratorio favorito dal declino della potenza etrusca. La tradizione vuole che la prima migrazione avvenne nel corso di una primavera sacra guidata da un condottiero di nome Comius Castronius (omen nomen) e da un bue, animale totemico (qui si scomoda addirittura Isabelle Allende, con il suo libro “La città delle bestie” e si sfiora la magia, mentre di magico il Molise non ha mai avuto niente se non terra e lavoro) che avrebbe dato il nome alla capitale sannita, Bovianum". "Le testimonianze archeologiche raccontano una storia antichissima; basta andare a Pietrabbondante, col suo teatro italico a mille metri di quota, e a Sepino, con le sue acque termali e la città romana di Altilia , dove, diceva Pavese", e qui viene riportata la citazione del grande autore italiane che alla fine diceva, in poche parole, che non si capiva chi era l’uomo e chi era la bestia.


Il Sannio diventa Molise
"Con la successiva conquista normanna il Sannio divenne Molise" (qui, tutto ad un tratto, scompare Benevento, la falangina del Sannio che fino a prova contraria non si trova in nessuna delle due province molisane). "Infatti la contea normanna di Boiano fu fondata da Rodolfo di Mulisio nel 1053. Il nome nuovo di Molise deriva proprio da questi conquistatori provenienti dalla Normandia, appartenenti alla famiglia de Moulins, così chiamata dal paese di provenienza. E' Rodulfus, detto Raul, de Moulins, figlio di Guidmundus, di nobile e numerosa famiglia normanna, che parte dalla natia Moulins La Marche alla volta d'Italia in cerca d'avventura. Nel 1053 toglie ai Longobardi Bojano e Venafro divenendo signore di un territorio che è il cuore del vecchio Sannio e del nuovo Molise. Si avvia allora un periodo di nuovo fulgore per il Molise" (qui, allora qualcuno pensa, vedrai che hanno deciso di lavorare, no!) "grazie alla presenza capillare sul territorio delle badie benedettine" (come badie benedettine? Quale era il tasso di occupazione che offriva, quali le scoperte tecnologiche?). "Nei secoli bui dell'alto medioevo, San Vincenzo al Volturno, il monastero della nobiltà longobarda beneventana, fondato nel VII sec. d.C., assurge ad importanza tale da gareggiare con Montecassino". "Nel Molise si trovano chiese che sono veri gioielli di stile romanico e gotico: San Nicola a Guglionesi, Santa Maria della Strada a Matrice, le cattedrali di Larino e di Termoli, Santa Maria di Canneto, San Giorgio a Petrella Tifernina, San Giorgio e San Bartolomeo a Campobasso" (e gli altri paesi? San Martino in Pensilis, o Nuova Cliternia, dove esiste una delle più affascinanti chiesette di tutta Italia, dedicata alla Madonna Grande). "Grazie a maestranze provenienti dalla Puglia e dall'Abruzzo si forma una scuola di artisti locali, che rielaborano in maniera originale i motivi provenienti dalle regioni limitrofe e collegano il Molise con gli ambienti culturali più avanzati" (ma come Puglia e Abruzzo? u Cambuascian di San Martino ha affrescato chiese e dipinti quadri di altissimo livello, completamente ignorati dalla Regione, forse perché era comunista? Ma era un comunista serio). "In campo letterario è famoso il poema El Giardeno ( 1465) di Marino Ionata, nato ad Agnone nei primi decenni del 1400. L'opera, scritta ad imitazione della Divina Commedia, è una prova esemplare del volgare meridionale, di una nuova lingua che si viene formando nel Regno di Napoli. Agnone, detta l'Atene del Sannio, dimostra di vivere in questo periodo in un clima culturalmente avanzato, non solo per i contatti con Roma e Firenze, ma anche per la pregevole produzione artistica ed artigianale". (E Larino e i letterati di Larino?). "A partire dal Rinascimento si afferma la scuola napoletana, che eserciterà una influenza decisiva nei secoli successivi. Nel 1700 sono presenti nel Molise, dove eseguono numerose opere, ed aprono ai giovani del posto le loro botteghe, artisti del calibro di Francesco Solimena, del quale è discepolo Paolo Gamba da Ripabottoni, Giacinto Diano, l' architetto Domenico Sanfelice, lo scultore Domenico Antonio Vaccaro e Niccolò Fumo. Un'influenza, quella della scuola napoletana, che si protrarrà fino ai primi decenni del 1900. I suoi ultimi, magnifici rappresentanti sono i pittori Arnaldo De Lisio (1869-1949) di Castelbottaccio e Amedeo Trivisonno (1904-1996), il quale abbandona, però, l'iniziale manierismo per approdare ad un nuovo classicismo di ispirazione rinascimentale". (E Pasqualino Angiolillo di San Martino in Pensilis, dove lo mettiamo? Un vero naif, un pittore che di mestiere faceva il maniscalco).


La più grande menzogna
Il sito della Regione continua nell’elencazione delle magnificenze molisane, fino a che non inizia uno sproloquio sulle feste patronali e sulla corsa dei carri. "Fra queste le più antiche sono le carresi dei paesi albanesi e di Larino e San Martino". Prima di tutto, l’unica e vera corsa dei carri è quella di San Martino in Pensilis, copiata dai paesi albofoni, ma solo Ururi e Portocannone, no Campomarino e no Montecilfone, figuriamoci poi Larino. Ma chi scrive per nome e per conto della Regione Molise, sa di che cosa parla? E gli amministratori controllano che cosa si scrive? Far correre i buoi sulle ripide strade larinesi equivarrebbe ad infliggere perlomeno otto ergastoli agli organizzatori per ciascun bue e a prendersi le maledizioni per l’eternità dall’animale totemico).


Conclusioni
Chi non ha proprio nulla da fare, può collegarsi al sito ufficiale http://www.regione.molise.it/ e riscontrare se ciò che è stato detto fin qui corrisponda a verità. A parte le grande omissioni e le numerose imprecisioni, si nota la mancanza di approfondimento. Perché mai non vengono coinvolte le scuole superiori per lanciare, anche con premi in denaro, ricerche su ogni paese del Molise? A che cosa serve avere un’Università e poi non si conduno e promuovono le ricerche? Prima di lanciare la mia ultima proposta, voglio sottolineare la grave omissione commessa al sito della Regione sulla pampanella e sui torcinelli, oscurati nella parte inerente la gastronomia, e richiamare l’attenzione degli amministratori regionali sull’impatto ambientale dello zuccherificio a Portocannone, di cui “Stampa, Scuola e Vita” ha parlato nel corso della rubrica “Vacanze Molisane”. Provocatoriamente, lancio queste proposte: eliminiamo la Regione Molise, riuniamola con l’Abruzzo, annettiamo le Tremiti, concelliamo le Province e affidiamoci al Federalismo, l’unica arma che può salvare il Molise dalla miseria.

Vacanze molisane 4

Ururi e Portocannone. Gli albanofoni
di Roberto Maurizio

Ururi, la strada principale

Scatti scontati
… continuando il viaggio nel Basso Molise, ci imbattiamo, in questa quarta puntata, con due dei paesi albanofoni più belli ed affascinanti d’Italia: Ururi e Portocannone. La scelta di queste due ridenti e accoglienti località del Basso Molise è puramente casuale. Gli “scatti” che pubblichiamo sono scontati. Infatti, essendo la troupe di “Stampa, Scuola e Vita”, come abbiamo visto nella terza puntata, “allocata” a San Martino in Pensilis, Hotel Santoianni, durante alcuni giorni di pioggia del luglio scorso, non potendo usufruire dei raggi del Sole delle spiagge di Campomarino e di Termoli, per causa di forza maggiore (nubifragi e piogge abbondanti), decise di scattare alcune fotografie, che siamo costretti a pubblicare a bassa risoluzione, cioè scontate nella grandezza in pixel, ma non “scontate” di significati. Anzi, questi scatti danno la possibilità e l’occasione di parlare di questi due suggestivi paesi del Basso Molise, anche, a volte, con tristezza e malinconia. Campomarino, invece, nonostante che sia un paese in cui si parla“albanese”, in queste “Vacanze molisane” verrà trattato a parte, da solo, nella prossima puntata.

Il monumento ai caduti

Tra semantica e toponomastica
La prima domanda che si pone un turista “acculturato” è “perché questo luogo si chiama Ururi, perché si chiama Portocannone”? Credete che la stessa domanda se la pongano i visitatori dei viaggi Last Minute? A loro basta sapere che il volo più hotel li porterà attraverso l’anima austera di Berlino, nella misteriosa Budapest, sopra i bagordi della frizzante Barcellona, all’interno della stravagante Amsterdam, sopra i ponti, e a volta sotto, della romantica Praga, per finire nell’affascinante Stoccolma. Gli altri con tanti miliardi e tanti yacth (ovviamente non intestati ai proprietari che sono dei volgari evasori fiscali) si recano nei misteriosi paesi del piacere, senza nemmeno chiedersi come si chiamano, può essere Lipari, Favignana, Mykonos, Lofoten, e non gli frega niente perché si chiamano così. L’etimologia esiste da sempre, mentre la toponomastica, cioè lo studio dei nomi dei luoghi, invece, è una disciplina nata da pochi anni. E’ difficile, dunque, risalire al nome di un paese, di una regione, di un’isola, di un fiume. La stessa sorte tocca a Ururi, In molti sono propensi a pensare che questo paese si trovi in Sardegna. Si confonde con Urzulei in provincia di Oristano. Una “chicca” da verificare: l’accento albanese in italiano somiglia molto a quello sardo, forse perché, in primo luogo, la lingua italiana per gli albafoni e sardi è una lingua straniera, forse perché la Sardegna e le enclaves albanesi non sono altro che delle isole, forse perché anticamente esisteva un legame a noi sconosciuto tra la Sardegna e l’Albania.

Non è la Torre di Pisa, è Ururi con il grandangolare

Ururi parla, ma non ascolta
Iniziamo da Ururi. Quest’analisi non vuole e non può essere esuastiva. Esistono pochi siti e pochi libri che si occupano di questa località del Basso Molise. Alcuni siti, come http://www.ururi.com/ , sono impenetrabili, sono protetti fino all’inverosimile, non permettono all’internauta di copiare. Copiare è un po’ amare. Chi copia ha bisogno di informazioni e chi non dà informazioni vuol dire che si trincea nei suoi limiti e nelle sue aberrazioni. Praticamente, è soddisfatto della sua situazione di isolamento. Ma non è così per gli albanesi che devono ancora essere riconosciuti e apprezzati sul territorio italiano. Intendiamoci, non è un’accusa “ad personam”. Vale la stessa cosa per un comune montano degli Appennini o delle Alpi: San Paolo del Cimino, Sant’Ignazio di Longarone. Se ti nascondi, ururi punto com, non ti conoscerà nessuno (in italiano si sarebbe dovuto dire alcuno, perché due negazioni affermano). Ironia della sorte: il sito http://www.ururi.com/ ha il motto “Ururi parla”, ma nessuno lo ascolta. Liberiamo Internet dalle restrizioni. Siti come quello di “Ururi parla” resteranno relegati ai quattro gatti albanesi che si terranno le loro foto ingiallite che oggi nessuno più vuole, si beatificheranno della loro storia raccontata unilateralmente sulle loro pagine che nessuno potrà criticare. Ururi.com parla come un sordo! E i sordi se non odono, parlano. E un sordo dice, smettetela di occuparvi di noi che siamo autosufficienti e non abbiamo bisogno di nessuno aiuto. Ururesi, non fatevi “proteggere” da chi “vende solo fumo” (ogni riferimento è puramente casuale), apritevi al mondo, fatevi copiate in tutto il mondo, perché non avete nulla da nascondere.

Un dei cannoni del Monumento ai caduti (sembra che siano stati regalati da Tanassi)

Da Aurora a Ururi. Che fantasia!
Sembra che il nome del paese tragga origine dalla località in cui esso sorge, “Aurole”. Durante i secoli il nome ha subito varie metamorfosi: da “Aurole” si passò a “Casale Aurelii”, poi “Derori” oppure “Deruri” e infine, dalla prima metà del XVIII, il paese viene chiamato “Ururi”. Il paese fu fondato nel XII secolo ed apparteneva alla Contea di Loritello; nel 1075 fu donato dal conte Roberto alla chiesa di Larino. Nella seconda metà del XV secolo il feudo, che allora si trovava in uno stato pessimo a causa del terremoto del 1456, venne ripopolato da una colonia di albanesi in fuga dai turchi che avanzavano nei Balcani; essi ricostruirono gli antichi casali e seppero far fruttare le vaste terre coltivabili che circondavano il paese. Nel 1539 però gli albanesi furono cacciati dal feudo e le loro abitazioni vennero bruciate, provvedimento chiesto dagli stessi larinesi che ne avevano favorito l’arrivo perché gli immigrati erano ritenuti violenti e turbolenti (da http://www.molisecittà.it/). Ururi è, dunque, un paese di origine albanese, di circa 3000 abitanti, situato su una collina poco distante dalla fascia costiera adriatica. Principale risorsa economica è l'agricoltura, praticata con tecniche e mezzi avanzati e con spirito imprenditoriale; tra le principali colture: il grano, l'olivo, la vite, il girasole, con derivati di alta qualita' (olio, vino). Sono in via di sviluppo imprese artigianali e di trasformazione dei prodotti agricoli. Tra i piatti tipici: il ragu con carne di agnello, pasta fatta in casa, dolci pasquali e natalizi (propati, caranjue), la pampanella ed i famosi torcinelli, involtini con interiora di agnello. Tra le prime famiglie insediatesi: Plescia, Musacchio, Peta, Licursi, Glave, Occhionero, Intrevado, Iavasile, Cocco, tuttora presenti in paese. Il legame più forte con le origini è rappresentato dalla lingua che ancora oggi si parla abitualmente: l'arberesh, conservato soprattutto nella forma orale. A tutela dell'ordine pubblico una stazione di carabinieri. L'Amministrazione Comunale è guidata dal Sindaco geom. Antonio Cocco.


La doppia denominazione in italiano e albanese delle strade di Ururi

Mario Tanassi, un benefattore?



Le informazioni su Ururi li abbiamo trovate sul sito del Comune, dove però, c’è poco. Si conosce il nome del sindaco e dell’assessore alla cultura e quant’altro. Quello che più sbalordisce il visitatore via web è la mancanza di informazioni su un “cittadino” che ha fatto tanto di quel bene sia a Ururi che ai paesi vicini: Mario Tanassi. Già il nome Mario, da Maria, dalla Madonna, doveva essere garanzia per i credenti ururesi. La democrazia italiana ha crocefisso Tanassi, un nome oggi impronunciabile in questi luoghi. Tanassi è diventato una specie di Ceausescu e di Milosevic, anche se non ha mai ammazzato nessuno. Morì nello stesso giorno di Napoleone, il 5 maggio, a Roma, non a Sant’Elena. Ma, come Napoleone, è stato abbandonato da tutti i suoi concittadini. Ecco il resoconto tratto dai giornali dell’epoca. Ironia della sorte, ad inchiodare Tanassi fu proprio un giornalista molisano, Gaetano Scardocchia. Mario Tanassi lasciò il Molise giovanissimo, per partecipare, a poco più di venti anni, alla seconda guerra mondiale in Africa. Qui visse per alcuni anni e, in Eritrea, venne eletto segretario della sezione del PSIUP di Asmara, capitale dello Stato africano. La carriera politica l'aveva iniziata a Roma, dove era stato assessore ai lavori pubblici. Eletto deputato nel 1963, Tanassi era stato negli anni '70 politico di spicco del panorama nazionale. Alto dirigente del Partito Socialdemocratico Italiano (PSDI), fu più volte ministro nella prima metà degli anni '70, in particolare nei governi guidati da Mariano Rumor e da Giulio Andreotti, alla guida del dicastero della Difesa. AL vertice nazionale del Psdi arrivò nel 1975. Ma proprio all'apice della carriera politica, Tanassi rimase coinvolto in uno scandalo, il famoso caso Lockheed. Fu accusato, insieme ad un altro ex ministro della Difesa, Luigi Gui, di concussione relativamente all'acquisto, da parte dell'Aeronautica militare italiana, di aerei Hercules C-130 prodotti dall'azienda americana che, secondo i magistrati, per ottenere la fornitura avrebbe versato tangenti a politici e militari. Tanassi fu costretto a dimettersi, mentre lo scandalo toccò anche il presidente della Repubblica dell'epoca, Giovanni Leone, costretto anch'egli a dimettersi. A denunciare, dalle colonne della stampa nazionale, questo scandalo con un memorabile scoop, fu proprio un giornalista molisano, Gaetano Scardocchia. Il parlamento nel 1977 concesse l'autorizzazione a procedere nei confronti di Tanassi con una maggioranza di 88 voti. Non passò invece l'autorizzazione a procedere per l'altro grande accusato, Luigi Gui, che fu salvato dal parlamento. Tanassi fu processato e condannato nel 1979 a due anni e quattro mesi di reclusione. Scontò 4 mesi di pena in carcere, primo ex ministro della storia repubblicana finito in cella. Lasciata la politica per anni ha svolto attività nel campo sociale.


Un popolo difficile

La chiesa (la foto non è nostra)

Un popolo difficile, quello ururese! A riconoscerlo è addirittura, come abbiamo visto, un sito pseudo ufficiale (http://www.molisecittà.it/): “… gli albanesi furono cacciati dal feudo e le loro abitazioni vennero bruciate, provvedimento chiesto dagli stessi larinesi che ne avevano favorito l’arrivo perché gli immigrati erano ritenuti violenti e turbolenti”. Sono passati centinaia di anni e le cose sono decisamente cambiate. Per fare solo un esempio di come il “popolo” ururese sia oggi un modello di persona tecnologicamente avanzata, basta guardare i campi di girasole coltivati subito dopo il bivio con San Martino in Pensilis, proprio sulla strada che porta Larino. Non ho avuto modo di fermarmi, per cui non sono riuscito a scattare la foto. E’ difficile raccontare le foto, soprattutto quelle non scattate. Ma l’immagine, forse perché non fermata dall’obiettivo, ti resta fissa per giorni e giorni. Un campo di girasoli, abbracciata ad una collina, che prima si alza, poi si abbassa, poi disegna una parabola dalla quale sembra che non voglia mai uscire, la cui area sottostante sembra non aver nessun colore diverso dal verde, mentre, invece, prevale il giallo che non riesce a dominare e primeggiare e si confonde in un'unica tinta, quella disegnata dai raggi del Sole assorbiti durante il giorno e restituiti al buio della notte che li conserva per renderli ancor più luminosi e vivaci l’indomani, subito dopo il passaggio velato di Venere sulla collina appena sveglia.



La stele e il cannone

Portocannone l’edulcorato

Il Palazzo Cinni-Tanasso

In prima battuta, Portocannone è molto più friendly di Ururi, anche se permangono, per molti versi, gli aspetti “spigolosi” del carattere “albanese”. Non è razzismo. E una constatazione. Questo popolo ha dovuto affrontare le difficoltà e i problemi quotidiani da solo, ricevendo il minimo indispensabile, prima dalle popolazioni vicine e poi dallo Stato. Costretti, da soli a lavorare la terra, senza incentivi, senza protezioni, hanno sofferto per mantenere intatta una loro proprio cultura. Il Molise, già di per sé, costituisce una regione abbandonata da dio e dal mondo. Una regione a statuto ordinario con pochi finanziamenti. Quindi, non ha gli stessi soldi del Trentino o della Valle d’Aosta, non ha mai beneficiato di finanziamenti che sono arrivati all’Emilia e Romagna (e poi, dicono i beoni “come funziona la sanità nella regione rossa”! Ma quale rossa, l’Emilia e Romagna era ed è piena di soldi dello Stato! Per addolcire il carattere non proprio sereno dei portocannonesi, lo Stato con la S maiuscola e con i politici molisani minuscoli, hanno affibbiato a questo dolce (si fa per dire) e tranquillo (ancora per dire) l’impresa più dolce esistente: lo Zuccherificio! Quando il vento si alza dalle onde più alte dell’Adriatico e spira in direzione sudest, la vita a Portocannone diventa più mielata, più amabile, più soave: a volte, sfiora l’angelico sapore del morbido piacere di un torrone (che manco a farla a posta fa rima con terrone). Il diavolo fa le pentole e non i coperchi , e Dio creò l’uomo con il naso! Alle 18.30 del 6 agosto, i vecchi stremati dal caldo e dall’effluvio di quel vento che gonfia i portafogli delle famiglie portocannonesi, si guardano indietro e non dicono la frase scontata “si stava meglio quando si stava peggio”, ma dicono: una volta, forse, si aveva fame, ma si riusciva in primavera a riconoscere il profumo delle rose da quelle delle viole”.

La sobrietà
Per Portocannone la toponomastica è molto più immediata e senza fronzoli. L’origine del nome, non è di chiara interpretazione. Tuttavia, potrebbe derivare dal termine petra (roccia) o preta diventato porta e poi porto. La seconda parte del nome potrebbe riferirsi ad un nome greco di persona, forse Cano, -onis con la N che diventa NN. Portocannone, la cui popolazione ha origini albanesi, non è nata con gli albanesi. Essa, infatti, esisteva già in epoca medievale, molto prima che arrivassero i nuovi coloni. Fu fondata dai popoli latini nel 1046 nella località denominata "Castelli", nei pressi dell'attuale cimitero comunale. Nel 1137 era chiamata "Portocandesium" e, successivamente, come risulta dai registri angioini del 1320, il suo nome fu mutato in "Portocanduni". La Portocannone latina ebbe fine nel 1456, quando un violento terremoto la rase al suolo. Nello stesso periodo iniziarono le migrazioni albanesi: la prima ebbe luogo nel 1461, quando re Ferdinando I d'Aragona, per vincere la fazione angioina contro cui era in guerra, ottenne l' aiuto delle milizie di Giorgio Castriota Skanderbeg, l' eroe nazionale albanese. Con le altre migrazioni, successive alla morte dell’eroe e all’invasione dei Turchi, molti albanesi varcarono l’Adriatico, certi di ottenere la protezione del regno di Napoli, in virtù dei benefici che il principe Skanderbeg aveva reso alla corona d’Aragona. Vennero così ripopolati i paesi distrutti dal terremoto ed iniziò la rifondazione di Portocannone.



La chiesa di Portocannone

Arte e architettura
Il monumento più pregevole è il palazzo Baronale, che si eleva solitario in tutta la sua imponenza. Costruito tra il 1735 ed il 1742 dal barone Carlo Diego Cinni, è attualmente di proprietà della famiglia Tanasso, che lo fece restaurare nel 1915. Il palazzo si presenta come una massiccia costruzione con muro a leggera scarpa e contrafforti rastremati negli angoli, ed è dotato di magazzini al piano terreno e di patio al centro. Il primo piano è quello abitato ed è costituito da numerose stanze con splendidi affreschi e mobili d' epoca, mentre all' ultimo piano si trova un portico aggettante e sul lato orientale un loggiato con prospiciente giardino.



Il Palazzo. La foto si trova sul sito del Comune di Portocannone

Feste e tradizioni
Un particolare del Palazzo

La manifestazione più significativa è senz'altro la "Carrese", una gara tra due carri, in onore della patrona del paese, la Beata Vergine Santissima di Costantinopoli. Tra il carro dei Giovani ed il carro dei Giovanotti vince chi riesce a varcare per primo il portale di Borgo Costantinopoli, davanti alla chiesa dei SS. Pietro e Paolo, dopo un percorso di circa tre chilometri che prende il via al Vallone delle Canne, dove la distanza di avvio tra i carri è di 25 metri.
Altre manifestazioni da segnalare sono la festa di S. Antonio che ha luogo la notte del 16 gennaio, il Carnevale tradizionale che ha avvio con il rituale trasporto di un fantoccio di cartapesta nel luogo dove verrà bruciato e, infine, in concomitanza delle festività natalizie, il Presepe vivente che coinvolge tutto il paese.



Un particolare della Chiesa di Portocannone: la maestosità e la severità

Portocannone e Kruje

Il castello di Kruje in Albania (la foto non è nostra)

Nel 1995, Portocannone ha dato vita al gemellaggio con la città di Kruje, importante centro dell' Albania interna che dista soli venti chilometri da Tirana. Questo evento vuole proporsi come riscoperta dell’antica Portocannone, un ritorno alle radici della storia della colonia albanese.

Fine quarta puntata

... continua

Le foto, se non espressamente segnalato, sono di Roberto Maurizio

1 settembre 2008

Ingrid Betancourt. Anche in Italia, prigioniera del braccio armato

Betancourt e l’Uovo di Colombo
di Roberto Maurizio

Il braccio armato

Ingrid Betancourt è a Roma, avvolta nella carta argentata dell’Uovo di Colombo. Colombo è Furio, al quale non poteva essere imposto altro nome fuori di questo! L’uovo, invece, è l’odio di Furio contro l’America, nonostante che gli abbia insegnato la vita. Furio rappresenta il furore, la rabbia, la collera, l’agitazione, la pazzia, la forza, l’impeto, la foga, la violenza contro l’America accusata di imperialismo, nonostante che gli Imperi siano scomparsi da molti anni. America accusata di essere guerrafondaia, quando invece nel corso del Secolo breve venne trascinato per i capelli da una bellicosa e virulenta Europa. L’Uovo di Colombo è la sensazione epidermica che anche il più imbecille può capire, passando davanti alla Basilica di Don Bosco a Roma. L’Italia è cattolica, nonostante tutto. Non è possibile fare un passo, in Italia, senza sentire campane, senza veder spuntare una croce, un Calvario, una madonna. Questa situazione si ripete in Francia, in Spagna, Germania e in tanti altri paesi dell’Unione europea. E poi, i politici negano le radici cristiane dell’Europa. Un’ipocrisia, una menzogna. Questo non significa che va bene così, cioè continuare a dare lavoro ad Agnone (paese molisano che costruisce le migliori campane del mondo). Però, occorre sottostare all’evidenza. Come è evidente che Rai3 non dica mai, quando parla delle Farc, che tipo di organizzazione sia quella che ha ridotto in schiavitù per anni Ingrid Betancourt. Sono ignoranti i giornalisti di Rai3? No. Bastava collegarsi a Wikipedia, per conoscere il vero significato di Farc - Ep: Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito Popolare, organizzazione paramilitare comunista clandestina della Colombia, braccio armato del Partito Comunista Colombiano.

Chiaro come la chiara dell’Uovo di Colombo


Più chiaro di così. Chi non si è accorto di chi fossero le Farc-Ep sono stati Veltroni, “l’Unità” e “la Repubblica”. Chi sapeva bene chi fossero le Farc-Ep erano il Presidente Venezuelano, Hugo Chavez, quello della decapitazione di Colombo, non Furio, e Rifondazione comunista. A un giorno di distanza dalla visita a Roma della Betancourt, “la Repubblica” fa uno scoop senza significato. Le Farc, organizzazione paramilitare comunista, se la intendeva con Rifondazione comunista. Ma che scoop è questo? E’ come dire gli altoatesini tedeschi si sentono ancora tedeschi. Oppure, a Bossi non piace l’Inno di Mameli perché c’è schiava di Roma e ai Centri Sociali di sinistra, sempre più ignoranti e sempre più inghiottiti dalle ideologie e dalle vecchie signore, non interessa che nell’Inno italiano è citato Balilla.

Lo Scoop scontato di “la Repubblica”


Ed ecco lo scoop. Si parla di un dossier del Governo colombiano (come hanno fatto ad averlo, proprio quelli di Repubblica?), che accusa Rifondazione comunista di aver avuto una relazione con le Farc, i guerriglieri colombiani che rapirono la Betancourt nel 2002, che «va oltre i semplici contatti politici». Il dossier si basa su email e documenti rinvenuti nei computer di Raul Reyes, il numero due della guerriglia ucciso il primo marzo, dai quali emergerebbero «appoggi espliciti, raccolta di fondi, scambio di informazioni e la vicenda di un rappresentante in Europa delle Farc che si ricovera in clinica in Svizzera a spese del partito». Si tratta di Lucas Gualdron, rappresentante in Europa per le Farc: «Grazie a Rifondazione che paga tutto - si legge su Repubblica - Gualdron si ricovera in una clinica in Svizzera per qualche tempo. Poi scrive a Reyes e gli racconta tutto scrivendo che quelli di Rifondazione "hanno voluto tutte le ricevute". Inoltre Gualdron informa di denaro raccolto per le Farc dal Prc e lo invia (una volta mille, un’altra volta 400 euro». «Un appoggio speciale», secondo quanto rinvenuto nel pc di Reyes, era Ramon Mantovani, ex deputato del Prc e responsabile esteri del partito. Il portavoce delle Farc scrive anche di Marco Consolo, che nel partito di Fausto Bertinotti si occupava proprio di America Latina: «Con lui abbiamo una relazione politica da molti anni e loro di Rifondazione ci forniscono un importante sostegno in Italia». Reyes cita anche l’ex presidente dei deputati del Prc, Gennaro Migliore, come «molto amico nostro».

Povera Ingrid, appesa ad una gigantografia
Veltroni ti ha appeso sul Campidoglio su una gigantografia che “Stampa, Scuola e Vita” ha più volte pubblicata. Veltroni ti ha ricevuto questa sera e tu non ti sei accorta che tra i mandanti della tua prigionia c’era proprio lui, non direttamente, ma come rappresentante di un’ideologia che non morirà nel breve termine. Mentre sul pennone più alto del Campidoglio appendevano, all’unanimità del Consiglio Comunale, nel quale grande spazio aveva Rifondazione Comunista, la tua gigantografia, una parte, il lato oscuro della vita, si rendeva complice della tua detenzione e gridava a gran voce contro l’America, la democrazia, la libertà, la lotta di classe.

Chavez. Zapatero, Nobel, Fo e un milione di euro


Sei venuta in Italia. Ma potevi andare in Venezuela e in Spagna, paesi amici delle Farc. Chavez e Zapatero ti avrebbero trattato meglio dei tuoi aguzzini. Comunque, spero che non accetti la proposta meschina di un milione di euro avanzata dalla stessa parte che sostiene le Farc. Il premio Nobel ormai non ha nessun valore quando esce dalla vera natura che voleva dare al premio il grande Alfred. Come si sentirà Paolo Neruda vicino a Fo? Se te lo ripropongono, accettalo e dai il tuo milione di euro a Fo che lo girerà a Rifondazione Comunista.