25 settembre 2008

Un affare della madonna

Un affare della madonna
di Roberto Maurizio

San Toro e i piloti
"Un affare della madonna". Questa l'espressione utilizzata da un brillante interlocutore nella trasmissione di Santoro "Anno zero". Il famoso conduttore farà sempre più soldi (sfruttando anche i piloti dell'Alitalia, gli unici ad opporsi all'accordo, ma Santoro vale 1.000 piloti)! Anche il linguaggio entra a gamba tesa dentro l'affare Alitalia. I giornalisti e i politici, che hanno degli sconti enormi, sono interessati al salvataggio di Alitalia per conservare i loro privilegi. Pagate i biglietti giornalisti e politici. Di Pietro ti stai facendo fregate. L'Udc ti sta scavacaldo a sinistra. Sinistra? Un paese Borbonico? Ma quello stronzo che ha detto questa frase non sa cosa è stato il Regno delle Due Sicilie. Con il federalismo il Sud Borbonico si svilupperà. Santoro dovrà andare a lavorare in Padania.

Il giornalista federale
Da sempre i giornalisti si sono interessati dei voli Alitalia. La libertà di stampa contrasta con la libertà di volo, per cui ogni sciopero degli aerei veniva sbattutto in prima pagina, mentre quelli delle altre categorie sindacali non venivano nemmeno citati. Perché? Perché la "tratta" (come se fosse una cambiale) Roma-Milano è frequentata da migliaia di giornalisti che abitano nella capitale e lavorano a Milano, o abitano a Milano e lavorano a Roma. Perché Bossi non pensa a un "giornalismo federalista"?

Con il cappio al collo

Alitalia con il cappio al collo
di Roberto Maurizio




Un'Italia con il cappio al collo: ma chi volerà mai più Alitalia, compagnia comunista guidata dal pilota Travaglio.

Alemanno e Veltroni. La bustarella

Alemanno e Veltroni. La bustarella
di Roberto Maurizio




La busta di plastica tra i rami


Sventolava ancora
Erano mesi e mesi che una busta di plastica era appesa su un ramo di un albero inconsapevole e, soprattutto, incolpevole. A Roma, a Cinecittà Est. Nonostante che fossero state tenute le elezioni comunali ed era stato scelto un nuovo sindaco, la busta di plastica era ancora ancorata su quel ramo e sventolava ogni qual volta il vento si alzava da Ovest.

Mai dire Register
Prima di incamminarmi sulla strada sdrucciolevole, di questo simbolo (una busta di plastica appesa ad un ramo di un albero) Innanzitutto voglio spiegare ai miei lettori, pochi, ma buoni, perché continuo ogni volta a dire che l’articolo o la riflessione o la poesia è di Roberto Maurizio. Solo in questo modo ho la possibilità di riconoscermi. Ho cercato di avere un mio sito personale con Register. Una cosa ignobile. Ignobili sono i soldi che ti frega, ignobile è il misero risultato. Ma la cosa più ignobile di tutto, è la scelta delle ragazze per sponsorizzare l’accalappianavigatore: Register, come i piloti dell’Alitalia. Tutte anoressiche, brutte, prezzolate dal cugino di 76 anni. Non si capisce come fanno a Register a prendere le ragazze più brutte. Non hanno fatto una selezione come le Veline. Perché sbattete i mostri in prima pagina per rappresentare voi stessi, mostri, egoisti che come i piloti dell’Alitalia volete affossare l’Italia. Essendo iscritto a Wikio News Your Way (http://www.wikio.it/) , debbo per forza farmi riconoscere. A proposito, entrate su Wikio e votatemi. Pensate se Dante, Leonardo, Machiavelli, Manzoni si preoccupavano della classifica. O tempora o mores! Comunque, entrate nel mio blog, non ho ancora il sito perché Register è ignobile. Se qualcuno di voi può dirmi dove trovare uno spazio più ampio di questo blog, che, però fino a questo momento è stato il migliore in assoluto. Anzi, ringrazio Google per la loro disponibilità, gratis. Avete capito bene GRATIS. Viva Google che saprà dare ai suoi utenti sempre più assistenza e più capacità di esprimersi. Un limite di Google sono le foto. Ovviamente, su Internet non possono viaggiare foto ad alta definizione. Non so perché, ma fino ad oggi è così.

Nonostante ciò, l’ambiente predomina
Ciononostante, spero di poter inviare in bassa definizione, meno di 100 k per foto, un mio progetto di salvaguardia dell’ambiente. Le foto sono dedicate agli ambientalisti per caso, quelli che hanno rovinato l’Italia con la paura del nucleare, la paura della fine del mondo, la paura del passaggio a Nord Ovest, la paura del passaggio a Nord Est, la Groenlandia che si sgretola, i ghiacciai che si estinguono, attribuendo tutto questo a quella povera e malvagia formica che è l’uomo, che crede di essere dio, crede che anche le sue malefatte possano scalfire minimante il nostro amato pianeta. Chi lo distrugge è l’imbecillità di poter volare con le raccomandazioni e con il Tfr. Imbecilli. Volete comprare l’Alitalia come le formiche vogliono acquistare il Sol Levante. Io, personalmente, ha assistito ad una discussione tra le mie amate formiche: Lilli Gruber, dice quella di sinistra, è la migliore; ma se non ha nemmeno sentito un operario della Fiat, dice quello di destra. Il Centro, se centra, non centra. Appelliamoci a Di Pietro e al suo megafono, dicono i sinistri quasi centristri, quasi squadristi, sicuramente qualunquisti, massimalisti e giustizialisti. Giustizia per tutti: facciamo vedere che noi formiche siamo al timone. Dirigiamo il mondo contro la prostituzione, il male assoluto, altro che Bin Laden, quella che ha il coraggio di dare due minuti di benessere a questi coglioni che lavorano tutto il giorno, contro chi beve 2 bicchieri di vino (così possiamo arrestare, un’altra volta, Gesù Cristo e dare gli arresti domiciliari a Padre Pio), poi, se ci resta il tempo, arrestiamo Berlusconi, fa sempre notizia (è stato lui che ci ha ridotto così, prima eravamo formiche con la tessera Cgil intoccabile, ora Lui pretende di farci lavorare e ridurci come le cicale, quelle che cantano e fanno veramente i soldi).

Dopo lo sproloquio
Dopo questo sproloquio, arriviamo al dunque. Roma, dopo Veltroni, è sempre più brutta, più sporca che pria (come avrebbe detto giustamente Petrolini). Alemanno continua ad armare i vigili (pensate che carneficina, capaci come sono solo di elevare multe il 19 agosto per divieto di sosta, eleveranno i loro revolver per colpirti il 2 novembre) e non ad armare gli spazzini, capaci come i piloti di essere contro il Bel Paese. Spazzare è un’arte. La pulizia è civiltà.

La busta e la bestia
Quella brutta busta di plastica era appesa là, dai tempi di Veltroni. Costui se ne fregava. E la busta era là. Andiamo alle elezioni. Vogliamo una città più vivibile, più civile, più pulita. E vince Alemanno. E la busta è ancora là. Come si fa ad eliminare quella busta?

Quanto sei bella Roma
Roma è sicuramente la città più bella del mondo. Roma non appartiene ai romani (pugliesi, marchigiani, siciliani e calabresi). Roma è la storia. Roma non appartiene al Sindaco. Veltroni aveva fatto del Campidoglio la sua dimora, la sua reggia imperiale. Ma perché non te ne vai in Africa o a Manhatthan. Alemanno non riuscirà mai ad elevarsi alla stessa altezza di Uolte, Guolte (come chiamava mio nonno mio cugino Walter). Gli mancano i salotti bene. Quelli di O vita o vita mia!

Ecco le foto
Cosa bisogna fare allora per risolvere i problemi in questo paese? Prendere una “canna” di bambù, avvicinarsi all’albero colpito dal misfatto e rimuovere la busta bestiale che deturpa il paesaggio di uno su 60 milioni di italiani.

19 settembre 2008

Lina Sotis e Ancelotti

Lina Sotis e Ancelotti
di Roberto Maurizio

Carlo Ancelotti

Tutto ebbe inizio il 14 settembre scorso, subito dopo la seconda sconfitta consecutiva del Milan. Dopo due giornate, il “grande” Milan si trovava ancora a zero punto (- 3 come media inglese). Il Papa, nello stesso giorno, a Parigi, diceva di non benedire le coppie separate. Più separati di così, come Ancelotti e il Milan! Il Bon Ton vorrebbe che Ancelotti faccia le valigie. Nulla di serio. Però, Bon Ton, Ancelotti, Milan e Papa potevano rappresentare una miscela esplosiva per un sorriso in più. Quindi mando alla rubrica Bon Ton la mia “miserrima” battuta. Dopo due giorni, la mia “porcata” non compare sul Corriere, rubrica Bon Ton. Allora mi scateno. Perché? Cosa c’è sotto? Una censura preventiva per favorire il Papa a pochi giorni dal 20 settembre? Come si permettono di censurare una “cretinata”? È il segno dei tempi? Non ci resta che piangere. Scrivo una lettera orrenda alla conduttrice della rubrica per fa valere i miei diritti. Cara Lina, (questo è il testo integrale, intervallato tra parentesi da miei commenti postumi) ho inviato alla Sua rubrica una mia riflessione sul Bon Ton. Carlo Ancellotti (e qui cade l’asino, Ancellotti, nonostante che si pronunci cosi, almeno per i meridionali, si scrive Ancelotti, con una l, è come “innammorato” che a Napoli vale il doppio). Milan. Zero punti. Purtroppo ho utilizzato un accostamento "invadente": il Papa che in Francia ha, giustamente, affermato, di non benedire le coppie separate. Volevo solo dire la mia opinione: Ancellotti (sempre con due elle) non deve più guidare il Milan. Lei mi ha censurato, senza dirmi perché. Lei ha la mia email e mi avrebbe dovuto rispondere. Non l'ha fatto. Io, come può constatare ho scritto altre lettere sul Corriere della Sera, ma, grazie al loro spirito democratico, i Suoi colleghi li hanno pubblicate. Solo due rubriche mi hanno censurato, la Sua e quella del Vice direttore che vola sempre più in alto, l'ambasciatore che non porta pene (qui me la sono presa con l’Ambasciatore Sergio Romano, che avrà giustamente scartata una mia missiva). Lei mi ha censurato perché in Italia non si può parlare male del Papa? Se fosse vero, saremmo veramente in dittatura (qui il tono si alza, non contro il Papa, ma contro la Stampa corrotta). Attenzione, però, anche le vostre lettere censurate passano sul Web (il riferimento è esplicito, tutto ciò che passa sul Web resterà per l’eternità, come Pamela Anderson). Il Web che voi state utilizzando è la vera democrazia (La demagogia incalza, mi sentivo come Di Pietro con il megafono fra gli "operai" dell’Alitalia – 88 mila euro l’anno, sono quelli della terza settimana). Voi non potete staccare la spina (riferimento intellettuale di sinistra, Marshall Mcluhan). Lo potete fare solo con la censura (e il pensiero va a Hugo Chavez e a Evo Morales, il primo del Venezuela pieno di italiani che si fanno calpestare la testa, il secondo a capo della mia amata Bolivia, la terra di Bolivar, amante della pace e dello sviluppo). Ma esiste la storia con la S maiuscola (i nostri storici non hanno ancora saputo decifrare gli ultimi sessant’anni della nostra storia, pur avendola vissuta, come fa, allora ad esistere una Storia?). Sono sicuro che Lei non avrà il coraggio di pubblicare la mia lettera (invece no, l’ha pubblicata). Non siete come Radio Radicale dove possono accedere tutte le persone che vogliono dire qualcosa (mentre censurano i loro collaboratori, ad iniziare da Capezzoni per finire a Luigi De Marchi). Voi censurate e fate dire solo le banalità che volete. Se per essere pubblicati non bisogna citare il Papa, ditelo. Mi risponda e mi dica: 1. perché sono stato censurato? 2. quali sono i vostri criteri di scelta; 3. Bon Ton è una rubrica aperta a tutti? In questa valle di lacrime, con licenziamenti che tagliano le gambe a migliaia e migliaia di persone negli Stati Uniti, esiste solo un'Isola Felice: l'Italia. In questo bel paese tutto è consentito (anche far prevaricare l’ombra sinistra del licenziamento per di battere Berlusconi: ecco i nuovi martiri, che saranno fatti santi, i sindacalisti che scelgono il patibolo, non per loro, ma per i bambini che saranno ridotti alla fame a causa dell’ideologia, una bestia feroce che cerca in ogni modo di sopravvivere a scapito di innocenti), anche censurare le battute. Il seno della Savino non lo censurate. Se continuate così vi resterà solo una cosa da fare: rifarvi il seno (sarà quello che si rifaranno gli operai milionari dell’Alitalia). (questo pezzo sarà pubblicato su robertomaurizio1947.blogspot.com).

Morale della favola

Lina Sotis


Ecco la risposta sconvolgente che Lina Sotis, responsabile di Bon Ton, una rubrica che conduce sul Corriere della Sera fin dal 1982, un manuale di saper vivere in società, autrice di numerosi saggi e romanzi, tra gli altri, “Il nuovo Bon Ton”, “A me piace quella lì”, “Il colore del tempo” e “Una come tutte”.
Sotis, Mercoledì, 17 Settembre 2008
Caro Roberto, lei non è stato censurato ma ha semplicemente posto la domanda a chi proprio non sa rispondergli. A mala pena so chi sia l' Ancellotti e non vedo perché devo infiltrarmi in una situazione così insidiosa e paludosa. Perché si arrabbia tanto? E' milanista? E' di cattivo carattere o ce l'ha con me? In ogni modo grazie di scriverci, ma per piacere la prossima volta scelga soggetti lontani dal calcio. Tipo: vale la pena di arrabbiarsi tanto con una signora.Ciao Roberto.

Lina, l’incantevole
Cara Lina, se non fosse per la tua età, io sarei stato schiavo dei tuoi desideri. Non è che son di primo pelo, ma per me sei veramente magnifica. Hai smontato in un attimo tutti i miei bollori. Hai ragionato con la testa e con il cuore. Ci vorrebbero altre donne come te in questa Italietta che non riesce ad uscire dalle secche, perché è milanista, comunista, fascista, calcista. Ci vogliono donne come te che riescono a riconoscere il buongusto e disprezzano le mutande bianche o rosa che escono dai bordi dei pantaloni o della gonna. Quello che manca all’Italia è il buon gusto. Arrangiarsi è cattivo gusto, come quello che ho fatto con te. Ancellotti, vedrai, verrà alla Roma. Più cattivo gusto di così?

18 settembre 2008

Oratoria parlamentare. Un'arte tramontata con Almirante

Governo e opposizione si parlano addosso
di Roberto Maurizio

Giorgio Almirante


Parlare a braccio

Franco Frattini

Erano gli anni della guerra fredda. I nostri politici, ora ridotti a colabrodo da mani pulite, intervenivano sui temi di politica internazionale, con dignità e con cognizione di causa. Nei loro interventi fornivano spiegazioni e argomentazioni approfondite. L’audience era ridotta e riservata a pochi giornalisti che travisavano e disinformavano l’opinione pubblica. Comunque, era un’altra Italia. Che delusione, oggi, 17 settembre 2008, sentire il Ministro degli Affari Esteri, improvvisare a braccio e riferire sui principali temi di politica internazionale: la Georgia, l’Afghanistan, il Medio Oriente. Frattini, per far valere la sua posizione, ha creduto oggi, di essere Fini. Il Presidente della Camera, molto lontano da Almirante anche se parla a braccio come lui, non ha idee da mettere insieme. Parla, parla per non dire nulla. Frattini brillò nel suo intervento di investitura nell’Ue, forse perché si era preparato a dovere. Oggi, ha voluto imitare Fini e Almirante. Una delusione. Ripetizioni in continuazione, discorsi iniziati e campati in aria, come quelli della ex Ministra pro cinese che ha fatto più affari lei con i regimi che lei definisce vomitevoli e che non rispettano i diritti umani ma rispettano i soldi, come lei. La Bonino, per non rimanere nel dubbio, è stata alla stessa altezza di Frattini. Una volta, quando si parlava in Parlamento, i ministri, gli onorevoli e i senatori, si preparavano, con il contributo di altre persone. Oggi, si sentono onnipotenti. Possono dire quello che vogliono, Improvvisando.



Emma Bonino for President

Almirante, un politico, un oratore
Gli italiani non hanno bisogno di improvvisatori. I grandi oratori, come Almirante, non esistono più. Studiate Ministri e onorevoli, preparatevi, prima di intervenire nella sede più alta della nostra Repubblica: il Parlamento.

P.S. Il mio non vuole essere un elogio ad Almirante, ma rappresenta il disprezzo per chi non possedendo le qualità oratorie del vecchio missino, vuole a tutti i costi imitarlo.

15 settembre 2008

Martina Veltroni e Abdul Salam Guibre

Il «cambio favorevole»
di Roberto Maurizio

Abdul Salam Guibre

Un Ministero che non c'è

C’era una volta, il «cambio favorevole» lira dollaro. E un flusso internabile di soldi sbarcavano in Italia. Oggi, la situazione si è invertita. “Arrivano i nostri” sul suolo imperialista e attaccano Fort Apache. Certo, ad investire negli Usa non sono le famiglie italiane che non riescono a raggiungere il 21 del mese (come diceva Battista e Mogol), né tanto meno i tanti Fausto e Daniele Cristofori che si alzano alle cinque (non de la tarde, come Zapatero) ma alle cinque del mattino, con la pioggia o con la nebbia. Non hanno bisogno del Ministro Brunetta. Il loro ministro si chiama lavoro.



Martina Veltroni

Pasquale Cafiero

Il Principe Antonio de Curtis


Abdul Salam Guibre del Burkina Faso che cosa ci faceva alle sei del mattino davanto a quel bar di Milano? Abdul si poteva chiamare Pasquale Cafiero, brigatiere di Poggio Reale dal ’53 oppure Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Di Bisanzio Gagliardi, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e d'Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo, o semplicemente Totò, le cose, forse, non sarebbero cambiate. Sicuramente, però, Pasquale Cafiero (se non era di guardia) e Antonio de Curtis (se non ripassava la sua parte che avrebbe succesivamente dimenticata) a quell'ora dormivano.


Twin Towers, regia di Bin Ladin



Mentre cambia molto sapere che il capo del Pd, Veltroni, spronato dal «cambio favorevole», possa rimanere ancora vergine, casto e illibato, con le mani pulite e immacolate, nonostante l’acquisto di un appartamento alla sua primogenita ventenne, Martina, licenziata al “Tasso” con la passione per il cinema, nell’Isola simbolo del capitalismo mondiale, non lontano dai luoghi resi immortali da centinaia di film, il più importante dei quali è stato prodotto da Al-Kaida, con la regia di Osama Bin Laden.

12 settembre 2008

Il Grillo e l'anima

Grillo e i grilli
di Roberto Maurizio


Laudi, Salmi, Sura e grilli
A settembre, mentre i grilli a Roma, come in tante altre parti della nostra cara penisola, si raccolgono “in preghiera”, per alzare in cielo le loro laudi, i loro salmi, le loro Sura, l’Italia va in rovina, anche per colpa di Grillo, i cui maggiori sostenitori si trovano a Napoli. Sparare a zero, a tutto azimut (scusate, non so se sono la stessa cosa, ma ho fatto il militare a Cuneo come Cavaliere, non Lui, ma come Lanciere di Montebello, quello che montava sui carri armati, per intenderci quelli di Budapest, di Praga, di Piazza Tien 'An 'Men, quelli della Georgia, quelli potenziali di Chavez e quelli effettivi di Morales, che nome strano per un “dittatore”) contro questa italietta è troppo facile. Molto più difficile è organizzare il pensiero, forte o debole che sia, e dare indicazione sul come e che fare, di Leninista memoria. Gli italiani, popolo di poeti, di santi, di inventori , di navigatori, eccetera, si sono dimenticati i primi tre sostantivi ed, oggi, sono solo dei navigatori, non come Cristoforo, anche perché Chavez li impiccherebbe. Sono navigatori che viaggiano su Internet, ma anche con un qualsiasi altro mezzo di comunicazione che li sposti da una parte all’altra del mondo. Avete mai fatto caso quando vengono trasmesse sciagure aeree o ferroviarie sul Tg? L’aereo inabissatosi nel Golfo del Bengala con 50 persone a bordo non ha dato scampo ai viaggiatori, 10 erano italiani. Tragedia in Honduras: cade aereo 150 morti, 60 erano italiani. Morte in Nepal. 23 turisti italiani nella lista dei deceduti. Isola di Sant’Elena, cade aereo con a bordo 99 passeggeri e un comandante. Deceduti 99 persone tra cui 88 italiani. Salvo solo il comandante: Carlo Bonaparte, perlomeno un oriundo.

Notizia, purtroppo reale, aggiunta oggi, 14 settembre: Boing precipa sui Monti Urali. 88 morti c'è un italiano.


Pinocchio e il Grillo Parlante


La morte, se si incontra fuori o dentro l’Italia, è sempre la stessa. Però, chiedo ai politici che vivono a Roma, se hanno mai pensato di sintonizzarsi su un canale senza interferenze. Quello dei grilli. La loro musica notturna ininterrotta è simile alla voce del Grillo Parlante della famosa favola di Pinocchio. La loro lenta e continua cantilena, che assomiglia molto a quella dei lamenti ossessivi degli ebrei o dei musulmani, gli dovrebbe far ricordare che il tempo passa per tutti. Ai grilli canterini romani non servono riforme di facciata, vogliono cambiamenti sostanziali basati su una nuova visione della vita. Loro stanno bene così, come stanno bene i grilli di Milano, di Palermo, di Verona, di Trieste, di Canicattì, di Ururi e di Larino.


Sintonizzarsi sulla natura
I grilli, invece, invitano i politici, in primo luogo Berlusconi e Veltroni, a sintonizzarsi sulla natura, ad amarla e a tendere le orecchie verso le “loro parole” e lasciar perdere un Grillo che parla solo per se stesso e per quella parte che vuole sempre vincere: gli esibizionisti di professione.


Gli assets e le liabilities, i derivati e i futures


Beppe, anch’io caddi immediatamente nella tua "meraviliosa" trappola. Personalmente, credo che tu abbia ragione su molte cose. Però, dietro di te c’è un manovratore, uno che ti vuole al primo posto (forse sei proprio tu). Per fare cosa? Mettiamo che tu diriga un’azienda. Hai capacità e conoscenze. Hai studiato il bilancio e sai cosa sono gli assets e le liabilities. Ti intendi di borsa perché hai investito i tuoi soldi. Sai che cosa sono i derivati e i futures. Ma, un camionista pensionato con la terza elementare come fa a seguirti? Un operaio, non quelli con la laurea, con due tessere di partito, iscritto alla Cgil, con 60 mila euro di reddito lordo annuo, ma uno con 1.200 euro con tre figli e una moglie, come fa a darti ragione? Invece il tuo populismo affascina e trascina anche loro.

Un canale Tv senza canone e senza pubblicità: l’anima


Finché sei in tempo, Beppe, sintonizzati su un canale senza canone e senza pubblicità: apri adesso una finestra e sentirai il canto armonioso dei miei e tuoi amati grilli.

11 settembre 2008

Carosio, Ciotti, Ameri, Pizzul, Martellinil e Agnolin

Calcio in Tv e Scuola elementare
di Roberto Maurizio

Stella Bruno

Maestro unico. Commentatore unico


Perché sono state inserite tre, quattro, cinque maestre supplementari alle elementari? Perché sono stati inseriti nel commento delle partite di serie A (Sky) e della Nazionale (Rai), tre, quattro, cinque “giornalisti”? Perché più si aumenta l’offerta di maestre e di giornalisti, più cala la qualità. Una logica aberrante e perversa simile a quella adottata a New York, il cui sindaco, una volta, decise di diminuire la delinquenza aumentando il numero dei poliziotti. Una volta, nel calcio, avevamo Sandro Ciotti, solo davanti a un microfono, solo davanti ai tifosi: «Siete collegati con San Siro. Giornata calda, ventilazione inapprezzabile, terreno perfettamente agibile. Direzione arbitrale affidata ad Agnolin che si avvale della collaborazione dei guardalinee Ramicone e Celestini. Nulla di fatto, 0 a 0 linea allo studio». Da solo, rendeva viva la partita, da solo, riusciva ad ottenere i consensi degli ascoltatori. Oggi, è impossibile vedere le partite di calcio trasmesse dalla Rai, come quella di Italia – Georgia (2 a zero per merito di De Rossi). I tre o quattro telecronisti di questa sera (10 settembre) vanno a ruota libera, perché libero è il loro contratto (possono dire quello che gli viene in mente, senza tener conto delle esigenze dei telespettatori). Noi abbiamo bisogno di giornalisti cronisti, cioè di coloro che raccontano quello che vedono in quel momento, senza commenti. Invece, mentre segui un’azione in un’ipotetica, ma non per questo impossibile, futura partita nella quale la Nazionale Italiana è sotto di 4 reti, ecco che sentirai il primo cronista dire, la madre del numero sette della nostra squadra avversaria è stata ricoverata d’urgenza al Policlinico Gemelli; mentre la squadra condotta da Marcello Lippi sta per subire il quinto gol, il secondo cronista informerà che Vukaniovic, già della Roma, passato al Palermo, ceduto al Milan, prestato per il primo anno alla Sampdoria, il secondo al Cagliari, il terzo alla Livornese (e qui, interviene il terzo cronista che illustra per filo e per segno come si prepara la gallina livornese, quindi arriva il quarto, giornalista, si fa per dire, raccomandato dalla, si fa per dire, giornalista, più inutile del mondo, cioè Stella Bruno, che si sofferma sulle leccornie presenti in Toscana, in questi luoghi di autentici buongustai, frigitelli, tortillas e fagioli). Nel frattempo, l’Italia subisce il quinto gol. Se l’Italia perde o vince, a loro (ai giornalisti assoldati) non gliene po’ frega’ de meno. Hanno portato i soldi a casa? Basta. Per loro commentare un’azione della Nazionale non gli porta grana. Leggere su Internet e sui siti delle squadre è troppo facile. Rispunta, in questa valle di lacrime, il mito di Niccolò Carosio, “rete, quasi rete” , “ma cosa vuole quel negraccio” (affermazione pronunciata durante la partita Italia-Israele, quando un guardalinee etiopico annulla due reti regolari della squadra azzurra che in seguito ammetterà i suoi errori), “Vi Parla” su Topolino (che ha reso popolare tra i ragazzi di tutta Italia il personaggio che avrà l’onore nel 2007, nel centenario della sua nascita, di ottenere dalle Poste Italiane un francobollo a lui dedicato), la “leggenda” di Nando Martellini, che conosceva cinque lingue, i modelli immortalati su “Tutto il calcio minuto per minuto” di Enrico Ameri e Bruno Pizzul. Allora. Basta con i 4 giornalisti e basta con le 3 maestre. Dateci un’Italia decente e, se vi capita, anche docente.

Le foto in alto: Carosio, Ciotti, Pizzul, Ameri e Martellini

9 settembre 2008

Raffaello Fellah e Giulio Andreotti

Raffaello Fellah. Arcangelo e Contadino
di Roberto Maurizio


Un meraviglioso Mediterraneo
Oggi, alle 10 in punto, a Roma, presso il Cimitero di Prima Porta, si sono svolti i funerali di Raffaello Fellah. Le distanze a Roma si quadruplicano a causa del traffico. Tuttavia, sono riuscito ad arrivare in tempo. Sono entrato piano nell’immenso luogo di dolore, di gloria e d’amore, seguendo, senza saperlo, un corteo di macchine che, lentamete, si dirigeva verso l’area riservata ai defunti di religione ebraica. Non immaginavo minimamente che a “guidare” quella “processione” di autovetture, c’era proprio lui: Raffaello Fellah, un ebreo sefardita, il cui cognome in arabo e in ebraico significa contadino. Per un italiano, come me, di cultura cattolica, che per la prima volta partecipa ad un funerale di un’altra religione, l’impatto è stato duro, ma non sconvolgente. Al di là del rito, lento, ripetitivo e angosciante, dei canti, con note che si muovevano su un altro pentagramma, del copricapo indossato dai maschi, il kippah, delle orazioni funebri fatte dai rabbini, il Kaddish, della separazione netta fra uomini e donne, tutto il resto era profondamente “mediterraneo”. Le urla strazianti di un’anziana parente di Raffaello che si colpiva ripetutamente prima la gamba destra, poi quella sinistra, mi riportavano alla mente i dolori delle madri molisane di fronte alla perdita di una figlia. Lo strazio e l’angoscia delle persone che volevano bene a Raffaello, come quello della sua compagna e dei suoi nipoti, non si discostano affatto da quelli che provano uomini e donne sparsi lunghe le coste di questo meraviglioso Mediterraneo, per la pace e lo sviluppo del quale, Raffaello ha dedicato tutta la sua vita.

Ebreo sefardita
Raffaello era, come abbiamo detto, ebrea sefardita, cioè apparteneva agli ebrei provenienti dalla Spagna (Sepharad), dove avevano elaborato una lingua ladina (uno spagnolo popolare) e allacciato stretti rapporti, prima dell’espulsione del 1492, con il mondo musulmano. Furono chiamati Sefarditi, per distinguerli da quelli che abitarono la Germania e le altre regioni dell’Europa centrale e orientale indicati con il nome di Ashkenaziti. Gli ebrei sefarditi riuniscono elementi tradizionali raccolti lungo le loro peregrinazioni. I loro testi antichi risalgono alla Spagna medioevale e il repertorio si compone di ballate, di canzoni che illustrano il ciclo della vita, di brani religiosi ma anche di testi pieni di allegria e di ironia. Per gli ebrei, il fatto di discendere da questo o quel gruppo etno-culturale, oggi, non ha molto significato, perché suo il popolo è da duemila anni sparso in tutto il mondo.

Imprenditore di pace
Raffaello Fellah è stato veramente un imprenditore costruttore di pace. Con tenacia, senza riuscirci fino in fondo, si è battutto per un’intesa tra Israele e i paesi Arabi, per il dialogo interregioligioso, il cosidetto “Trialogo”, neologismo forse inventato da lui, per coinvolgere Israele in progetti in favore dei Palestinesi in Libano, come "Al Sharkia, Joint-Venture.Co. Project 2003-2010". "Al Sharkia" doveva lenire il dramma dei rifugiati ebrei e palestinesi e deve ancora completarsi. “Tempo di pace e di riconciliazione in Terra Santa”, questo lo slogan scelto da Raffaello per il suo progetto, sponsorizzato anche da Giulio Andreotti. L’idea di Raffaello era quella di creare una holding fra partner un tempo nemici giurati e valorizzare così beni e risorse umane, nei confini tra i vari paesi. Un’originale operazione imprenditoriale d’ingegneria finanziaria sostenuta dalla Ue e da altre istituzioni internazionali.


Al Sharkia
Il termine arabo “Al Sharkia” significa “la società”. La soluzione proposta da Raffaello era quella di un piano finalizzato alla classificazione e valutazione dei beni, all’individuazione dei legittimi proprietari e infine, alla “trasformazione” degli stessi beni in titoli per un successivo reinvestimento superagevolato nelle aree poste a cavallo tra i paesi confinanti con Israele, che si sarebbero trasformati così da luoghi ad alto interesse militare in luoghi ad alto interesse economico. Con ciò, affermava Raffaello, si otterrebbero i seguenti risultati: promuovere quello sviluppo economico che è il primo fondamento per la stabilità mediorientale e per portare le generazioni cresciute nella ostilità del cinquantennale conflitto arabo-ebraico a una cooperazione continuata in virtù del possesso di beni in comune; disinnescare la bomba ad orologeria costituita dai profughi, che potranno così, dai rispettivi paesi di residenza e più precisamente nelle zone franche di confine, rifarsi una vita e ricostituire la loro dignità di veri cittadini, in una convivenza fra pari.


La prima volta
Questo progetto era stato messo in bella evidenza anche sul numero Zero dalla rivista italo-araba “Il Raggio”, diretta dal sottoscritto. La storia non è scritta né dai cronisti e neppure dai testimoni oculari, quindi, quello che sto per raccontare può essere “approssimativo” e sicuramente “parziale”. La rivista “Il Raggio”, italo-araba, per il suo lancio, chiede, attraverso l’amico ebreo, un’intervista al sette volte sette Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Era giugno del 2006. Fellah, il contadino, mi dà appuntamento in piazza San Lorenzo in Lucina. Mi parla delle difficoltà che si incontrano nel corso dell’intervista al Presidente e vuole conoscere, per grosse linee, gli argomenti da trattare. I punti centrali dovevano essere, ovviamente, il “Trialogo” e il progetto per i rifugiati. Fissiamo l’incontro con Andreotti che si tiene, regolarmente, il 9 giugno alle 16 nel suo ufficio al Senato di Palazzo Giustiniani. Non dico che mi tremavano le gambe, ma quasi: di fronte a me c’era un pezzo di storia italiana e mondiale. Raffaello mi incoraggiava e interveniva durante l’intervista che è durata circa 2 ore. Mentre io prendevo appunti con la penna, facevo le riprese con una piccola telecamera digitale poggiata su un tavolinetto, Raffaello scattava le foto, per me, ovviamente storiche (le foto dell’intervista con Andreotti sono presenti su questo blog). Dopo i ringraziamenti, le solite battute del tipo, io ero redattore al Ministero degli Affari Esteri, la Roma comprerà finalmente un attaccante valido, venne fissato l’appuntamento all'Ifad (Fondo Internazinale per lo Sviluppo Agricolo delle Nazioni Unite) per la presentazione della rivista "Il Raggio". Nonostante il riferimento alla Roma, il calcio rimase al di fuori di ogni programmazione a breve termine. Il Presidente, allora, prese il suo taccuino, lo scorse per ben due volte e disse: “La presentazione della Rivista "Il Raggio" la faremo alle ore 16 del 22 giugno prossimo”. Ironia della sorte! Era esattamente la data e l'ora in cui la Nazionale italiana di cacio giocava a Berlino una partita "decisiva" per il campionato mondiale: Gruppo E, contro la Repubblica Ceca, finita tra l’altro 2 a 0 per gli azzurri. Nessuno si accorse di questa "incresciosa" coincidenza, nemmeno nei giorni successivi. Il disastro incombeva sull’evento all'Ifad. Ma le scelte del Presidente non si mettono in discussione. Un lavoro frenetico. Prima di tutto occorreva “sbobinare” l’intero nastro registrato in video, riscrivere le domande ed “aggiustare” le risposte, fare i titoletti, e, la cosa più difficile fare il corsivo di presentazione dell’intervista. Per ore e ore, fino a poco prima dell’Ok si stampi, Raffaello mi tenne inchiodato al telefono: “stai attento, questo non piace a Tizio ..., smussa, se no Caio..., dai più slancio a questo verbo, taglia un po’ la domanda, controlla i congiuntivi …”. Il tempo era veramente scarso e tiranno. Mancavano pochi giorni alla fatidica data e l’intervista non era ancora “chiusa” e né, tantomeno, poteva essere rivista con calma ed con buon anticipo dal Presidente, come correttezza vuole. Il giorno prima della presentazione, finalmente, arriva, tramite Raffaello, l’intervista nelle mani di Andreotti. Il giorno della presentazione, quella maledetta data sbagliata per via della Nazionale di calcio italiana, tutto è pronto all’Ifad. Alle ore 12.30 arriva l’infausto messaggio di un malore del Presidente che si scusava per la sua forzata assenza. Il panico. Rai 3 aveva già acceso le luci e piazzato le telecamere, Radio Radicale stava provando i microfoni per la diretta radiofonica. Il caldo, inoltre, accentuava questa situazione di incubo. La voce del “ritiro” di Andreotti si sparse in un baleno, mentre venivano distribuite le copie della rivista, nella quale era presente il fascicolo del progetto dell’ebreo sefardita. Intanto, anche il Chairman della riunione, quello nominato da Andreotti, aveva dato forfait (lo stesso mal di pancia?). La sala verso le 14.30 mostrava grandi spazi vuoti. Che fare? Annulare tutto? Solo un miracolo ci poteva salvare: Raffaello.


Come un condottiero
Alle 15 e 35, Raffaello sale sul palco della presidenza, e come un condottiero senza esercito, prende in mano la situazione. Dirige i lavori con maestria, parla in inglese, risponde in francese, traduce dall’arabo, chiude la seduta in italiano. Gli astanti restano affascinati dalla sua bravura, dalla sua sobrietà, della sua semplicità. Affronta, nel corso di questa conferenza stampa, cose difficili parlando un linguaggio semplice e comprensivo. Parla di ideali, di full partnership, ma anche di cose concrete (come si finanzia una rivista). Si fa intervistare dal Tg3 e dalle altre testate presenti. La registrazione integrale della conferenza stampa presieduta da Raffaello (“Per un dialogo euro arabo”) è tuttora presente negli archivi di Radio Radicale. Su circa due ore di registrazione, il Contadino occupa quasi un terzo delle conversazioni. Veramente un grande uomo che non si perde d’animo nemmeno di fronte a difficoltà che, agli altri, sembrano insormontabili.


La seconda volta. Due senza tre
Dopo il flash-back, torniamo ad oggi. Durante la cerimonia del saluto al defunto, l’intervento più seguito ed applaudito è stato quello di un amico ebreo di Raffaello. Tutte le idee, i progetti, i piani, i disegni e le illusioni sono state “pagate” personalmente da Raffaello, che molto spesso si è trovato da solo. Le idee, i progetti, i piani, i disegni di Raffaello adesso hanno bisogno di un “successore” che dovrà raggiungere gli obiettivi, evitando opportunamente le illusioni. Guardandosi attorno, durante la cerimonia funebre, pesa la mancanza di una persona. Questa è la seconda volta. Ormai, purtroppo, in questo mondo, non ci può essere una terza!


Il “Trialogo”
Oggi, al Cimitero di Prima Porta, mentre gli amici e i parenti riempivano la fossa con la terra del suolo romano “cristiano”, nel quale è stata deposta la salma di Raffaello, tra i canti e i salmi in lingua ebraica, si è alzata una voce araba di un suo “conterraneo libico” che ha recitato alcuni versetti del Corano. Il “Trialogo”, che hai tanto voluto, Raffaello, si è concretizzato, forse, troppo tardi.

8 settembre 2008

Raffaello Fellah. L'ebreo dialogante

Raffaello Fellah. L'ebreo dialogante
di Roberto Maurizio







È morto a Roma, il 6 settembre scorso, Raffaello Fellah, uno degli esponenti di spicco della Comunità Ebraica Italiana di origine libica. Nato a Tripoli, il 17 maggio 1935, Fellah era già un affermato imprenditore in Libia quando giunse in Italia nel 1967 come profugo dopo l'espulsione degli ebrei libici. Amministratore delegato del gruppo La Cascina-Roma, Fellah è stato presidente dell'organizzazione mondiale degli ebrei di Liba e membro della Federazione Sefardita Mondiale; cofondatore con il senatore Giulio Andreotti e Camelia Sadat, dell'associazione "Il Trialogo" per il dialogo tra le tre grandi religioni monoteiste. Membro del Consiglio di amministrazione del mensile 30 Giorni, Fellah è stato anche consigliere economico del presidente Arafat per la zona industriale di Gaza, nell'ambito del sostegno al processo di pace tra israeliani e palestinesi. Alle elezioni europee del 2004, è stato candidato insieme a Francesco Rutelli, di cui era amico come per il senatore Andreotti, per i democratici. I funerali si svolgeranno a Roma, domani, martedì 9 settembre alle ore 10.

I temi cari a Raffaello



Nella sua trentennaie attività per la pace e le riconciliazioni tra i popoli è stato promotore di numerose iniziative e convegni internazionali. Ecco i principali temi verso i quali si è battuto tenacemente: “Difendere i patrimoni religiosi di ciascun Paese e riscoprire i valori fondamentali ed etici comuni alle tre religioni monoteiste”; “Contrastare il razzismo nelle sue manifestazioni antiche e moderne”; “Rafforzare le attuali politiche mediterranee affinché tutta l'Italia, attraverso il Centro ed il Mezzogiorno, trovi un ulteriore fattore di sviluppo associandosi ai mercati dei Nord Africa e Medio Oriente”; “Incentivare gli investimenti di imprese italiane nei Paesi dei Mediterraneo e del Medio Oriente in particolare nel settore dei turismo e della valorizzazione dei patrimonio storico e ambientale, contribuendo così allo sviluppo economico di queste aree e prevenendo quindi la piaga dell'emigrazione”; “Valorizzare il lavoro italiano all'estero a tutela delle nostre capacità umane e personali come ponte per la ricostituzione di proficue relazioni in quei paesi ín cui sono state e sono presenti collettività italiane”; “Sostenere le attività artigianali, commerciali e della piccola-media impresa creando una rete di assístenza professionale in loco”; “Favorire la formazione dell'imprenditorialità giovanile con politiche di accesso al credito agevolato e la professionalità dei neolaureati, promuovendo l'interscambio culturale finalizzato al perfezionamento post-laurea ed il successivo inserimento nel mondo dei lavoro”; “Sostenere il ruolo dei Parlamento Europeo nel Processo di Pace in Medio Oriente garantendo ai paesi direttamente interessati, Giordania, Israele e Palestina, in caso di vero decollo della pace, un contestuale accordo di associazione all'UE”.

Giulio Andreotti disegna Fellah
Di lui il Sen. Giulio Andreotti ha detto: “Raffaello Fellah è un tipo veramente straordinario. Lo conobbi in un’assemblea di profughi dalla Libia che si svolgeva in un clima molto acceso, di recriminazioni, avvilimento, propositi vendicativi. Fu l'unico che, alzatosi, parlò in termini opposti. Era inutile gridare e illudersi; bisognava invece ricominciare da zero, pur sperando che sia da Tripoli sia dal governo italiano si avesse qualche indennizzo per tutto quello che avevano perduto: per molte famiglie era il frutto del lavoro di decine di anni di fatiche. Non ottenne successo, ma servì almeno ad attirare l'attenzione dei più giovani, ebrei e non, sensibili al richiamo comparativo delle doti della loro gente rispetto agli altri.
Mi colpì anche il tono con cui Fellah aveva parlato di Italo Balbo. Non era davvero di moda parlare bene di un gerarca fascista. In particolare disse che, disobbedendo a Mussolini, non aveva dato applicazione alle leggi razziali. Qualche tempo dopo partì da Fellah la proposta di un comitato per attivare buoni rapporti tra cristiani, israeliti e islamici. Aderii a questo Trialogo, di cui fu con lui promotrice la figlia del Presidente Sadat, ucciso dopo la coraggiosa riconciliazione con Israele. Sulla scia di questo indirizzo, Fellab si attivò molto perché gli stessi israeliani parlassero con i palestinesi, sostenendo apertamente questa necessità anche in manifestazioni pubbliche a Gerusalemme. Arafat dimostrò fiducia nell'ebreo dialogante e gli ha affidato anche l'incarico di rappresentarlo in un’iniziativa imprenditoriale comune con gli ebrei, a cavallo del nuovo insediamento in un territorio ex occupato. Ho potuto altresì constatare di persona il rispetto di cui gode presso il colonnello Gheddafi, originato credo proprio dal suo ruolo di non contestatore e di corretto richiedente di riparazioni".