7 agosto 2008

Berlusconi, Pechino e l'Elefante

Berlusconi, Pechino e l’Elefante
di Roberto Maurizio

Domani, 8 agosto 2008, alle ore 8 e 8 minuti (20 e 8), sarà dato l’avvio, a Pechino, alla più grande olimpiade di tutti i tempi. Tra gli altri Capi di Stato e di Governo, parteciperanno Bush, Sarkozy, Lula e Bouteflika. Il grande capo Berlusconi sarà assente. Solo un mese fa, il grande capo aveva confessato al Giornale che era propenso “per il sì, anche se devo ancora parlare con Sarkozy e Bush". Berlusconi, secondo il Giornale, in realtà non aveva ancora deciso, e voleva uniformarsi con le decisioni degli altri grandi leaders. “Io - aggiunse però il premier - ho sempre sostenuto che le Olimpiadi sono nate per affratellare i popoli e si tratta di un’occasione da non perdere è quindi per questo che andrò". Peccato che il grande capo non ha la memoria di un Elefante!

Andrea Pinifarina: la maledizione del casco

Andrea Pininfarina: la maledizione del casco
di Roberto Maurizio
Il casco di Valentino Rossi

Una vita finita «nella fitta nebbia»

La Vespa di Andrea Pininfarina, dopo l'incidente

Oggi, 7 agosto 2008, Andrea Pininfarina, 51 anni, è stato investito da un'auto mentre era alla guida della sua Vespa, con il casco. L'imprenditore è morto sul colpo, nonostante il casco. L'incidente è avvenuto questa mattina, poco dopo le 8, in via Torino, a Trofarello. Probabilmente era diretto, con la Vespa e con il casco, a Cambiano, un comune distante circa tre chilometri dove ha sede la storica carrozzeria torinese. Il corpo, con il casco, è stato rimosso dal luogo dell’incidente pochi minuti prima delle 11, dopo l’intervento del 118 il cui elicottero è atterrato inutilmente, nonostante «la fitta nebbia» che c'era in quel momento, nella vicina piazza Europa. Non si vedeva nemmeno il casco .

Andrea Pinifarina

Il casco
E’ stata condotta una dura battaglia per far indossare i caschi ai motociclisti. Dopo anni di “ligia assunzione” del casco da parte dei centauri, non esiste una statistica che evidenzi inequivocabilmente i vantaggi di questa protezione. Anzi, secondo alcuni dati dell’Istat, il numero dei decessi è aumentato dopo la legge che imponeva l’obbligatorietà del casco. Gli unici benefici reali e consistenti li hanno avuti gli imprenditori fabbricanti dell’aggeggio che doveva salvare la vita ai motociclisti, il casco. Le quotazioni dei “mercanti di protezione obbligatoria della testa” in borsa sono aumentate, mentre centinaia e centinaia di centauri ogni giorno lasciano il loro corpo esanime, con il casco, sui cigli delle strade italiane. Il corpo di Andrea Pininfarina, con il casco ben indossato, è rimasto per qualche minuto sull’asfalto con qualche barlume di vita. Poi, niente, la morte. Se non avesse avuto il casco, Andrea avrebbe avuto la possibilità di sentire con le orecchie, vedere con gli occhi a 180 gradi, sentire la presenza di una macchina che non gli dava la precedenza?

Ironia della sorte

Uno dei tanti incidenti dei centauri

Mentre i produttori di caschi quotati in borsa si arricchiscono e vedono salire le loro quotazioni, la morte di Andrea, del centauro con il casco, ha procurato la sospensione del titolo Pininfarina per eccesso di rialzo, dopo aver fatto segnare un guadagno del 9,78% a 6,6 euro, con scambi paria allo 0,5% del capitale!

6 agosto 2008

Vacanze molisane

Un'estate al mare
di Roberto Maurizio

Campomarino, Mareggiata - Spiaggia "La Vela" -

Tra le Tremiti, la Maiella e il Gargano


La Maiella dall'Hotel Santoianni di San Martino in Pensilis

Dopo una breve pausa torna il blog "Stampa, Scuola e Vita". La località scelta per un primo assagio dell'estate è stata la "ridente" cittadina del Basso Molise. "Ridente", non so, "Basso", forse sì. Il paese, San Martino in Pensilis, provincia di Campobasso, si trova su una collina a pochi chilometri dal mare Adriatico. Un delizioso albergo, con poche stelle ma con tanta cortesia e tanta pulizia, Hotel Santoianni, si trova a metà strada tra le Tremite, la Maiella e il Gargano.


Quattro giorni di pioggia

Le Isole Tremiti dalla Spiaggia La Vela di Campomarino

Un luglio così, gli agricoltori del Basso Molise non se l'aspettavano. E nemmeno i "villeggianti"! La sfuriata di nubi, che si succedevano l'una dopo l'altra, ha portato refrigerio ed ha "lavato" il terreno, il cielo e il mare. A 14 miglia di distanza si potevano "toccare" le Isole Tremiti, definite per la loro incantevole e incontaminata bellezza, "le perle dell'Adriatico". L'aria pulita che si respira dopo un temporale, dopo una mareggiata, dopo che il maestrale si abbatte sulla costa adriatica, fra Termoli e il Gargano, consente la realizzazione di un fenomeno affascinante: l'avvistamento delle "perle dell'Adriatico" dalla spiaggia di Campomarino. Le Tremiti sembrano galleggiare sull'orizzonte, come una nuvola che sta sciacciando un "pisolino".

...continua

20 luglio 2008

Se non ci fosse Bossi!

'O Sole mio
di Roberto Maurizio
Schiavi di Roma
L'unico politico italiano, che ravviva una scena ormai prossima alla chiusura delle saracinesche, è Bossi. Con il medio in alto, sbeffeggia l'Inno d'Italia. "Schiavi di Roma"?

Il Sole splende a Sud
Che l'Inno di Mameli non sia il "nonplusultra", si sapeva. Gli inni nazionali più gettonati sono quello russo (riciclato dall'Urss), quello americano (Usa), quello britannico. Il più "deficiente" (in quanto "mancano" le parole) quello spagnolo. Molto più bello di tutti è "Va, pensiero" di Verdi (Viva emanuele re d'italia). Personalmente, propongo come inno italiano "'O Sole mio", quel Sole del Sud che porta i professori "terroni" che sono "costretti" ad abbandonare le proprie famiglie per andare ad educare un popolo di pelandroni che non riescono nemmeno a formare un classe docente propria, sempre impegnati a "lavurar" per fare i soldi, senza idee, senza ideali, senza Sole.

Caro Bossi, tieniti la tua nebbia



Il formaggio senza pere

Ma ti sei mai chiesto, capo leghista, se i professori sono contenti di venire a svernare in quelle terre in cui la nebbia serve solo per far "maturare" il parmigiano? Che cosa avete di più di quello che noi del Sud non abbiamo: i soldi. Ma credi che con i soldi ti puoi comprare la felicità?


I matti servono
Senza matti il mondo non gira. Ma c'è un limite! Il governo Prodi è caduto perché aveva i matti in casa. Berlusca, che credeva di governare per 5 anni, con la Lega perderà i consensi e sarà costretto a dimettersi. Quale è la ricetta da seguire? Via i matti! L'Italia ha bisogno di persone serie, di due soli partiti senza matti. Matto sta per estremista, che dice quello che vuole senza tener conto delle conseguenze, come se non ci fossero la borsa, l'economia, la politica internazionale.


Viva l'Italia Meridionale
Mentre Sarkozy sta cercando di unificare l'Europa con il Mediterraneo, la Lega vuole essere autonoma. Che lo diventi! Faremo un'Italia del Sud rivolta al Mediterraneo, che ha molti più soldi della Padania. Padania, senza la globalizzazione, sei perduta! La nebbia "maturerà" il parmigiano che dovrà essere mangiato solo dai "maturandi" studenti preparati da quatrro professori leghisti.

17 luglio 2008

Astronomia. Problemi di "Vista"

Quando nasci, sogni il cielo
di Roberto Maurizio


Il cielo, l'Universo, le nuvole, le stelle, i pianeti, le galassie sono sopra le nostre teste. Si guarda in alto per non vedere la televisione. Il rumore della via Lattea è così silenzioso che nessuno si accorge di appartenere totalmente a questo immenso fiume di astri, di nebulose, di buchi neri. Per non perdere un'occasione unica, cioè quella di guardare direttamente in alto, ti compri un telescopio. Fantastico. Vedi i crateri della Luna, vedi Giove, vedi Saturno. Poi compri il software per inseguire le stelle, poi la webcam, poi la macchina fotografica digitale, poi tutti gli obiettivi possibili. Finalmente, vediamo sul computer quello che trasmette il telescopio. "C'è un problema di Vista". Windows Vista non è compatibile. Ma signori, capisc a me (come direbbe Di Pietro) come è possibile? Qui, in Italia si parla di fannulloni, di finanziaria, di giustizialismo e nessuno difende i poveri consumatori, che fanno bene a non comprare più nulla, visto lo sfascio di questa Italia. Ti fai un sito con Register, collegato a Google (solo che Google è serio, e mi permette, fino a prova contraria di trasmettere) e non funziona, prendi un altro sito con Register pagando soldi in abbondanza, e non funziona. Compri un telescopio, pagando l'ira di dio, circa 15 stipendi mensili di pensionati di Maratea, e il problema resta: è Vista. Visto che dobbiamo continuare così, allora diamo l'addio a una proposta mai avanzata in finanziaria (rendiamo obbligatoria l'Astronomia come disciplina fin dalle elementari), diamo un calcio alle associazioni di astronomi che chiedono soldi, quando invece dovrebbe essere gratuita l'iscrizione (la nicchia diventerà sempre più improbabile, se continuerà nel suo monopolio del cavalo), diamo una zampata ad un mondo irreale che potrebbe contribuire allo sviluppo socio culturale di un'Italia che perde sempre più posizioni, anche grazie a loro, alle Lobbies senza potere, con il potere di rendere più rarefatte la cultura e la scienza.

Rom. Le impronte digitali

Le impronte digitali
di Roberto Maurizio

Cretino
Non esiste essere di destra o di sinistra. Occorre essere intelligenti. Prendere le impronte digitali agli zingari era veramente una cretinata. In realtà, cretino deriva da cristiano. Cioè quella persona semplice che agisce per la giustizia, per la difesa dei più deboli, per un mondo basato sulla dolcezza, sull’umanità, sul rispetto di Dio. Ora tutto è risolto: si prendono le impronte digitali di tutti, così nessuno sarà più cretino.

Razzismo
L’ipotesi di prendere le impronte digitali solo agli zingari non era solo da considerare estremamente cretina, ma era un’operazione di stampo decisamente razzista.

I costi
Quanto costa prendere le impronte di 60 milioni di italiani? Per un’impronta 6 euro moltiplicata per 60.000.000, 360.000.000 milioni di euro.


Chi lo dice a mia suocera che sarà schedata come le prostitute?
Quando le nostre vecchiette riceveranno l’invito a farsi schedarsi ci sarà da ridere. Sotto Mussolini non ho mai dato le mie impronte, sotto la Dc mi davano l’impronta, con il compromesso storico stavo peggio di come stavo prima, e, adesso, devo dare le impronte alla patria? Sarò schedata come una prostituta?


Infine
Meglio di così non poteva andare. Risolviamo tutti i problemi con le impronte. Ma chi si occuperà della vita “normale”degli zingari? Chi non farà sentire la suocera simile a una prostituta? Chi proteggerà le prostitute?


Un’estate rovente
Il caldo aiuta l’Inps e Inpdap. Muoiono stecchiti molti vecchi, contenti di non essere più inseriti nelle liste degli assistiti da questa Italia ingrata. Mentre il problema dei leghisti è quello dei Rom, quello di Di Pietro è arrestare tutti, nel bene e nel male, quello del Pd è tornare a governare, nel bene e nel male, quella della Pdl è salvare Berlusconi e tutti i filistei, nel bene e nel male, la vecchia popolazione degli italiani ultra ottantenni cade, una ad una, come erba ingiallita, abbandonata a se stessa con lo sguardo rivolto verso l’alto solo nel male. E solo lassù potranno avere una ricompensa. Tutta una vita per la Patria, tutta la Patria contro, tutta la sinistra e la destra contro, insieme per stroncare la loro vita, nel bene e nel male.

16 luglio 2008

Tutti i tetti di Roma

Tutti i tetti di Roma
di Roberto Maurizio


NON E' ANCORA UNA POESIA

Quando a 16 anni vieni trasportato da una realtà ad un'altra, non sei né cavolo né pesce. Dimentichi il tuo passato, ma non puoi fare a meno di non apprendere completamente il tuo futuro. Il romanesco non è la mia lingua, il molisano (che non esiste come aggettivo per distinguere un'idioma) non è la mia lingua. Nonostante ciò, cercherò in questa improbabile poesia di raccontare un fatto. Con un super cannocchiale riesco a vedere San Pietro da Cinecittà, settimo piano. Ergo, tutti i settimi piani vedono San Pietro. Ma San Pietro vede tutti i settimi piani? Il romanesco è improprio e impreciso, ma un domani qualcuno mi aiuterà ad aggiustarlo.

Na Basilica che sona più li morti che li vivi

Nun ce se crede! Sott'ar Cuppolone,
tutti i tetti sono iguali.
Ma dai tetti, nascosto, sghimbescio, de traverso,
de sguincio, sta muraglia che s’alza al cielo
se po’ vede’ come 'na sorella, 'na mamma, 'na modella.
Dai tetti romani dell’Est, s’erge, a sinistra,
De Monte Mario e, a destra, de Garbatella.
Al centro Don Bosco. L’ultimo in classifica
Vorrebbe primeggia’ cor Papa.
'Na Basilica che suona più li morti che li vivi
Se pone come “prima”, al centro, e centra il botto.
Ecco la verità: anche si nun sei nessuno
Sei come Dio.
Tutti i tetti di Roma
Guardano San Pietro.
San Pietro guarda in alto
E in basso ritrova la sua gente.

15 luglio 2008

Omar Assan, Sudan, Ottaviano Del Turco, Abruzzo

Il Darfour confina con l’Abruzzo
di Roberto Maurizio

Omar Hassan e Ottaviano Del Turco. Profumo di arresti
L’unico elemento che lega Hassan, il Presidente del Sudan, a Del Turco, Governatore dell’Abruzzo, è la data 14 luglio 2008. Mentre a Parigi, il Presidente Sarkozy accoglieva l’Europa e il Mediterraneo, in altri siti di questa strana Europa (L’Aia e Ovindoli), si scatenava la furia giustizialista: in manette e buttato nelle carceri il Governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco, in manette con la promessa di buttarlo nelle carceri europee il Dittatore sanguinario del Sudan, Omar Hassan al Bashir. Fra i due uomini politici non esiste nessuna correlazione, se non quella di essere “colpevoli” prima di un giudizio. Se verrà confermata l’accusa contro il Governatore dell’Abruzzo, allora non esisterà nessuna pietà. Se verrà confermata l’accusa contro il Presidente del Sudan, allora non esisterà nessuna pietà. Genocidio e associazione a delinquere. Due accuse pesanti, con il profumo di giustizialismo. E’ mai possibile che tutte le colpe ricadano sul Presidente del Sudan? E’ mai possibile che Del Turco si sia infangato di atroci delitti? Se sì, allora bisogna che la giustizia faccia il suo corso. In caso contrario, gli autori delle accuse dovrebbero assumersi le loro responsabilità, di fronte alla storia.

Chiesto l’arresto di Omar Hassan al Bashir

Il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Luis Moreno Ocampo, ha inoltrato, oggi 14 luglio 2008, alla Camera della Corte il mandato d'arresto per il Presidente del Sudan Omar Hassan al Bashir per genocidio e crimini di guerra relativamente alla crisi del Darfur. Immediata la replica del Governo del Sudan che ha detto di non riconoscere l'atto formale d'accusa contro Moreno Ocampo. La Cpi, la cui sede è all’Aia, in Olanda, è diventata una realtà il primo luglio 2002, dopo la ratifica del Trattato istitutivo a Roma da parte di sessanta Paesi. Dal primo giugno scorso, i paesi sono diventati 106. La Cpi è presieduta dal canadese Philippe Kirsch e conta 18 giudici. I crimini che entrano nella giurisdizione della Corte sono il genocidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, fra cui lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la tortura, lo stupro, le persecuzioni per motivi razziali, etnici o religiosi, la deportazione o l’apartheid. Nello statuto figura anche «il crimine di aggressione», ma non è stato ancora meglio definito. Contrariamente ai tribunali "ad hoc" creati per giudicare i crimini commessi durante un determinato conflitto, come il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia o il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, la Cpi ha una giurisdizione priva di scadenze temporali. La Corte può essere invocata dagli Stati firmatari del Trattato di Roma. Il suo procuratore può anche prendere l’iniziativa d’ufficio. In entrambi i casi, la giurisdizione della Corte può essere esercitata solo sul territorio di uno Stato firmatario dello Statuto di Roma. Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu può chiedere l’intervento della Corte. In questo caso, la giurisdizione della Cpi può estendersi a uno Stato che non ha firmato lo Statuto, come nel caso del Darfur. La sua giurisdizione si esercita indipendentemente dalla nazionalità del responsabile dei crimini. Uno Stato che non ha ratificato il Trattato può accettare la giurisdizione della Corte in un caso particolare. In virtù del principio di complementarietà, la Corte può intervenire unicamente nei casi in cui la giustizia nazionale non può o non vuole trattare in maniera adeguata i crimini che competono alla giurisdizione della Cpi. La giurisdizione della Corte non è retroattiva, pertanto la Cpi può giudicare solo i crimini commessi dopo il primo luglio 2002. Il procuratore della Cpi, l’argentino Luis Moreno-Ocampo, ha avviato indagini in quattro Paesi africani: Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Sudan e Repubblica Centrafricana. Ha già emesso 12 mandati di arresto: sette sospetti sono oggi latitanti. Sono stati arrestati quattro congolesi, trasferiti poi al centro di detenzione dell’Aia: i capi delle milizie Thomas Lubanga, Germain Katanga e Mathieu Ngudjolo Chui, accusati per il ruolo avuto nella guerra civile nell’Ituri, regione orientale del Congo, e l’ex capo dei ribelli e vicepresidente Jean-Pierre Bemba, accusato di crimini commessi dai suoi uomini nella Repubblica centrafricana. In Sudan la tensione crescente per la richiesta di incriminazione per crimini di guerra del presidente Omar al-Beshir ha costretto le Nazione Unite e l'Unione Africana a evacuare il personale non essenziale della missione Unamid in Darfur. Ne ha dato notizia un portavoce del palazzo di Vetro specificando però che i caschi blu Onu e i baschi verdi dell'Ua resteranno sul posto. Anche a Roma, come in altre capitali europee, si è svolta una manifestazione a sostegno della richiesta di incriminazione del presidente del Sudan, ritenuto responsabile di crimini di guerra in Darfur. La comunità darfuriana in Italia e l'associazione Italians for Darfur hanno organizzato un presidio di fronte all'ambasciata sudanese.

Arrestato il Governatore Ottaviano del Turco


Quando all’Aia si svegliano le galline e i galli per il mandato di cattura al Presidente del Sudan, ad Ovindoli, in Abruzzo, il 14 luglio 2008, si concretizza l'accusa nei confronti del Governatore, Ottaviano Del Turco. Associazione a delinquere e truffa. Nella stessa inchiesta sono coinvolti anche diversi assessori regionali e alcuni esponenti politici. Dieci, in tutto, le persone arrestate e 25 quelle indagate, con ipotesi di reato che vanno dall'associazione per delinquere, riciclaggio, concussione, corruzione, truffa aggravata, falso e abuso d'ufficio. Con Del Turco, sono così finiti in carcere il Segretario Generale della Giunta Regionale ,Lamberto Quarta, l'Assessore alle Attività produttive Antonio Boschetti, il capogruppo Pd In Consiglio regionale Camillo Cesarone e l'ex Direttore Generale della Asl di Chieti Luigi Conga e Gianluca Zelli. Il gip Michela Di Fine ha invece disposto gli arresti domiciliari per Giancarlo Masciarelli (ex presidente della Fir), Vito Domenici (ex assessore regionale alla Sanità), Bernardo Mazzocca (attuale assessore regionale alla Sanità) e Angelo Bucciarelli. Al direttore dell'Agenzia regionale sanitaria, Francesco Di Stanislao, è stata applicata la misura del divieto di dimora a Pescara. Un'indagine, quella della procura di Pescara, partita dall'esame della cartolarizzazione dei crediti vantati dalle case di cura private nei confronti delle Asl abruzzesi. Secondo gli inquirenti, vi sarebbero stati movimenti di denaro per circa 15 milioni di euro. Contestualmente agli arresti, gli uomini della Guardia di Finanza hanno svolto perquisizione nella casa del presidente della Regione a Collelongo, a Palazzo Centi (sede della Presidenza della Regione Abruzzo) e nella sede del Consiglio regionale a L'Aquila. Intanto Ottaviano Del Turco ha raggiunto il carcere di Sulmona. Del Turco è arrivato a bordo di un'Alfa Romeo 156 di colore grigio e ad attenderlo c 'era una piccola folla di fotografi e cineoperatori. Nell'istituto sulmonese, che viene considerato uno dei supercarceri più moderni, è stato sistemato in una zona di massima sicurezza dove viene sorvegliato a vista. Dalle notizie trapelate nel pomeriggio tutti gli arrestati resteranno in regime di isolamento per 3 giorni e poi si darà corso agli interrogatori di garanzia.

14 luglio 2008

Salviamo l'Otto di Picche. Tarek Aziz

Salviamo il Soldato Yuhanna. Tarek Aziz
di Roberto Maurizio
Contro la condanna a morte
Dopo 5 anni di detenzione l’ex vice premier di Saddam, Mikhail Yuhanna, meglio conosciuto come Tarek Aziz, sta per essere condannato a morte dai giudici iracheni. E’ stato imputato per l’esecuzione di decine di commercianti nel ‘92. “Stampa, Scuola e Vita” ha lanciato una campagna per la salvezza del Soldato Yuhanna, rivolta soprattutto ai cristiani e ai cattolici. Infatti, Aziz, era l’unico cristiano caldeo nell’entourage del Raìs. L’appello è rivolto, in primo luogo, a Ingrid Betancourt, che ha avuto tanta solidarietà, da parte di tutto il mondo, durante la sua prigionia, compresa quella di “Stampa, Scuola e Vita”.

Salviamo l’Otto di Picche



“L’Otto di Picche” nel mazzo degli iracheni più ricercati dagli Stati Uniti rischia la pena capitale. Aziz, un cristiano in un regime musulmano, deve la sua fama alla sua abilità diplomatica e allo stile “occidentale”.

Giuliana Sgrena e Aziz
Un articolo pubblicato su “il manifesto” il 20 maggio 2008, a firma Giuliana Sgrena, presenta il quadro più esauriente e veritiero mai prima pubblicato sulla vita dell’ “Otto di Picche”. Dato lo spessore e l’interesse dell’articolo lo riproponiamo ai nostri lettori. Sono stati effettuati alcuni cambiamenti “tipografico-editoriali”, del tipo Tarek, invece di Tareq, Papa al posto di papa, e inserito qualche titoletto, tipo “Il figlio di un cameriere”.



Alla sbarra Tarek Aziz, volto credibile di Saddam
L'unica voce cristiana in un regime rigidamente musulmano. Mikhail Yuhanna, nome rifiutato e cambiato in Tarek Aziz da adulto - dopo aver maturato posizioni laiche e socialiste - per evitare di essere troppo identificato con la sua appartenenza religiosa alla chiesa caldea irachena, sarebbe diventato l'otto di picche nel mazzo di carte degli uomini più ricercati dagli americani. Piazzato al numero 43 in una lista di 55 tra i personaggi più ricercati dagli Stati uniti dopo l'occupazione dell'Iraq nell'aprile del 2003, la sua collocazione rispondeva forse più alla scarsa pericolosità dell'uomo che all'importanza di Aziz nella gerarchia del regime che governava l'Iraq. Tarek Aziz è stato sicuramente il volto più presentabile del regime di Saddam Hussein, con uno stile e un comportamento accettabile anche per l'occidente. E' stato il personaggio più presente sulla scena internazionale, soprattutto nei momenti cruciali per la storia recente dell'Iraq, per la sua abilità diplomatica ma anche perché il raìs non si spostava troppo per problemi di sicurezza.


Il figlio di un cameriere
Una figura diversa dagli altri «compagni di Saddam», anche per la sua formazione oltre che per essere l'unico non musulmano e non appartenente al clan dei «tikriti» (Saddam era di Tikrit) a guidare il paese dei due fiumi. Nato nel 1936 a Tel Kaif, vicino a Mosul, dove la presenza caldea è più concentrata, da una famiglia umile - il padre era un cameriere - si era laureato in letteratura inglese all'Accademia delle belle arti di Baghdad, acquisendo una perfetta conoscenza della lingua anglosassone. Ancora giovane, nel 1957, si era iscritto al partito Baath, ai tempi della rivoluzione anti-monarchica quando al potere era re Faisal.



Un professore salvato dalla cattedra
La sua formazione l'aveva portato a dedicarsi al giornalismo per poi diventare l'editore del quotidiano del partito Baath, al Jumuriya prima e al Thawra poi. Una scelta che favorirà l'inizio della sua carriera politica quando, negli anni 70, diventerà ministro dell'informazione, un ruolo particolarmente delicato nei regimi in cui i media devono essere supercontrollati. Nel 1977 Tareq Aziz, unico non musulmano, entra a far parte del Consiglio del comando della rivoluzione, l'organismo alla guida del paese formato dagli esponenti del partito Baath più alti in grado e fedeli al raìs. Tareq Aziz è sopravvissuto alle alterne fortune - e alle feroci purghe - che hanno coivolto il regime ed eliminato altri esponenti del partito e soprattutto ex fedeli di Saddam. Le sue posizioni laiche e la sua foggia occidentale, i suoi sigari cubani, ne fanno un personaggio particolarmente inviso ai musulmani integralisti. Che attraverso membri del partito (religioso, sciita) Dawa attentano alla sua vita nel 1980 mentre si trovava all'università Mustansiriya di Baghdad. Il vice primo ministro si salva miracolosamente buttandosi sotto una cattedra. Il clima era teso: la deportazione in Iran di esponenti kurdi fayli (sciiti) aveva esacerbato la situazione alimentando la repressione del regime contro gli sciiti. In seguito all'attentato contro Tareq Aziz veniva varata una risoluzione che prevedeva la pena di morte per gli appartenenti al partito Dawa, il principale partito religioso sciita dell'epoca (fondato nel 1956 per contrastare il forte Partito comunista). Lo scontro con gli sciiti sarebbe esploso, nel settembre dello stesso anno, con la guerra per il controllo dello Shatt el Arab contro l'Iran.


Tra Mosca e Washington


E' questa l'occasione per manifestare le grandi capacità diplomatiche di Tareq Aziz: dopo aver stabilito forti relazioni economiche con l'Unione sovietica, nel 1984, nella veste di ministro degli esteri, viene ricevuto alla Casa bianca dall'allora presidente statunitense Ronald Reagan, un incontro che porterà alla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e Baghdad e a un appoggio Usa nella guerra contro l'Iran. Finita la guerra con l'Iran nel 1988 la pace sarebbe durata poco. E il compito di Tareq Aziz si sarebbe presentato sempre più difficile. L'occupazione del Kuwait, nel 1990, impone al diplomatico iracheno un tour delle capitali straniere per cercare supporto all'Iraq contro l'embargo e l'ultimatum imposto dagli Stati uniti. Inutilmente. Alla vigilia dello scoppio della guerra, il 9 gennaio 1991, sotto i riflettori dei media di tutto il mondo, Tareq Aziz incontra a Ginevra il segretario di stato Usa, James Baker, che chiede il ritiro unilaterale dell'Iraq dal Kuwait. Il colloquio si sarebbe rivelato un dialogo tra sordi senza possibilità di intesa. La lettera di Bush che poneva le condizioni (il ritiro incondizionato dell'Iraq dal Kuwait) veniva rifiutata da Tareq Aziz, nonostante le minacce degli americani. La situazione precipitava: il 17 gennaio 1991 iniziava la prima guerra del Golfo. Quaranta giorni di bombardamenti fino al ritiro di Saddam dal Kuwait. Cessava il fuoco ma non l'embargo che colpiva soprattutto la popolazione civile. Il ruolo di Tareq Aziz rimaneva fondamentale: a lui si rivolgevano le forze internazionali sensibili ai problemi umanitari che affliggevano la popolazione irachena. Ed era sempre lui, ancora al suo posto, a ricevere delegazioni internazionali che giungevano a Baghdad alla vigilia della seconda guerra del Golfo per cercare di sventare il conflitto.


Dal Papa per evitare la guerra

Nonostante le difficoltà, le preoccupazioni, forse la consapevolezza che nulla avrebbe potuto evitare quella guerra, Tarek Aziz si mostrava ancora una volta fermo sulle sue posizioni, senza cedimenti, con una grande dignità che rasentava l'arroganza. Una sicurezza che quando l'avevamo incontrato, a pochi giorni dall'inizio del conflitto, non riuscivo a capire se nascondeva un asso nella manica per poter uscire dall'impasse oppure era consapevole dell'inevitabilità della guerra. Nemmeno con l'intervento del Papa, Giovanni Paolo II, che Tarek Aziz aveva incontrato per mezz'ora in Vaticano il 14 febbraio 2003, prima di essere ricevuto dai frati francescani ad Assisi e di una breve visita al Ministro degli Esteri Frattini. Più calorosa l'accoglienza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, vecchia conoscenza di Tarek Aziz, che avrebbe anche inviato una delegazione della regione a Baghdad proprio nell'imminenza della guerra.


La profezia «Nessuno ha mai potuto controllare l'Iraq. Se attaccato il popolo iracheno si difenderà con ogni mezzo... Qualcuno proprio non capisce che noi siamo patrioti. Noi siamo nati in Iraq e in Iraq moriremo». Una profezia che si è avverata: dopo cinque anni di occupazione gli americani non hanno nessun controllo sull'Iraq. Si è già avverata per Saddam e probabilmente si avvererà anche per Tarek Aziz la morte sul suolo iracheno, anche se forse quest'ultimo non dovrà nemmeno superare la prova della condanna a morte.

La salute
Il suo stato di salute, già molto precario, è profondamente degenerato dopo cinque anni di detenzione in condizioni che non sono certamente quelle previste dal diritto internazionale per i prigionieri di guerra. Lo stesso arresto o consegna di Tarek Aziz agli americani, il 24 aprile 2003, è ancora circondato dal mistero. Una possibilità, quella dell'arresto, che Aziz aveva escluso per il timore di finire a Guantanamo, ma poi forse qualche mediazione (ecclesiastica?) o garanzia avevano permesso l'arresto. O forse le stesse condizioni di vita non hanno lasciato altra scelta a Tarek Aziz. Dopo l'arresto, la sua splendida villa sulla riva del Tigri era stata requisita e sarebbe diventata la residenza dell'ayatollah al Aziz al Hakim, leader del partito sciita Sciri, una delle componenti del governo di Nouri al Maliki.


Cinque anni di isolamento
Ripetutamente è stata sollevata la questione delle condizioni di detenzione di Tarek Aziz, dell'isolamento in cui è stato tenuto. Il 29 maggio 2005 il britannico The Observer aveva pubblicato le lettere scritte dall'ex ministro degli esteri iracheno (a nome anche degli altri detenuti) all'opinione pubblica internazionale. «... Speriamo che ci vogliate aiutare. Siamo in prigione da molto tempo e siamo stati isolati dalle nostre famiglie. Nessun contatto, nessuna telefonata, nessuna lettera. Anche i pacchi che ci mandano le nostre famiglie non ci vengono consegnati. Noi chiediamo un trattamento decente, una inchiesta equa e un equo processo».


Rinchiuso a Camp Cropper
Finalmente nell'agosto 2005 alla famiglia Aziz viene concesso di visitare Tareq in carcere. I familiari vengono trasportati su un pulmino con le finestre oscurate per non permettere di riconoscere il luogo di detenzione di uno dei personaggi più in vista del regime di Saddam. Per «ragioni di sicurezza» successivamente sarebbe poi stato rinchiuso a Camp Cropper dentro la base Usa dell'aeroporto di Baghdad.


Indebolito e traballante
Dopo cinque anni, il 29 aprile 2008, per la prima volta Tarek Aziz è stato portato davanti al tribunale, indebolito e traballante. Su quanto si possa parlare di inchiesta e giudizio equo i precedenti processi ad altri esponenti del regime di Saddam Hussein non lasciano certo ben sperare. Tarek Aziz è accusato dell'esecuzione, nel 1992, di 42 commercianti colpevoli di aver speculato sui prezzi dei generi alimentari mentre il paese era sottoposto a embargo. In occasione del processo Tarek Aziz ha ancora una volta avuto il sostegno della chiesa caldea irachena e in particolare del vescovo di Kirkuk, Louis Sako. «Giustizia, ma nel rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, contro ogni condanna capitale», è stato l'appello lanciato dal monsignore in occasione dell'apertura del processo. A far aprire un processo che per gli americani è senza dubbio imbarazzante, come del resto i cinque anni di detenzione di un uomo come Tareq Aziz, è stata soprattutto la pressione internazionale. Che forse non si fermerà davanti al verdetto.


Giuliana Sgrena
Fonte:/www.ilmanifesto.it

13 luglio 2008

L'Unione per il Mediterraneo

L’Unione per il Mediterraneo. Adesso è una realtà
di Roberto Maurizio

Verso la pace nel Mediterraneo
Il Presidente francese, Nicolas Sarokozy, e i dirigenti di 43 paesi hanno lanciato ufficialmente, oggi, 13 luglio 2008, al Grand Palais di Parigi, l’Unione per il Mediterraneo (Upm). E’ una vittoria da attribuire, indiscutibilmente, al Presidente francese, ora anche Presidente dell’Ue, ma è anche una conquista di tanti che sperano nella pace e nello sviluppo del Bacino del Mediterraneo. Prima fra tutti “Stampa, Scuola e Vita”.

Upm
L'Unione per il Mediterraneo (Upm) è formata da 43 stati: i 27 dell'Ue, Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Sira, Tunisia, Turchia, Albania, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Monaco più l'Autorità palestinese. Assente annunciato, il leader libico Muammar Gheddafi, contrario, forse giustamente, all'iniziativa. All'incontro con Sarkozy è risultato assente giustificato il Re del Marocco Mohammed VI, rappresentato dal fratello.


I risvolti di una grande conquista francese in Italia
Abbiamo già avuto occasione di dire che l’Italia, sulla questione mediterranea, è in ritardo sia a destra sia a sinistra. Il Mediterraneo è sempre stato trattato come oggetto del desiderio (la sinistra appoggia i palestinesi, la destra si defila; la destra appoggia gli israeliani, la sinistra si defila; la destra appoggia il Marocco, la sinistra la Libia; la sinistra appoggia l’Egitto, la destra il Libano). Tutto ciò è un riassunto che non corrisponde alla realtà, ma serve solo per confutare l’esistenza di una univoca politica estera italiana per il Mediterraneo, al di fuori delle begere differenze ideologiche. Sarkozy ha fatto bene. Via le ideologie, passiamo ai fatti.
D’Alema e Frattini
D’Alema e Frattini, i due ultimi Ministri degli Esteri, non fanno altro che rincorrersi nell’insipienza di una ricerza senza sbocco di una sana politica verso il Mediterraneo. Il primo con il suo Red ha sempre avuto un occhio di riguardo per il mondo arabo, senza mai scendere a patti. D’Alema non ha mai saputo disegnare una politica per il Mediterraneo completa e fuori da certe influenze. Frattini, una delusione. Il suo antiamericanismo è evidente e viscerale, oppure si tratta di uno studio non approfondito sulla politica estera americana. Prendiamo la sua intervista rilasciata ieri 12 luglio al Secolo XIX. La domanda era: “Quando parla di modelli precotti allude anche al proposito degli Usa di esportare la democrazia in Iraq”? Risposta: «Più che riferendosi all’Iraq, è osservando quanto accaduto in Palestina o nel Parlamento egiziano che gli Stati Uniti hanno potuto verificare che se si tenta di esportare un modello occidentale, all’europea, si possono avere risultati opposti a quelli attesi. Si diceva: elezioni, elezioni, libere elezioni. Ebbene, in Palestina ha vinto Hamas, che è una organizzazione terroristica, mentre in Egitto la “Fratellanza Musulmana” è risultata la vera vincitrice. Non è esattamente ciò che gli Usa e l’Occidente si aspettavano». Sembra quasi che l’Occidente voglia contemporaneamente indire le elezioni e far vincere chi vuole. Questa risposta, con qualche refuso, pubblicata dal giornale di Genova, è indice di una impreparazione del nostro Ministro. Proviamo a cambiare qualche parola e vedere se il discorso torna. “Elezioni, elezioni, libere elezioni”. Ebbene in Italia nel 1946 il referendum fu vinto dalla Monarchia (e gli Stati Uniti non intervennero). “Ebbene in Italia vinse la Dc, ma nel ’48 ci poteva essere il passaggio del nostro paese all’Urss (e gli Stati Uniti non intervennero). Se in Italia avessero vinto i comunisti, forse, gli Usa non sarebbero intervenuti. “Fratellanza comunista” in Italia poteva vincere le elezioni e, forse, tutto sarebbe rimasto intatto: il volere del popolo innanzitutto, anche se il popolo sbaglia. La storia ha una sua arma contro la quale nessuno può combattere: il tempo.