11 luglio 2010

Unfpa, Giornata mondiale della popolazione 2010

Giornata mondiale della popolazione 2010



di Roberto Maurizio





Boom demografico: chi è contro e chi è a favore




Oggi, si celebra il World Population Day, la Giornata Mondiale della Popolazione, istituita dall’United Nations Population Fund (Unfpa, Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) l’11 luglio 1989, data nella quale la Terra raggiunse i 5 miliardi di abitanti: “Day of Five Billion”. Ogni anno l’Unfpa sceglie un tema nuovo da promuovere: quest’anno l’Onu ha proposto “Tutti Contano”, uno slogan da quattro soldi. Come farebbe mai l’Onu ad affermare la diversità tra gli esseri umani, mentre sta celebrando l’Anno della Biodiversità, tra gli animali e i vegetali? Tutti uguali sulla carta, tutti simili allo spirito che anima le Nazioni Unite dal 1945. In realtà, il problema della popolazione divide il mondo. Da una parte, i paesi Onu che hanno radici religiose (quasi il 90%), dall’altra i pochissimi paesi ancora marxisti (Cuba, Corea del Nord, Venezuela e uno dei tanti paesi irriverenti latinoamericani che credono ancora nell’aborto e nella distruzione della famiglia mononucleare). Il discorso geopolitico mondiale è difficile da disegnare sulla carta. Ad esempio, nell’Italia cattolica, il 90% della popolazione è per la distruzione della famiglia (divorzio), il 95% e a favore dell’uccisione dell’embrione. L’aborto è la fine della vita. Ma queste sono solo idee personali non corroborate da dati scientifici. Il problema è che quando queste tematiche arrivano ai più alti livelli dell’Onu, lo scontro aumenta. Senza nessuna voglia di fare un resoconto, ma, per riassumere le posizioni direi che:


1. Chi è contro lo sviluppo demografico naturale è di sinistra;


2. Chi è a favore dell’aborto è di sinistra;


3. Chi crede nelle tesi di Malthus è di sinistra;


4. Chi combatte la Chiesa e la pedofilia, dopo aver frequentato i gesuiti, è di sinistra;


5. Chi vuole di solo 2 miliardi di persone, è di sinistra;


6. Chi spera di poter dare a tutti gli esseri umani una barca o uno yacht è dalemiano;


7. Devono, perciò, vivere solo chi ha una barca a vela e uno yacht per essere di sinistra.



Tutti contano e sempre di più le persone non cantano



 La Giornata Mondiale della Popolazione 2010, “Tutti Contano”, evidenzierà l’importanza dei dati per quanto riguarda lo sviluppo. L’obiettivo sarà quello di capire i motivi per cui dati sicuri e disaggregati siano fondamentali per fare progressi in questo settore, e di incoraggiare le persone a partecipare a censimenti ed altre iniziative di raccolta dati. Lo slogan “Tutti contano” vuole sottolineare il fatto che ciascuno di noi è importante. Infatti disporre di dati demografici affidabili è cruciale nella pianificazione di scuole, sistemi sanitari e trasporti pubblici, nella creazione di politiche che tengano in considerazione le proiezioni sulla popolazione, nel controllo dell’efficacia della distribuzione dei servizi e quant’altro. Quest’anno la Giornata Mondiale della Popolazione sottolinea l’importanza della raccolta dati per lo sviluppo, in particolare del censimento della popolazione e delle abitazioni nel 2010, dell’analisi dei dati per la crescita e del ruolo primario dell’Unfpa sulle questioni popolazione e sviluppo. Dati affidabili possono fare la differenza, e la chiave sta nel raccogliere, analizzare e diffondere dati che possano essere utilizzati nei processi decisori positivi. I numeri che emergono dalla raccolta di dati possono portare, infatti, alla luce importanti tendenze. Quale situazione sorprendente viene rivelata grazie alla ricerca nel vostro paese? Cosa vi dicono i numeri in relazione ai progressi fatti per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Mdg)? Ci sono dei gruppi che vengono lasciati indietro? L’Unfpa non ha capito che non sono gruppi che vengono lasciati indietro rispetto alla popolazione ricca. Questo succede nei paesi altamente industrializzati e colpiti dalla crisi. Non sono i gruppi dei poveri a fare la differenza. Intere nazioni africane, latinoamericane e asiatiche vengono colpite dalla povertà e dalla morte. L’Unfpa per poter risolvere i problemi sancisce la cancellazione di intere popolazioni povere, aborto, preservativi, eliminazione dei nascituri. Per non farli morire è meglio non farli nascere! Se non ci fossero stati gli ebrei, non ci sarebbe nemmeno stata la Shoah! Se non ci fossero stati i musulmani bosniaci a Srebrenika (11 luglio 1995, praticamente ieri) ci saremmo risparmiati 8.732 vittime di una carneficina che non ha nulla di umano.


Meno siamo e più ce la caviamo




Secondo le Nazioni Unite, secondo l’Unfpa, i cittadini di tutto il mondo celebrano oggi la Giornata Mondiale della Popolazione in vari modi, quello più diffuso è l’indifferenza a tal punto che consentono a questi burocrati ci spendere milioni di dollari facendoli pagare direttamente ai cittadini del mondo. Uffici dell’Unfpa in vari paesi ed altre istituzioni organizzano festeggiamenti, concorsi artistici e letterari, eventi sportivi, concerti ed altre attività per richiamare l’attenzione sulle problematiche concernenti la popolazione, spendendo l’ira di dio, per lanciare un messaggio “meno siamo e più ce la caviamo”. La popolazione mondiale ha già superato, secondo l’Unfpa, i 7 miliardi e pare destinata a crescere anche nei prossimi anni, soprattutto con il contributo dei paesi in via di sviluppo e del Terzo/Quarto Mondo mentre nel Primo il calo demografico prosegue. Ma quante persone può sostenere la Terra? Secondo gli scettici, legati all’Unfpa e alla sinistra, un pianeta finito di 500 milioni di km² non può sostenere una crescita illimitata della popolazione. E questo è vero. 300 miliardi di persone sarebbero evidentemente troppe. Questo lo aveva già compreso a cavallo tra '700 e '800 il demografo, economista nonché reverendo anglicano Thomas Malthus nel suo libro Saggio sul principio della popolazione. Malthus aveva ragione? Secondo i “sinistri” se non interveniamo per controllare l'aumento demografico saranno le guerre e le carestie a farlo. Dunque a noi la scelta: la Terra forse, secondo i neomalthusiani, sinistri e unfpisti, potrebbe sostenere al massimo 12 miliardi di individui, ma non certo con il nostro tenore di vita attuale; per avere un mondo "alla europea" non dovremmo essere più di due miliardi. Questa teoria mi sembra di averla già sentita negli anni ’30 e ’40 del Secolo Breve. Viviamo all’europea, con gli occhi celesti e i capelli biondi.


Wellthiness


Mentre milioni e milioni di essere umani soffrono pene indescrivibili, come morte, fame, malattie e povertà, il messaggio dell’Unfpa è diretto verso la Wellthiness, cioè essere felici nella scioltezza dei movimenti e del fitness, pressappoco e alla verifica della realtà attraverso il censimento 2010. Sembra tornare indietro di 2000 anni, quando Augusto volle fare il primo censimento della storia dell’umanità, quello di Publio Silpicio Quirinio nelle provincie di Siria e Giudea. Non sono i numeri a fare la storia, ma è la storia che detta i numeri. Nonostante ciò, il censimento 2010 per l’Unfpa e per il World Population Day, dunque, è uno strumento per creare una maggiore consapevolezza sulle questioni riguardanti la popolazione quali, l’importanza della pianificazione familiare, la parità tra i due generi, la povertà, la salute materna ed i diritti umani. I dati statistici della Banca mondiale, il World Develpment Report, dell’Udp, del Fmi, della stessa Unione africana, sono piene di cifre. Invece, l’Unfpa vuole ottenere dati più certi. “Ancora più nodale, in un mondo globalizzato, è l’impegno a censire i gruppi minoritari che, in alcuni paesi, sfuggono ad ogni tipo di identificazione”. Questo, secondo Christian Delsol, specialista Media del Unfpa, è un’analisi dei dati estremamente vitale per consentire le connessioni tra i fenomeni della popolazione, la salute riproduttiva, la mortalità materna, la parità di genere ed i diritti umani. “La popolazione, quando non viene controllata, aumenta in un rapporto geometrico” come già insegnava Robert Thomas Malthus (1766-1834 ), l’economista britannico che, a fronte del pericolo di un eccessivo incremento demografico, parlava della guerra come l’”igiene del mondo”. Il Censimento è lo strumento, invece, che contribuisce a rendere visibili tutti. “Questi dati sono essenziali in quanto ci servono per gli sforzi che stiamo compiendo per garantire l’accesso universale all’istruzione, alla prevenzione dell’Hiv, al trattamento, alla cura ed al sostegno, per la salute riproduttiva e il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio” – chiosa il Direttore esecutivo Unfpa , Thoraya Ahmed Obaid . Il censimento è l’unica statistica che consente di tenere conto di tutta la popolazione in un paese. Nessuno mette in dubbio la necessità della conoscenza dei dati. Ma a 176 anni dalla morte di Malthus, prendere ancora come simbolo della scienza della popolazione il grande filosofo fisiocratico, economista, intellettuale, fautore di una teoria particolarmente ridicolizzata è troppo! Va bene per l’uso dei preservativi, va bene per la pianificazione familiare, va bene per il censimento, va bene se tutto è fatto e sostenuto dalle Nazioni Unite al fine di migliorare la qualità della vita del mondo. Ma, porre come emblema unico Malthus, mi sembra eccessivo. La demografia, dopo Malthus ha fatto passi da gigante e riproporre una tesi al di sopra di tutte, mi sembra irragionevole. Non dico che Malthus non dovesse essere citato dall’Unfpa, ma l’Onu dovrebbe avere l’accortezza di menzionare altri illustri demografi.


Il censimento e lo sviluppo umano




Secondo l’Unfpa, i paesi che non fanno in modo sistematico e regolare il censimento non riescono ad avere il quadro completo della fluttuazione della popolazione, dei suoi movimenti, della fertilità, dei tassi di mortalità e della situazione economica. Con il censimento, i governi possono avere dati affidabili, per accertare se alcune popolazioni non stanno traendo i dovuti benefici dalla pianificazione del governo e dei servizi. Il censimento crea i presupposti di trasparenza, buona amministrazione e responsabilità. Il censimento supporta i dirigenti ed i responsabili politici a prendere decisioni basate su dati affidabili. Inoltre, aiuta anche a rispondere, nel miglior modo possibile alle crisi umanitari. I dati concreti sono l’unica base per il successo delle politiche e dei programmi per ridurre la povertà e la fame, per migliorare l’istruzione, la salute e l’uguaglianza tra i generi. Il censimento aiuta nel valutare il progresso dei singoli paesi nel raggiungimento del Millennium Goals, gli otto obiettivi del 2015 per gli Stati membri delle Nazioni Unite. “Il progresso si misura in numeri – percentuali, rapporti e tariffe – ma il progresso è per la gente. Da nessuna parte questo legame è più diretto rispetto all’uso dei dati per prendere decisioni informate sulle politiche e creare programmi intesi a promuovere lo sviluppo umano”, spiega Delsol Christian dell’Unfpa.


15 milioni di bambini muoiono ogni anno per fame?




Va bene che la Banca Mondiale dichiari che 982 milioni di persone dei paesi in via di sviluppo, vanno sostenute perché vivono con 1 $ al giorno o anche meno, che una persona su dodici in tutto il mondo è malnutrita, che più di 500 milioni di persone dei paesi asiatici, africani e latino-americani, vivono in estrema povertà. Ma sarà vero che 15 milioni di bambini muoiono di fame ogni anno? Questa osservazione me la fece, quando lavoravo con il Ministero degli Affari Esteri, presso il Dipartimento per la cooperazione allo svilluppo, il Preside Luigi Lo Grippo. Se la popolazione mondiale è di circa 6,5 miliardi o 7 miliardi di persone, ammesso che il tasso di mortalità per cause naturali e non è del 10 per mille, muoiono ogni anno 65 o 70 milioni di persone. Come è possibile che ne muoiano 15 milioni al di sotto dei 10 anni? Solo nel Congo, per la guerra furono uccisi 2 milioni di persone. Insomma, non c’è bisogno solo di un censimento, ma ci vuole anche l’intelligenza della lettura dei dati. Anche quest’altra ipotes dell’Unfpa, ogni 3,6 secondi muore di fame una persona. Ma come hanno fatto a calcolarla senza censimento? Milioni di uomini, donne e giovani sono ancora esclusi dai metodi di contraccezione moderna, dice l’Unfpa, ma non quantifica. Che significa milioni di uomini e donne, dove, come, quando e perché?


Un vibrante appello




La Giornata Mondiale della Popolazione è, dunque, secondo l’Unfpa, un vibrante appello a chi prende le grandi decisioni per le sorti della terra e del futuro, ad assicurare che ogni persona conti realmente: è l’unico modo che consente a tutte le donne e gli uomini, le ragazze ed i ragazzi di poter essere visibili in modo da poterne gestire i problemi traducendo la loro conoscenza in azioni ed un reale progresso delle singole nazioni e del mondo intero.


Il messaggio del Segretario generale, Rekha Thapa

 Quest’anno, più di 60 paesi stanno raccogliendo dati e conteggiando il numero di abitanti come parte del processo di censimento del 2010. Il censimento è l’unica operazione statistica che copre l’intera popolazione e tutte le zone di un Paese. L’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione e altri partner sostengono questo sforzo massiccio in molte parti del mondo. L’accesso ai dati corretti è una componente di buon governo, trasparenza e responsabilità. I dati sulla popolazione aiutano leader e politici a prendere decisioni informate sulle politiche e sui programmi per ridurre la povertà e la fame, e migliorare educazione, salute e uguaglianza di genere. Dati solidi sono anche necessari per rispondere in maniera efficace alle crisi umanitarie. Il tema della Giornata Mondiale della Popolazione di quest’anno è “Ognuno conta”. Essere contati significa diventare visibili. Questo è particolarmente importante per le donne e i giovani. I dati raggruppati per sesso ed età possono favorire una maggiore reattività verso diritti e necessità di donne e giovani da parte dei responsabili delle decisioni e contribuire alla costruzione di una società più giusta e prospera. E’ promettente il fatto che molti paesi un tempo non in grado di completare un censimento nazionale abbiano registrato successi durante questo ciclo ancora in corso. La prossima sfida consisterà nel garantire che i dati siano utilizzati per elaborare piani e politiche basati su solide acquisizioni, migliorando le opportunità per le generazioni attuali e future. In questa Giornata Mondiale della Popolazione, chiedo a quanti nel mondo abbiano poteri decisionali, di fare sì che ogni singola persona conti. Solo tenendo in considerazione le necessità di donne e uomini, bambini e bambine, possiamo raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e portare avanti quei valori condivisi delle Nazioni Unite.


7 luglio 2010

Ke Nako! Africa che cambia

Ke Nako!

di Roberto Maurizio


Spin off



In questo primo decennio del XXI secolo, gli slogan più accattivanti inventati per conquistare il favore dell’opinione pubblica sono stati, oltre a “Meno male che Silvio c’è”: Nimby (Not in My Back Yard – Non nel mio cortile), Yes we Can e “Ke Nako” che in lingua swati significa, su per giù, “è giunta l’ora”. Lo swati (nome nativo siswati) è una lingua parlata in Africa meridionale. È una delle due lingue ufficiali dello Swaziland e una delle undici lingue ufficiali del Sudafrica. Fa parte del sottogruppo lingue nguni, delle lingue bantu. È molto simile alle altre lingue nguni, soprattutto alla lingua zulu. Anche se i madrelingua vi fanno riferimento di norma con il nome swati, questa lingua è conosciuta anche come swazi, dal suo nome in lingua zulu, isiswazi. Nimby, in pratica significa, fai quello che ti pare ma non farlo vicino a me, costruisci una centrale atomica lontana dalla mia casa; Nimby ha una variante, Non in my Name: se vuoi fare le guerre, falle, ma non a nome mio (mi lavo le mani come Ponzio Pilato). Yes we can è una frase dell’alta borghesia inglese molto signorile che perlomeno significa “se me lo permetti io posso”. Ke Nako significa, invece: “è giunta l’ora”, o fai quello che ti dico o subirai le conseguenze. Mentre Yes We Can, è un Gentlement’s Agreement, io possibilmente potrei se tu lo vuoi, tipo “vuoi ballare con me, non mi dica di no, non ballo in tango con il caschè”, Ke Nako è meno accattivante: simile a bandiera rossa, la trionferà, è viva il comunismo e la libertà, non sarà oggi sarà domani taglierem la testa ai pescecani. Mentre, però, Yes we can è un auspicio, noi possiamo tagliere la testa è un futuro assai lontano senza clausole di sicurezza sinallagmatiche, Ke Nako significa, invece, ormai non ci sono più soluzioni, ormai “è giunta l’ora”. Ovviamente, il motto prescelto dal comitato organizzatore della 19° edizione dei campionati del mondo di calcio in Sudafrica che, per la prima volta nella loro storia, si stanno disputando nel Continente Nero, come ha affermato Nelson Mandela è un’occasione per : "Il popolo del Sudafrica (che) ha imparato la lezione della pazienza e della resistenza nella sua lunga battaglia per la libertà. La ricompensa dei Mondiali dimostri che l'attesa è stata giustificata. Ke Nako! È arrivato il momento". “E’ giunta l’ora”. Prosaicamente, il leader indiscusso del Sudafrica ha puntato sull’ingresso di valuta estera nel suo paese, nella possibilità di costruire infrastrutture che hanno permesso a migliaia e migliaia di persone di veder aumentato il proprio reddito. Si stima che gli effetti economici della manifestazione non saranno solo limitati al prevedibile programma di sviluppo infrastrutturale associato ai preparativi ma si estenderanno anche all’incremento dei flussi turistici e agli effetti di “spin off” sull’immagine internazionale del Sud Africa. Secondo le stime della Grant Thornton, la società di consulenza che ha redatto il rapporto di impatto finanziario presentato al Comitato internazionale per l’assegnazione della Coppa del Mondo, l’evento sarà tale da iniettare nell’economia del paese un afflusso di risorse addizionali pari a 21 miliardi di rand (2,7 miliardi di euro), generando un volume di spese dirette pari a 12,7 miliardi di rand (1,6 miliardi di euro) e creando circa 159.000 nuovi posti di lavoro. Per quanto concerne l’impatto sul settore turistico, per la manifestazione si prevede un afflusso di circa 235.000 visitatori. Per il settore delle costruzioni e delle opere di ingegneria e progettazione si stima un mercato di 2,3 miliardi di rand (circa 300 milioni di euro). Per il fisco sudafricano si prevede un flusso di entrate addizionali pari a 7,2 miliardi di rand (circa 1 miliardo di euro). Secondo la principale camera di affari, Business Unity South Africa, ci si attende che il settore privato contribuisca a fornire la maggior parte dei 2,3 miliardi di rand necessari per adeguare le infrastrutture del paese in vista del 2010 con prospettive di elevati ritorni, mentre il governo provvederà a far da complemeno allo sforzo delle imprese, nell’ambito dei propri programmi di sviluppo locale infrastrutturale e logistico (Critical Infrastructure Programme, Spatial Development Initiative).

Africa vincente



Prima dell’inizio di questa grande manifestazione mondiale, erano state annunciati attacchi terroristici che, fino ad oggi non si sono verificati, e sono passati ormai circa quattro settimane. L’unico neo di questa Coppa Fifa 2010 in Sudafrica è stata la pubblicità ufficiale lanciata dalla kermesse sudafricana. Ke Nako! Un bambini nero con il pallone solo con i pantaloni. Quale messaggio voleva essere lanciato? Un’Africa ancora allo sbando, morsa dalla fame, sconfitta, dove i bambini invocano l’elemosina del Nord opulento e grasso. Ke Nako! E’ giunta l’ora anche di cambiare certi cliché. Mettete le maglie ai bambini di Ke Nako, forse un domani diventeranno come Didier Drogba e Samuel Eto’o.



Ke Nako, è giunta l’ora, dal sito http://it.wikisource.org/wiki/%C3%88_giunta_l'ora



E’ giunta l’ora

Attacchiamo di santa ragione

questi ladroni, che sono i padroni.

Lotta emigrante e non ti fermare

lotta emigrante senza timor.

Se non c'è legge per noi emigranti

noi schiacceremo 'sti vili furfanti.

Lotta emigrante e non ti fermare

lotta emigrante senza timor.

E se loro ci fanno emigrare

però una casa ci devono dare.

Lotta emigrante e non ti fermare

lotta emigrante senza timor.

Se non è oggi sarà domani,

arriva l'ora dei proletari.

Lotta emigrante e non ti fermare

i tuoi diritti falli valere.

Son tanti anni che pago l'affitto

per quattro muri e un solo tetto.

La casa è un diritto per tutti,

se non ce la daranno l'andremo a occupà.

E ogni mese vediamo il padrone

come un leone pronto a sbranare.

Lotta emigrante è giunta l'ora

lotta emigrante senza timor.

La casa è un diritto per tutti,

se non ce la daranno l'andremo a occupà.

6 luglio 2010

Umberto Eco. Il cimitero di Praga, per chi non legge La Stampa

Per chi non legge La Stampa

di Roberto Maurizio

Sant'Agostino d'Ippona

 
La disciplina dei segni


Ferdinand de Saussure

“Il cimitero di Praga” è il nuovo romanzo del semiologo scrittore, Umberto Eco, che uscirà a ottobre, come sempre per Bompiani. La semiotica o semiologia (dal termine greco σημεῖον semeion, che significa "segno") è la disciplina che studia i segni. Considerato che il segno è in generale "qualcosa che rinvia a qualcos'altro" (per i filosofi medievali "aliquid stat pro aliquo") possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione. Per significazione, infatti, si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos'altro di assente (la luce rossa del semaforo significa, o sta per, "stop"). Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione, si attiva un processo di comunicazione (il semaforo è rosso e quindi arresto l'auto). Le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene ad essere presupposto dai concreti processi di comunicazione. Umberto Eco occupa una posizione estremamente rilevante all’interno del gotha di questa “disciplina dei segni”, insieme, per “ordine di apparizione”, a: Platone, Aristotele, Sant’Agostino d’Ippona, Francis Bacon, John Locke, René Descartes, Gottfried Wilhelm Leibniz, Charles Sanders Peirce, Ferdinand de Saussure, Roland Barthes, Claude Levi-Strauss, Jacques Lacan, Sanders Peirce, John Locke, Karl Popper, Louis Trolle Hjelmslev, Algirdas Julien Greimas, Antonio Pagliaro, Tullio De Mauro, Charles William Morris, Thomas Albert Sebeok, Patrizia Violi, Algirdas Julien Greimas, Vladimir Jakovlevic Propp, Eric Landwski, Juri Lotman, Jean Marie Floch. “Stampa, Scuola e Vita” si rivolge soprattutto, in questo contesto, a chi non legge “La Stampa”, il giornale torinese che oggi dava la notizia di quest’importante avvenimento culturale italiano e mondiale al tempo stesso.

Il cimitero di Praga

Ecco, come Mario Baudino, presenta oggi su “La Stampa” il nuovo capolavoro di Umberto Eco destinato ad un indiscutibile successo.

Eco, un falsario s'aggira nell'Europa dell'Ottocento


Umberto Eco

Uscira a ottobre Il cimitero di Praga nuovo romanzo del semiologo scrittore

di MARIO BAUDINO

Un falsario si aggira per l’Europa. Quale sia il suo campo d’azione preferito ancora non sappiamo, ma è probabile che si tratti di documenti, lettere, scritti e bolli di cancellerie: perché governanti, servizi segreti, ministri e poliziotti del continente - siamo nella seconda metà dell’Ottocento - hanno per lui un interesse assai vivo. Tra cospirazioni e rivolte, attraverso questo misterioso personaggio Umberto Eco ci racconta il nascere delle nazioni, la nuova scacchiera che si disegna in quel periodo cruciale sul Vecchio Continente.

Lo leggeremo a ottobre, come sempre per Bompiani, a trent’anni dal Nome della rosa, il romanzo che lanciò il filosofo nel cielo dei narratori popolari: e avrà per titolo Il cimitero di Praga. Lo scarno - e crudelissimo - comunicato con cui la casa editrice dà l’annuncio dell’evento editoriale non dice una parola di più, anche se a scavare tra le righe (vergate a quanto pare con delicatezza da orologiaio da Mario Andreose, da sempre il referente di Eco nella Bompiani) si può seguire, almeno, qualche filo. Cimitero di Praga intanto: non c’è dubbio che sia l’antico cimitero ebraico, quello con le lapidi assiepate, accavallate, stratificate, e il grande orologio che gira in senso antiorario.
Praga, per il semiologo Eco, vuol dire anche la scuola di Roman Jakobson, quella dei cosiddetti «formalisti», anch’essa molto cara al cuore del professore. Può darsi che non c’entri nulla, ma andiamo avanti: la «città magica» (copyright Angelo Maria Ripellino) è proprio quella dove, nel prologo del Nome della rosa, Umberto Eco afferma con un tipico espediente romanzesco di aver ricevuto, mentre era «in attesa di una persona cara», il manoscritto di certo abate Vallet con il resoconto di Adso da Melk: proprio sei giorni prima dell’invasione sovietica.

Ce n’è abbastanza per fantasticare sul nuovo libro, in attesa di poterlo leggere. Sarà al solito un volume corposo (sulle 500 pagine), in cui per la prima volta la cavalcata storico-letteraria di Umberto Eco tocca l’Ottocento, secolo barbuto, romantico, idealista; non sappiamo se gli sia congeniale per uno di questi aggettivi, ma c’è senza dubbio un altro elemento decisivo per capire come ci si trovi perfettamente a proprio agio: nell’Ottocento nasce il grande romanzo popolare, genere molto caro allo scrittore alessandrino.


È il secolo di Dumas, di Eugène Sue, dei Tre moschettieri, del Conte di Montecristo che Eco - come scrisse in un articolo - fu tentato di tradurre, anche se rinunciò dopo cento pagine; e naturalmente dei Misteri di Parigi, a proposito del quale ha osservato in un saggio che portata possa avere la parola trionfo. Dopo l’uscita del libro, nel ’42, Parigi è infatti in ginocchio davanti allo scrittore, con «deliranti manifestazioni di successo»; e Sue «tocca il vertice sognato da ogni romanziere, realizza di fatto quello che Pirandello potrà soltanto immaginare: riceve dal pubblico del denaro per soccorrere la famiglia Morel», ovvero i suoi protagonisti immaginari.

Insieme con il Medioevo, l’Ottocento è particolarmente congeniale a Umberto Eco. E qualche amico fidato assicura che questo è senz’altro, di tutti i suoi romanzi, il più vicino al Nome della rosa, almeno per quanto riguarda il contesto storico che funziona anche da specchio per la realtà presente: dove non è difficile immaginare che un falsario possa diventare un personaggio centrale di ogni vicenda. Non è comunque il primo: c’era già stato Baudolino, nell’omonimo romanzo del 2000, avventuriero e impudicissimo falsificatore che inventava lettere e documenti, viaggiava, intrigava, costruiva quasi per diletto la vicenda del favoloso Prete Gianni e delle sue missive, destinate a diventare uno dei pretesti per l’espansione verso Est con le crociate. Ma questa è già storia. Resta una domanda, con risposta a ottobre: che il nuovo-antico falsario a spasso per l’Europa, dove le nuove-antiche nazionalità si alzano come fiamme, ne sia un remoto discendente? Tutto può darsi, in letteratura. Si è sempre discendenti di qualcuno: e predecessori di molti altri.

Grazie Google

Blogspot punto com
di Roberto Maurizio


Volevo ringraziare pubblicamente Blogspot per l'eccellente lavoro svolto per migliora l'accesso di noi blogghisti. Un grazie di cuore! Avere gratis un proprio spazio su Internet, cioè un luogo che va da Portocannone ai confini della nostra Galassia, non è cosa da poco. Ma Google, nel giro di due anni, è passato dalla Prima Rivoluzione Telematica alla Seconda. Inserire una foto su Blogger era come lavorare nelle miniere del Belgio degli anni '50, per esempio a Marcinelle. Oggi, Blogspot è di una semplicità e facilità da fare invidia a tutti i concorrenti. Grazie Google. A quanto la Terza Rivoluzione? Dire pane al pane e vino al vino è una caratterstica di "Stampa, Scuola e Vita". Ad esempio, Wikio, l'attualità dei blog, lascia ancora molto a desiderare. Questo blog ha  attacato ferocemente Wikio per la sua strafottenza, sudditanza e appartenenza al Medio Evo, anche con parole scurrili. Le ultime modifiche di Blogspot, invece, sono "meravigliose". Ancora una volta: grazie Google! Più diventano semplice le vostre "regole di ingaggio" per fare esprimere le proprie opinioni ai blogghisti, più democrazia e più vera libertà di stampa esisterà in questo bellissimo mondo chiamato Terra.

I droni sul Gargano

Pensierini: Oggi fa caldo, è estate
di Roberto Maurizio
La sete dei rubinetti

Come ogni anno, durante questi tempi afosi, caldi e umidi, il mio papà si sveglia all'alba per andare a fare i covoni. La cicala gracchiante accampagna i biondi steli delle ristoccie. Ogni tanto, un fuoco a destra e uno a sinistra. I pompieri arrivano dopo i fuochi. Erano altri tempi. L'acqua non c'era e i rubinetti avevano sete. Ogigi c'è l'acqua e i rubinetti fanno acqua da tutte le parti. 150 anni di storia di un'Italia unita dalle rivalità Nord-Sud, Est-Ovest, Roma-Lazio, Milan-Inter, Juve-Toro, San Martino-Portocannone, Tremiti Est-Cinecittà Est, condominio A - condominio B, scala A - Scala B, interno 9 con annesso cane - interno 10 che non paga le rate. La rivalità, lo scontro, i rumori molesti, lo stillicidio di innaffiate un po' più lunghe della Costituzione italiana, sono l'amara realtà di questa Italia divise in contrade. Il 2 luglio e il 16 agosto, in realtà, sono le date dell'unità divisa di questa fragile e frastagliata Italia. Cosa può riunire questi rissosi leghisti di Bossi, questi pugliesi incazzati del super gay Vendola, pronti ad abbandonare l'Italia per i turcomanni e ad immeggersi nelle acque pure di Saffo e dei tanti Gay Prade di Barletta e Trani, dove i magistrati sono un esempio mondiale di libertà e di sicurezza civile e amministrativa. Non scherziamo con il fuoco. Ai tempi della Guerra Fredda, Henry Kissinger fece un'analisi piatta ed esaustiva. Il comunismo in Italia, guidato dal Pci, con l'eurocomunismo voleva passare da un'orbita all'altra. Tutto era molto più chiaro. L'eurocomunismo era una risposta seria alla prepotenza americana espansionistica, che aveva in nuce tutte le verità rilevate dalla Rivoluzione francese a quella Sovietica. Gli ideali, gli obiettivi, le missions erano tutte rivolte sul ruspetto dei diritti umani, sull'uguaglianza tra gli uomini, tra le pari opportunità fra generi diversi, sualla diversità riconosciuta nell'alveo della tolleranza e del riconoscimento reciproco, sulla lotta contro la fame nel mondo, sul rispetto della dignità umana, contro il razzismo di ogni specie, contro la pena di morte, contro i corrotti e i corruttori, contro tutte le mafie del mondo. E poi? Mani pulite! Tutti dentro, con un colpo di spugna partiti con più di 50 anni di esperienza cancellati. Nascono nuove forme di partito, quelli più scaltri se la cavano. L'obiettivo? Vincere le elezioni e non dare ed imporre giustizia in un paese alla sbando. Per anni in questo paese non si è studiata la storia contemporanea. L'Algeria, ad esempio, nel 2000, appena otto anni dopo la sanguinosa guerra interna è riuscita a ristabilire una riconciliazione tra le parti avverse. L'Italia continua a piangere i morti del Quaranta! La resistenza, i repubblichini, i fascisti i comunisti. In piena globalizzazione questo paese continua a giocare la schedina del Totocalcio. Ma siamo sicuri si essere al sicuro? Siamo sicuri di terminare le ferie in assoluta felicità? Mio padre, per arare il terreno intorno ai girasoli si alzava alle quattro del mattino e, intorno a sé, non vedeva nessun drone: solo tanto Sole, pioggia, vento e caldo. Corsi e ricorsi storici, come affermava Gianbattista Vico, non sono così lontani da essere ripetuti. Invece delle Fortezze Volanti della Seconda Guerra Mondiale, potremmo vedere i droni innalzarsi sul Gargano.

5 luglio 2010

La morte dal cielo. Da Guernica ai Droni

Da Guernica, passando per Hiroschima, fino ai Droni
di Roberto Maurizio

La Luna, uno specchio retrovisore


Se la trincea fu il simbolo della Prima Guerra Mondiale, l’aereo, suo malgrado, è stata l’icona della Seconda. La baionetta, nel 15-18 e gli apparecchi americani, nel 40-45. Questi elementi mi sono rimasti impressi come sintesi di due guerre mondiali che hanno trasformato il nostro paese. L’impugnatura della baionetta di mio nonno, cieco della Prima Guerra Mondiale, troneggia sulla mia libreria. E, tra i ricordi della mia infanzia, un’enorme quantità di bombe inesplose proprio vicino al mio giardino, situato di fronte a Guglionesi, paese molisano bombardato dagli “apparecchi americani”. Tutti i bambini, negli anni ’50, guardando Guglionesi, ad ogni passaggio di aerei nel cielo, intonavano il ritornello: “L’apparecchio americano, lancia la bomba e se ne va”. La guerra è una strada obbligata per affermare l’egemonia del mondo dei paesi più potenti. Hanno solo un difetto: producono milioni di morti. Alle ore 16.15 circa, del 7 ottobre 2001, le forze aeree americane e britanniche iniziarono un bombardamento aereo sull’Afghanistan, con l’obiettivo di colpire le forze talebane e di Al Qaeda. Tornando a casa con la mia autovettura, quattro o cinque ore più tardi, alzai gli occhi al cielo e vidi la luna posizionata proprio in direzione dell’Afghanistan. Pensai, immediatamente, a Guglionesi, a Foggia, a San Lorenzo e alla baionetta di mio nonno. A poche migliaia di chilometri e solamente dopo pochi decenni, su una popolazione venivano lanciate bombe che oltre a gettare la morte delle persone, colpivano la terra, il terreno, le pianure, le montagne, le colline. Il nostro amato pianeta venne colpito nel giro di poche ore da circa 50 missili cruise di tipo Tomahawk da parte di sottomarini e bombardieri, tra cui alcuni B-1 Lancer, B-2 Spiriti, B-52 Stratofortetress e F-16 Fighting Falcon. Due trasporti aerei C-17 Globemaster lanciarono 37.500 bombe sulla popolazione afghana. In Occidente, il 7 ottobre 2001 era un giorno come un altro. Tutti avevano nella mente e nel cuore il “Jingle”: “siamo tutti americani”. Io, invece, guardando la Luna come ad uno specchio retrovisore, vedevo ancora lacrime e sangue spargersi inutilmente su questa povera e maltrattata Terra, proveniente dal cielo. Gli aerei, quelli che dovrebbero far conoscere il mondo e le persone, vengono utilizzati come arma per annientare il “nemico”.

Una nuova forma di guerra



Oggi, quindi, la principale arma utilizzata nella “guerra moderna” e l’aereo. In meno di cento anni, l’impiego di questa incantevole invenzione dell’uomo, in campo militare ha fatto “passi da gigante”. La possibilità di librarsi in volo sopra lo schieramento nemico aveva già spinto numerosi teorici e visionari a cavallo tra il XIX e il XX secolo a immaginare una nuova forma di guerra in cui il dominio dell'aria avrebbe costituito il fattore decisivo. L'invenzione dei fratelli Wright interessò subito lo Stato Maggiore militare statunitense, ma i contatti furono difficili. Il 23 dicembre 1907, tuttavia, il Signal Corps (l'equivalente Usa del Genio militare), responsabile degli sviluppi militari della neonata disciplina aerea (aerostati, mongolfiere, dirigibili) codificò la prima specifica per un velivolo: la n. 486. Per essere accettato dal Signal Corps un aereo doveva volare a una velocità di 40 miglia orarie (circa 65 km/h), avere un'autonomia di 2 ore, portare due persone a bordo e carburante per 125 miglia (200 km). Inoltre, l'aereo doveva essere smontato, trasportato su carri trainati da cavalli e rimontato entro un'ora. Le prove per il Signal Corps iniziarono il 3 settembre 1908 a Fort Myer, Virginia. Sei giorni dopo il Flyer aveva già superato le specifiche richieste restando in aria per più di un'ora. Ma il 17 settembre avvenne il primo incidente: Orville si ferì seriamente mentre il tenente Thomas Selfridge perse la vita. Fu la prima vittima nella storia dell'aviazione a motore. Il progresso compì miracoli nel settore aeronautico e già l'anno dopo, il 31 dicembre 1908, in Francia si arrivò a un record: un velivolo restò in aria per 2 ore e 18 secondi coprendo una distanza di 123 km. Oramai la strada per il volo umano era divenuta una realtà.

Un sibilo di bombe



La prima missione aerea di ricognizione in guerra della storia spetta agli italiani: nel pomeriggio del 23 ottobre 1911, durante la guerra contro l'Impero ottomano, l'aereo pilotato dal capitano Carlo Maria Piazza compì un volo di ricognizione su Tripoli, in Libia. Anche la paternità del primo bombardamento con un aereo spetta agli italiani: il 1° novembre 1911, il tenente Giulio Gavotti, con il suo Taube, lanciò una granata da due chilogrammi sul campo ottomano di Ain Zara, in Libia. In quello stesso volo furono lanciate altre granate su tre oasi di Tagiura. L'impresa del 1911 di Gavotti fu celebrata da Gabriele D'Annunzio in “Canzone della Diana”: «S’ode in cielo un sibilo di bombe passa nel cielo un pallido avvoltoio Giulio Gavotti porta le sue bombe [.]». Anche se l'azione del tenente Gavotti non provocò in effetti vittime, e i danni furono piuttosto lievi, fu comunque la dimostrazione che gli aeroplani potevano essere utilizzati per combattere, e, purtroppo, per portare la morte anche ben oltre la linea del fronte. La guerra si appropriò di un ulteriore elemento, l'aria, annullando definitivamente l'idea cavalleresca del combattimento e il rapporto che sino ad allora aveva collegato il combattimento al soldato: il bombardamento aereo, ha scritto Carl Schmitt nel Nomos della terra (Adelphi, Milano 1991) ha «il significato e il fine esclusivo dell'annientamento». Fonte: "Aerostoria.blogspot.com". Parallelamente allo sviluppo degli aerei in Europa si sviluppò la realizzazione di grandi dirigibili: in Germania erano famosi gli Zeppelin, con i quali all'inizio della Prima Guerra Mondiale furono bombardate Parigi e Londra. Nato il bombardamento strategico, ovviamente si affacciò anche l'idea di combattere in cielo. Il primo episodio di caccia aerea, vale a dire di velivolo abbattuto da un altro velivolo, si deve al pilota russo Piotr Nicolajevic Nesterov, che il 26 Agosto 1914 si avventò col suo Morane Saulnier disarmato contro l'Albatros B. III austriaco del barone Von Rosenthal, speronandolo e abbattendolo. Le operazioni belliche della Prima Guerra Mondiale furono poi teatro delle imprese di assi come il tedesco Manfred von Richthofen (il famoso Barone rosso), del britannico Albert Ball, dei francesi Georges Guynemer e Charles Nungesser, del canadese William Bishop, dello statunitense Eddie Rickenbacker e dell'italiano Francesco Baracca.

Dall’aria, l’annientamento



La guerra, dunque, si appropriò di un ulteriore elemento, l'aria, annullando definitivamente l'idea cavalleresca del combattimento e il rapporto che sino ad allora aveva collegato il combattimento al soldato: il bombardamento aereo, ha scritto Carl Schmitt nel Nomos della terra (Adelphi, Milano 1991) ha «il significato e il fine esclusivo dell'annientamento».

Guernica. Prima strage degli innocenti del ‘900



La prima città a sperimentare i drammatici effetti di un bombardamento aereo indiscriminato fu nel 1937 Guernica, cittadina spagnola di circa 10.000 abitanti nella provincia di Biscaglia. a 30 chilometri da Bilbao, tradizionalmente considerata patria delle libertà basche e simbolo nazionale da quella indomita popolazione anticamente insediatasi ai piedi dei Pirenei. Si vuole che sotto le fronde di una quercia secolare piantata in una sua piazza i maggiorenti baschi fossero tenuti a giurare il rispetto delle libertà. Nel pomeriggio del 26 aprile 1937 Guernica venne bombardata e totalmente distrutta da stormi di aerei tedeschi della Legione Condor (Heinkel 111 e Junker 52) decollati da Vitoria spalleggiati da alcune squadriglie italiane. Le incursioni sulla città si susseguirono in massicce ondate con bombe esplosive e incendiarie di alto potenziale distruttivo. I morti ammontarono a circa 1.600 e i feriti a quasi mille. Il palazzo del Parlamento basco (Casa de Juntas) e la famosa quercia rimasero tuttavia prodigiosamente illesi. Per anni Franco continuò a sostenere la tesi che a distruggere la città fossero stati i repubblicani. Si trattò in realtà di una autentica "prova generale": l'aviazione nazista sperimentò su Guernica la tecnica dell'attacco terroristico contro una città inerme, priva di particolare significato strategico ai fini della conduzione del conflitto, per piegare la resistenza del nemico. "La prima strage degli innocenti del nostro tempo", scrisse il Times di Londra. La distruzione della città è il soggetto del capolavoro di Pablo Picasso, una delle icone più conosciute del pacifismo internazionale.

Stuka e Fortezze volanti



Dopo la Prima Guerra Mondiale la tecnologia portò grosse innovazioni nel campo aeronautico, dilatando al massimo l'importanza del "potere dell'aereo", in altre parole della possibilità di usare il cielo per scopi bellici. Così la maggior parte dei Paesi che non l'avevano fatto prima, costituirono una propria forza aerea indipendente, alla pari con Esercito e Marina. Con la Seconda Guerra Mondiale si ebbe un ulteriore straordinario progresso tecnologico. Basti paragonare gli esili biplani di soli venti anni prima ai caccia Hawker Hurricane, Supermarine Spitfire e Messerschmitt Bf 109. Contemporanei sono anche il bombardiere in picchiata Junkers Ju 87, meglio conosciuto come Stuka, e i bimotori da bombardamento Bristol Blenheim, Dornier Do 17 e Heinkel He 111. Lo sviluppo di bombardieri veloci culminò verso la fine degli anni Trenta con il quadrimotore statunitense a grande autonomia della Boeing, il B-17 Flying Fortress ("fortezza volante"). Da questo momento all'arma aerea venne definitivamente assegnato un ruolo fondamentale, poiché essa si mostrava lo strumento più efficace per realizzare l'attacco diretto al cuore della popolazione, nei centri abitati. E non solo con le tradizionali bombe, ma anche con nuove e più potenti armi, quali quelle chimiche (e poi biologiche).

Uso terroristico dei bombardamenti aerei



Scoppiata la guerra, l'aeronautica si affermò come sistema integrato in cui avevano grande importanza i radar e la cooperazione fra ricognitori e bombardieri. Durante il conflitto, le aviazioni dei diversi Paesi operarono su tutti i fronti e spesso in stretto contatto con le forze di terra e di mare. Il futuro della guerra aerea era appena cominciato e l'uso terroristico dei bombardamenti aerei si acutizzò. I Tedeschi realizzarono i missili V-1 e V-2. Il primo era un missile da crociera in grado di trasportare una testata bellica fino a 850 kg, mentre il secondo era un missile balistico con testata da 910 kg. Sempre i Tedeschi, nell'autunno del 1944, schierarono anche i primi caccia a reazione, i Messerschmitt Me 262 Schwalbe, che diedero ottimi risultati contro le formazioni dei bombardieri alleati, senza tuttavia incidere sulle sorti del conflitto. I centotrenta bombardamenti eseguiti dagli Stati Uniti sulla città di Tokyo (tra il novembre 1944 e l'estate 1945), assieme agli attacchi nucleari portati a termine nell'agosto 1945 sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, segnarono il culmine dell'uso terroristico della guerra aerea. Infatti, pur confermando il peso decisivo della guerra aerea nei moderni conflitti, tali bombardamenti affermarono lo scopo terroristico anche quando era chiaro - come lo era per il Giappone, ormai alla disfatta totale - che essi non avevano affatto carattere risolutivo. In realtà le bombe atomiche concessero agli Usa di concludere il conflitto con il Giappone senza ricorrere a una potenza militare esterna, come l'Unione Sovietica. Ciò consentì agli Stati Uniti di dare un'impressionante dimostrazione della propria potenza e, al contempo, di occupare da soli il Giappone, mantenendo un proprio plenipotenziario, Mac Arthur, fino al 1952.

Hiroschima e Nagasaki. Passaggio epocale



Le atomiche di Hiroshima e Nagasaki segnarono un passaggio epocale. Non già per il rapporto quantità di vittime-tempo impiegato, ma perché rappresentarono l'attuazione di una specie di celebrazione dell'onnipotenza di una scienza criminale che si prese la sua rivincita sul disegno della creazione divina. La logica dei bombardamenti aerei proseguì anche durante la Guerra fredda, che poi tanto fredda non lo fu davvero: nella Guerra di Corea (1950-1953), nella Guerra dei Sei Giorni (1967), nella Guerra del Vietnam (1964-1975). Proprio la guerra in Vietnam, accanto all'utilizzo di sofisticati aerei da guerra (i caccia supersonici MiG-17 e MiG-21 sovietici contro gli F-105 Thunderchief e F-4 Phantom statunitensi), vide per la prima volta l'impiego massiccio di elicotteri da combattimento. Col passare del tempo il progresso militare non si è arrestato e ha partorito nuovi e sconvolgenti armi, questa volta più "intelligenti" delle precedenti. Il ruolo dell'aeronautica militare nei moderni conflitti è stato ancora una volta drammaticamente posto in rilievo nel gennaio del 1991 durante la prima guerra del Golfo e nelle guerre della ex Jugoslavia. L'Iraq, ad esempio, fu sistematicamente attaccata dal cielo dietro le linee del fronte e privato di grandi centri di comando e controllo, linee di comunicazione e depositi. Negli attacchi iniziali dell'operazione "Desert Storm" furono impiegati i missili da crociera Tomahawk, lanciati da unità navali dislocate nel golfo Persico e nel Mar Rosso, gli F-117A Nighthawk, bombardieri Stealth armati di bombe "intelligenti" a guida laser e gli F-4G Wild Weasel, dotati di missili antiradar HARM. La ridotta difesa aerea irachena favorì anche l'azione degli aerei d'attacco, come gli F-15E Strike Eagle, gli F-111 Aardvark, gli F/A-18 Hornet, gli A-6E Intruder, i Tornado e i Jaguar. Per contrastare le forze irachene furono massicciamente impiegati, oltre all'aereo anticarro A-10 Thunderbolt II, anche gli elicotteri da combattimento AH-64 Apache e AH-1 Cobra con missili Hellfire e Tow. Nelle due guerre che hanno inaugurato il nuovo secolo, la guerra in Afghanistan e la seconda guerra del Golfo (2003), l'utilizzo dell'arma aerea non ha avuto eguali nella storia militare. Purtroppo, ancora una volta, la popolazione civile è quella che più ha lamentato perdite di vite umane. Anzi, la strategia militare statunitense ha esplicitamente ammesso che i bombardamenti strategici sull'Iraq avevano il preciso scopo di spargere il terrore tra le forze nemiche. Shock and awe ("colpisci e terrorizza") è questo il nome che è stato dato a questa strategia che, per quanto rivolta ai combattenti, ha causato vittime anche tra la popolazione civile. L'ultima guerra in Iraq ha realizzato nell'immaginario collettivo l'idea di una "guerra pulita", una guerra che, grazie ai missili intelligenti (ossia missili aria-aria con guida laser, che centrano al millesimo il bersaglio prescelto), ha diminuito il pericolo di un bombardamento incontrollato, colpendo marginalmente la popolazione civile. Sappiamo però che proprio così non è andata, poiché ci hanno fatto vedere solo le immagini che hanno voluto che noi vedessimo. L'inganno è sempre in agguato quando si parla di guerra. Peccato che queste nuove armi "intelligenti" non hanno anche un'anima.

Oggi, in Afghanistan i Droni



“Top Gun”: chi è stato giovane negli anni Ottanta ricorda inevitabilmente con un certo affetto quel puerile ma irresistibile cult-movie, in cui Tony Scott romanzava come in un fumetto le spericolate gesta dei piloti militari della californiana United States Navy Fighter Weapons School (meglio nota come Top Gun, per l’appunto). Quella scuola è realmente esistita: era il più importante dei Replacement Air Group, i centri di perfezionamento creati dal Pentagono nei primi anni Settanta, alla luce delle disavventure del Vietnam, in cui i piloti più esperti addestravano i novellini. Oggi quel film, che nel 1986 fece la fortuna di Tom Cruise, si avvia a divenire una sorta di documento di un’era passata. La base “Top Gun”, che negli anni Novanta è stata trasferita dalla California nel vicino Nevada, si sta trasformando in qualcosa di molto diverso da quello che Hollywood mostrò al mondo un quarto di secolo fa. L’aviazione e la marina stanno investendo sempre più nell’impiego dei cosiddetti droni, gli aerei da guerra senza esseri umani a bordo, pilotati via satellite da terra. Ovvio: se si vuole mettere il meno possibile a repentaglio la incolumità di un pilota, farlo addestrare da veterani sopravvissuti all’esperienza del combattimento reale è utile, ma tenerlo al sicuro a terra, davanti ad un computer con in mano un joystick, magari dall’altra parte del mondo rispetto alla zona bombardata, è infinitamente meglio. Ma la sicurezza del pilota non è tutto. Secondo i fautori di questo nuovo sistema, l’impiego dei droni porta anche a ridurre il numero di vittime civili, poiché, a differenza del tradizionale caccia che doveva bombardare con “toccata e fuga” per sottrarre il prima possibile il pilota ai colpi dell’artiglieria contraerea, il Drone può permettersi di volare sopra il bersaglio per prendere bene la mira con tutta calma, per ore e ore, anche per un’intera giornata. Questo argomento non convince i sostenitori della cosiddetta counterinsurgency, ossia la tecnica adottata dal generale David Petraeus con il surge che nel 2007 ha recuperato l’Iraq dall’orlo dell’abisso, e che attualmente il generale Stanley McChristal vorrebbe tentare anche in Afghanistan.

Guerre asimettriche

Costoro sostengono che nel combattere guerre asimmetriche, cioè nell’usare un esercito regolare contro terroristi e guerriglieri, è decisivo porre la popolazione civile sotto la protezione delle proprie truppe, anziché renderla vittima accidentale delle proprie bombe, poiché nel primo caso è incoraggiata a divenire preziosa alleata, e nel secondo caso è di fatto spinta ad appoggiare il nemico. Ovviamente secondo questa visione è bene puntare il più possibile sulle truppe di terra, e il meno possibile sui bombardamenti aerei, droni o non droni. Ma i bombardamenti con i Droni hanno finalmente decapitato i vertici di Al Qaeda, per cui a Washington vengono visti sempre più come una soluzione vincente, oltre che poco rischiosa. E tanto basta per investirvi sempre più risorse. Inizialmente, a pilotare i Droni erano i normali piloti di caccia, dislocati solo temporaneamente nella base in Nevada; di recente, però, si è passati a destinare là stabilmente i piloti migliori. Il 25 settembre 2009 sono entrati in servizio i primi otto piloti addestrati esclusivamente per questa speciale mansione: "un nuovo tipo di Top Gun per un nuovo tipo di guerra", come titolava un reportage di Time. Il Colonnello Eric Mathewson, che dirige la scuola di addestramento, intervistato sulla rivista delle forze armate “Stars and Stripes” proclamava orgoglioso: “siamo alle prese con una transizione culturale, paragonabile a quella dalla cavalleria ai carri armati”. Solo che in questa occasione si tratta di rinunciare all’ebbrezza del volo, per cui nessuno si offre volontario. E così, d’ora innanzi, ogni anno il Pentagono pescherà d’autorità cento tra le reclute più meritevoli dalle ordinarie accademie dell’aviazione, e le dirotterà, loro malgrado, in questo corso per piloti virtuali.

Buschiani e obamiani

Ad ogni modo, bushiani od obamiani che siano, questi bombardamenti di nuova generazione sono una tattica, non una strategia. Il che non può essere una critica nei confronti della CIA, alla quale adiopiacendo non compete elaborare tattiche. Quello, semmai, è il mestiere del presidente. I droni sono uno strumento come un altro per fare la guerra: consentono di farla in circostanze in cui in passato sarebbe stato impossibile o troppo rischioso, ma non risolvono né consentono di eludere nessuno dei quesiti di fondo che ancora attendono risposta per poter definire quale sia, in sostanza, la “Dottrina Obama”. In quali casi si interviene con la forza, e in quali no? E con quali alleati? E soprattutto, con quali fini? Antiterrorismo o promozione della democrazia? Interesse nazionale o diritti umani universali? Egemonia o sopravvivenza? E questo è, forse, il punto cruciale: ancora una volta, l’attuale presidenza appare incentrata sulla tattica, ma priva di una vera strategia. Naviga a vista. A lungo andare, potrebbe costarle molto caro.

2 luglio 2010

Dopo Copenhagen, Cancun. Ancora sorrisi amari per il clima?

Ancora sorrisi amari per il clima. Verso il Vertice di Cancun
di Roberto Maurizio


Energia e clima



Diciasette paesi hanno partecipato, il 30 giugno e il 1° luglio 2010, a Roma, al “Mef (Major Economies Forum) su Energia e Clima”. I rappresentanti di Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Sudafrica, Regno Unito e Stati Uniti d'America hanno discusso animatamente sulla necessità di un accordo sui cambiamenti climatici nell’ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change - Unfccc). L’incontro di Roma del Mef è il follow up naturale frutto di un processo lanciato dal Presidente degli Stati Uniti nel marzo 2009, con l'intento di facilitare un dialogo tra le maggiori economie mondiali e le economie emergenti, per contribuire a dare l'impulso politico necessario al raggiungimento di un accordo globale sui cambiamenti climatici e per procedere ad esplorare iniziative concrete e collaborazioni che incrementino l'offerta di energia pulita riducendo le emissioni di gas serra. Tra i temi trattati nel corso del Mef, gli interventi di adattamento ai cambiamenti climatici e relativo finanziamento; monitoraggio, rendicontazione e verifica - consultazione internazionale e analisi degli interventi per la riduzione delle emissioni; impegni di mitigazione in vista della 16a Conferenza delle Parti (Cop) sui cambiamenti climatici dell'Unfccc (Conference of the Parties - Cop16) di fine anno a Cancun (Messico); progressi nelle negoziazioni in ambito Unfccc per Cancun; aggiornamento sulla preparazione della riunione Ministeriale su Energia Pulita ("Clean Energy”) del 19-20 luglio a Washington.

I rimedi alla crisi proposti dal Mef

Il sorriso spento del nuovo Segretario Onu sui cambiamenti climatici, Christina Figueres

La riunione di Roma del Mef è stata aperta dalla 53enne costaricana, Christiana Figueres, che dalla prossima settimana sarà ufficialmente il nuovo segretario della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici in sostituzione del dimissionario Yvo De Boer. Christina ha affermato di attendersi dall’appuntamento di Cancun qualche risultato “pratico” in più rispetto a quella, definita da tutti fallimentare, dello scorso dicembre a Copenhagen. “Sono fiduciosa che a Cancun le decisioni degli Stati inizieranno ad essere più focalizzate sugli impegni delle istituzioni contro i cambiamenti climatici – ha affermato Figueres a margine dei lavori romani – è evidente che mettere d’accordo i rappresentanti di quasi 195 nazioni è un processo difficile, lento e doloroso, ma non vedo altre opzioni percorribili. Non si può lasciare nessuno indietro, perché non c’è nessuno che non sia affetto dai cambiamenti climatici”. Parlando poi nello specifico dei temi al centro del Mef, la rappresentante delle Nazioni Unite non si è nascosta le difficoltà di nel far partire la distribuzione dei fondi dai paesi più ricchi a quelli in via di sviluppo, e i controlli necessari perché vengano spesi bene, che non tutti accettano: “E’ comprensibile che i paesi donatori che hanno l’obbligo di dare i fondi vogliano anche controllare come vengano spesi – ha sottolineato – ma d’altra parte è giustificabile che chi li riceve abbia un accesso diretto e non condizionato. Dobbiamo mettere insieme queste due visioni”. Secondo Figueres, la crisi economica potrebbe mettere a rischio i fondi a breve termine, ma sul lungo periodo potrebbe essere uno stimolo: “C’è il rischio che sul breve termine qualche conseguenza ci sia – ha precisato – ma qui si parla di strategie di lungo periodo. Inoltre, gli investimenti sulle tecnologie verdi hanno già dimostrato di poter sostenere la crescita, quindi possono funzionare come rimedio alla crisi”.

La "Governance verde"



Quali sono state le conclusioni dell’incontro delle 17 maggiori economie mondiali? Di fronte alla possibilità di uno stallo infinito tra due posizioni contrapposte, è prevalsa la linea che punta a ottenere subito qualche passo avanti concreto in direzione di una diminuzione dell'aumento delle emissioni serra. Dal punto di vista scientifico questa posizione è abissalmente lontana da quella necessaria a bloccare la crescita della temperatura entro un tetto di due gradi a fine secolo. Ma dal punto di vista pragmatico può mettere in moto un processo di trasformazione economica capace magari di produrre uno sprint improvviso. Insomma, la soluzione dei problemi del clima sono stati “traslate” al vertice di Cancun, sperando in un cambiamento di rotta: il nuovo accordo sarà basato sui fondi e sui controlli. Si partirà con 10 miliardi di dollari l'anno, ma si deve ancora stabilire chi controllerà la riduzione delle emissioni serra, chi gestirà i finanziamenti, chi assicurerà il corretto funzionamento della macchina a sostegno dell'adattamento climatico e della Green Economy. Lo scontro su cui si sono infrante le speranze di Copenaghen è stato dunque per il momento congelato. A dicembre in Messico i 193 Paesi Onu non si divideranno più tra sostenitori della “governance” mondiale sui beni comuni dell'umanità (Europa) e difensori della sovranità degli Stati (Usa, Cina, India). La possibilità di un accordo globale obbligatorio come quello in vigore per il commercio è stata per ora messa da parte. Si cercherà un accordo più limitato ma più probabile. Un accordo economico che tenga comunque assieme varie esigenze: evitare il caos climatico, agevolare lo sviluppo sostenibile dei Paesi più poveri, dare ossigeno alle imprese che hanno scommesso sulla green economy. E' un'intesa che nell'immediato suona molto limitata rispetto alle ambizioni nate dal ben più stringente protocollo di Kyoto. Ma lascia aperta la porta a successivi progressi e radica la questione ambientale in un gioco economico di ampio respiro. Il punto reale è se i fondi annunciati (una cifra in crescita che parte dai 10 miliardi di dollari l'anno del 2010-2012 per arrivare a 100 miliardi l'anno nel 2020) verranno stanziati davvero. "Facciamo un sito web e diamo in diretta le informazioni sui Paesi che hanno pagato e quelli che non hanno pagato", ha proposto, sotto forma di battuta, il delegato indiano. Per il momento pochi hanno pagato e c'è chi non ha nemmeno messo i soldi in bilancio.

Onorare gli impegni

Ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo

L'Italia per esempio. "Non credo ci saranno soldi freschi o aggiuntivi per gli impegni economico-finanziari assunti a Copenaghen", ha precisato il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. "Comunque in sede Ecofin è stato stabilito che l'Europa onorerà gli impegni presi a Copenaghen". Insomma l'Italia, ha detto il ministro, potrebbe mettere soldi "non freschi", ottenuti dalla "rimodulazione di altre voci", ma è comunque chiamata a trovare 600 milioni in tre anni per tener fede a ciò che ha sottoscritto in sede di accordo internazionale sul clima. Soddisfatto anche il capo delegazione degli Stati Uniti, Todd Stern: "Sono stati due giorni di incontri che hanno prodotto risultati importanti in vista della conferenza di Cancun. Progressi nel campo della mitigazione, dell'adattamento, della difesa delle foreste, del trasferimento di tecnologie pulite e del sistema di finanziamento". Tra cinque mesi, a Cancun, si potrà verificare la solidità di questi annunci.

29 giugno 2010

I dettagli della Montessori

I dettagli generano confusione. Montessori
di Roberto Maurizio

Il lungo periodo
Durante la Guerra Fredda, 1947-1989, due erano le visioni prevalenti nel pensiero economico e politico nel mondo. L’individualismo esasperato che portava anche le classi più povere ad emergere, e il socialismo, in cui lo Stato era padrone e signore e le classi povere giustificavano l’esistenza del Signore, che avrebbe combattuto nel tempo per rendere le classi inferiori, superiori, con il passar degli anni (nel lungo periodo, come diceva Keynes, tutti saremo morti).

Dal particolare al generale, dal generale al particolare



Generale, inteso come il “tutto”, tutto il mondo uguale, l’internazionalizzazione, presupposto della globalizzazione per tutti uguale, si contrapponeva alla “personalizzazione”, al “federalismo”, alle “biodiversità” esistenti sul pianeta Terra. Queste formule distinguevano la destra (prima il “particolare”, l’individuo, la famiglia, l’impresa privata, lo Stato e la Chiesa, la religione, la differenziazione) dalla sinistra (prima “il generale”, lo Stato senza chiesa, senza religioni, senza sovrastrutture, l’impresa pubblica, l’educazione pubblica, la sanità pubblica, la globalizzazione senza distinzione).

Lo “scemeggiato”



E’ andato in onda, durante la “Guerra Fredda” uno “Scemeggiato”: “Gli otto Samauri”. Da una parte, la destra, favorevole alla pena di morte e contro il Terzo mondo, dall’altra la sinistra che voleva un mondo tutto uguale, dove in tutti i paesi fossero rispettati i diritti umani. L’Italia fu attraversata nel 1990 da una voglia di repressione che ha fatto invidia al fascismo! Tutti uguali davanti alla legge. L’olio di ricino sostituito dal carcere a vita. Tutti i corrotti dentro. Di italiani si sarebbero salvati solo 8. “ Gli otto Samurai”. Ma chi avrebbe mai costruito carceri per 57.800.000 italiani su una popolazione totale di 57.800.008? Lo “scemeggiato”, tra i titoli di coda, annoverava uno degli otto: un certo Di Pietro da Montenero di Bisaccia.

Il bastone e la carota



La sinistra si è sempre distinta dalla destra per l’uso che ha sempre privilegiato della carota (ad eccezione di Stalin, Tito, Pol Pot, Ceausescu, Fidel Castro e via discorrendo, che hanno prodotto milioni e milioni di morti, non foche monache, ma donne, uomini, vecchi e bambini, quelli tanto amati dalla Margherita Hack). La destra ha sempre imperversato nel mondo con il colonialismo, l’imperialismo anglo-americano.

Maria Montessori



La pedagogista, figlia di Alessandro e Renilde Stoppani, ha avuto un grande ruolo nella scuola italiana. Ciò che “Stampa, Scuola e Vita” vuole mettere in evidenza, in questo post, è solo che Maria Montessori detestava i dettagli nello studio che, secondo lei, portavano ad una grande confusione (la citazione viene da Crozza Alive sulla Sette). I dettagli sono importanti, ma non costituiscono l’essenza della conoscenza. Una volta, i dettagli facevano capire la divisione tra destra e sinistra. Oggi, i dettagli servono solo a fare confusione. E’ di sinistra schierarsi in favore degli immigrati? No, adesso anche i “finiani”, di destra, sono favorevoli. Allora? Oggi, i dettagli, con Internet, sono disponibili a tutti. E’ la loro memorizzazione che fa difetto. Allora, aveva ragione la Montessori che invitava gli studenti e gli insegnanti a puntare sui punti fermi e irripetibili. I dettagli sono solo degli elementi che confondono l’essenza centrale di un argomento didattico. Solo dopo aver conosciuto l’essenza della conoscenza si passa ai dettagli. Ma, i dettagli, nel loro insieme, rappresentano la conoscenza?

27 giugno 2010

G8, G20, No Global, Black Block, che noia. W il Giotnoia!

Giotnoia
di Roberto Maurizio


E' possibile che ogni anno dal 1975 in poi, dal primo Vertice del G8, allora G6 a Ranbouillet, dobbiamo assistere a questa farsa di "uomini neri mascherati" che combattono contro il diavolo, contro il capitalismo, cioè contro i 3/4 dell'umanità, mentre gli altri muoiono di fame? Fatela finita, Black Block o Bloc (non siete riusciti nemmeno a darvi un nome e un cognome preciso) perché invece di rompere le vetrine dei negozi e i forzieri delle banche non cominciate a studiare e a dare indicazioni precise sul futuro dell'umanità? Il Gi otto con voi diventa una noia. Rompete tutto e anche i coglioni. Non bastano i Gi otto noia ufficiali a riunirsi, a spendere soldi e a non concludere niente? Servite anche voi che rompete le vetrine. Il G8, il G20, il G24, il Ggiovani industriali, il G8Africa, il G8 della Maddalena, il G20 del Canada, e via discorrendo. Salviamo il salvabile, finché c'è tempo. Idee e non vetrine rotte, percorsi da seguire nel breve termine e anche nel lungo, nonostante Keynes, e non rivoluzioni da quattro soldi (meglio quelle dei Talebani che hanno impiegato 2.000 anni a difendersi dallo straniero). Gi otto, che noia che barba!