19 luglio 2010

saluti

Ciao,

scrivo da parte della  famiglia di Roberto per dare a tutti i suoi estimatori una tristissima notizia:
Roberto da pochissime ora non c'è più, ha avuto un malore e se ne è andato via.
Siamo tutti qui vicino alla moglie e ai figli in un abbraccio pieno d icalore e di affetto.
Lo ricorderemo tutti insieme a voi e queste pagine ci aiuteranno a ricordare la sua passione
per ogni aspetto della vita.

Ciao Roberto

Stampa, Scuola e Regime. La Mafia

Stampa, Scuola e Regime
di Roberto Maurizio



Veniamo al dunque

L’estate 2010, come tante altre, è calda e bollente. Ma un’estate così vicina al Golpe non l’avevamo mai vista prima. Il Premier non va in vacanza, come milioni di italiani. Fini getta gli ami e arpiona le sue prede: le cernie di Anzio e le spigole di Capalbio, in combutta con D’Alema. Mentre un tramonto senza fiato su Capri, su Favignana, su l’Isola d’Elba (meglio che cambia nome come Cinecittà Est, un’Isola che si chiama Isola è veramente farneticante no correct) attira l’attenzione degli operai di Pomigliano d’Arco, dei dilettanti allo sbaraglio della scuola, i precari, delle mezze maniche che non hanno mai avuto un ruolo in questa Italia se non quello di distruggerla. Allora si alza in cielo la vendetta dell’Italietta. Signori, mettetevi in testa che comanda in Italia solo chi ha i soldi veri. Tutti gli altri acrobati, degni del Circo Togni, devono capire che le tigri non possono essere messe in gabbia e che il Tg3, quello di Santoro, ha già una foca monaca da salvare. Veniamo al dunque.

Le stampelle della sinistra

Vendola spariglierà il centrosinistra, come se ce ne fosse stata richiesta l’urgenza. Valentino Rossi con le stampelle arriva quarto e canta vittoria. Vedola Rosso Rosa e gaio arriverà quarto, cioè prenderà un quarto di voti degli italiani immigrati in Abissinia senza stampelle. Sempre più ultimi degli ultimi saranno i siciliani che hanno voltato le spalle a Borsellino, in occasione delle celebrazioni del 18° anniversario di via D’Amelio (diventata più famosa della morte di un eroe dei nostri tempi).

Una vergogna

Solo 100 persone siciliane a ricordare un martirio. Perché? E’ molto più facile ammazzare che parlare! Una Sicilia invasa dai turisti in questa solita calda e bollente estate. Mentre i cani abbaiano da lontano, possibile che nessuno capisca che è giunto il tempo di sconfiggere la Mafia? La Mafia sono le persone che visitano la Sicilia, cantano a squarcia gola le canzoni più belle infettate dal sangue. La Mafia è come l’estate. Tutti sotto il Sole, per ore, ore e ore. Tutti pronti a prendersi un pezzo di cielo del tramonto su Taormina. Imbarcazioni, yacth (non riuscirò ma a scriverlo bene, perché è quello di D’Alema), pattìni, gommoni da strapazzo tutti pronti a far dimenticare la crisi, la televisione di merda che va in ferie come i professori di una volta, di tante persone che hanno come ultimo scopo, la villa al mare per fare il comunista e per non pagare le tasse.

Anche gli incisivi saltano

Che estate di merda, quando gli incisivi saltano via insieme alla statua di Borsellino. La Mafia è quella che rimette tutto a posto. Solo che ti ha tolto i denti più importanti per aggredire questi quattro inetti, pieni di soldi e senza cultura? Mi rivolgo a voi, mafiosi, camorristi, ndranghetisti. Possibile che non abbiate un minimo di dignità? Uccidete, spacciate la droga che ammazza i nostri figli: una schifezza. Ogni morto di eroina è da addebitare, però, non a voi che fate il vostro mestiere con i colombiani, gli afghani, ma a Capalbio. A quelli che prendono il Sole e vanno per il mare e non alzano un dito per la liberalizzazione della droga, quelle che potrebbe sconfiggere i racket e i camorristi. Non si sconfigge la Camorra con i libri, ma con i soldi. La sinistra fa il pesce in barile, in un’estate senza casco. E’ una classe politica che si oppone contro il bavaglio di Berlusconi e fa morire centinaia di ragazzi italiani per overdose.

I Fondi Fassini

Una classe all’opposizione che non sa dov’è il Darfur, chi sia Aung San Sun Kyi, che invece conosce bene il miliardario ex comunista che prende i Fas (Fassino Spa, che paga uno e prende due). Sono anni che le cose in Italia vanno così. Infami sono quei politici che credono di combattere Berlusconi e lo imitano in tutte le sue manifestazioni. Basta con i politici corrotti. Basta con i corrotti politici che fanno finta di rappresentare la classe operaia che non esiste più. La classe operaia siamo noi. Gli uomini e le donne che non vogliono più essere prese per il sedere.

Summertime

Non esiste Maggioranza e Opposizione. Esiste soltanto la voglia di accumulare denaro. Non avete tenuto in considerazione che la gente vuole anche tanto amore. Summertime, and livin’ is easy, Fish are jumpin’ and the cotton is hight.

Il mio Mediterraneo

Il mio Mediterraneo e quello di Miriam


di Roberto Maurizio



Quando a Torvajanica


Accarezzo il mare


Tocco per un istante


Le onde di Algeri

17 luglio 2010

Faccia di tolla. Zio Luciano si incazza

Faccia di tolla
di Roberto Maurizio


Senza pagare dazio
Faccia di tolla era stato utilizzato per insultare Berlusconi il 17 ottobre 2008 dal blog www.unonessuno.blogspot.com. Adesso, senza pagare dazio, Di Pietro lo ruba per attaccare Berlusconi sul Corriere della Sera del 16 luglio 2010. «Berlusconi è proprio una faccia di tolla - ha detto invece senza mezzi termini il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro -. Solo così si spiega la spudorataggine con la quale attribuisce a sé i risultati ottenuti a Milano dai carabinieri, dai magistrati e dalle forze dell`ordine proprio grazie al sistema delle intercettazioni che lui stesso vuole abrogare». Adesso, un molisano, uno che crede di essere il redentore, il giustizialista per eccellenza, un agricoltore, perché mai se la prende con la “tolla”, la pannocchia, l’infiorescenza maschile posta sulla cima dello stocco? Poteva dire faccia da culo, faccia da cazzo. Ma era troppo facile e incorreva anche nel pagamento di una multa salata. Ma qui casca l’asino! Se devi fare la battaglia contro Berlusconi raccogliendo tutta la melma dell’italiano medio cattocomunista in avanzata decomposizione, perché usi, tu Di Pietro, tu del Seminario di Termoli, tu di Montenero di Bisaccia la “tolla” per offendere un nemico giurato? “Tolla”, in milanese significa “latta”, quindi faccia che si adatta a prendere cantonate e insulti. Ma “tolla” per me, che sono sammartinese e molisano, significa la parte più prelibata del granturco, quella che si mangiava lessa durante la festa del grano di San Donato, la notte del 6 agosto, quella del popcorn (ma questo, forse si addice molto di più a voi filoamericani di Yes We Can di Obama e Veltroni). Noi molisani amiamo le nostre tradizioni, tra queste c’è il rispetto della “tolla”, del mais, del granturco. A “toll” t’he d’ha forz’e e courage (la tolla, quella del mais, ti da forza e coraggio), quello che manca alle forze politiche italiane. La “tolla” rappresenta il riscatto della povertà dell’Italia meridionale, stufa di essere assistita per far mangiare i politici corrotti, con quattro in storia e tre in italiano. La “tolla” è, dunque, un simbolo di rivolta contro questa classe di politici corrotti fin dai Comitati di Quartiere. La faccia di “tolla” era quella che gli emigranti molisani portavano all’interno delle loro valigie di cartone, quella che nascondevano per la vergogna della fame. La vera “tolla”, quella molisana e del Sud italiano immerso nel Mediterraneo, è un insieme di tanti chicchi biondi e d’orati ancora aggrappati alla pianta dalla quale avevano avuto la vita. Per l’ultima volta, la "tolla" fu vista da zio Luciano, nel 1947, mentre partiva dalla Stazione di San Martino destinazione Francia. Prima di salire l’ultimo gradino del predellino della Littorina, zio Luciano diede il suo ultimo sguardo alla “tolla” e sussurrò: le mie radici sono le stesse delle tue. Tornerò. Ma quali saranno i costi e i ricavi della mia “avventura”? Quale il mio Check and Balance? Il turbinio di idee si fermarono di fronte alla “tolla”. La “tolla” è la vita di un “meridionale”. La “tolla” è una risposta concreta allo sviluppo del Mezzogiorno sempre più abbandonato dai politici. La “tolla” è un simbolo che il molisano Di Pietro non dovrebbe utilizzare per attaccare il suo nemico. I nemici della “tolla” sono le tossine da funghi, le fumonisine.

15 luglio 2010

La cena dopo gli Esami del "Leopardi" di Roma

Cena d’està del “Leopardi”
di Roberto Maurizio



Senza soluzione di continuità



Come nella bellissima canzone napoletana, “Mandulinata a Napule”, di Ernesto Murolo e Ernesto Tagliaferri, che inizia con “Sera d’està! Pusilleco lucente canta canzone e addora d'erba 'e mare...”, ieri sera, 14 luglio 2010, gli insegnanti e gli alunni della classe VB Igea serale 2009-2010, si sono incontrati nella splendida cornice di “Villa Il Sogno”, dove hanno tenuto la “Cena d’està” per festeggiare la chiusura dell’anno scolastico, terminato con uno strepitoso successo per l’intera classe (media 77,33 su 100). Il “raduno” era stato fissato, come al solito, alle ore 20.00 sotto il “balcone” della scuola “Giacomo Leopardi”, via del Pettirosso 1, località Torre Maura, Roma. Tra le Porsche e le Ferrari degli alunni, c’erano anche le Fiat 1600 a ben quattro cilindri, di cui tre non funzionanti, degli insegnanti. Alle 21.00, tra un ritardo e l’altro, la “carovana” raggiunge “Villa Il Sogno” di Frattocchie, Marino, via Costa Rotonda 8. Ad accogliere gli studenti e gli insegnanti, il Preside, Prof. Giuseppe Calzone. La cena, ovviamente, è a “base di pesce”. Mentre nel cielo stellato si assiste alla congiunzione Venere-Primo Quarto di Luna, i camerieri danno inizio al cerimoniale di portate senza soluzione di continuità: prima ostriche e champagne, poi, scampi vino bianco e rosato, due primi, per gradire, una cernia con patate, dolce e frutta a volontà. Tra un “piatto” e l’altro, brindisi, complimenti e commozioni. E poi, tante foto.

Il Preside, Prof. Giuseppe Calzone

Un forte carisma


Tre i momenti più “toccanti” della “Cena d’està”. Il primo, quando un insegnante traccia un bilancio complessivo della classe VB Igea serale, soffermandosi soprattutto sui lati positivi che hanno coinvolto la maggioranza. “Una vera e propria classe, anche se costituita da adulti, lavoratori, padri e madri di famiglia. Però, il vero collante tra insegnanti e studenti, ha sostenuto l’insegnante, è stato il Preside, che dall’alto della sua grande professionalità, maturata da decenni di esperienza, ha saputo donare tanto affetto, ma anche tanta serietà al “collettivo”. Sotto la “maschera pirandelliana”, sotto la “faccia burbera”, il Preside, Professore di Italiano della VB Igea 2009-2010, profondo conoscitore della Storia contemporanea, autore di libri e di articoli, giornalista pubblicista dagli anni ’80, à côté del suo forte carisma, insieme alla sua puntuale e ricercata eleganza, nasconde una connaturata bontà d’animo, propria di un fiero “meridionale” che nei momenti più critici o in quelli più allegri si esprime in uno stretto dialetto calabrese.



Li chiamavo tutti “Ciccio”



Il secondo momento clou, si è toccato con due interventi degli alunni che, oltre a riconoscere l’attaccamento del Preside all’insegnamento, hanno sottolineato la “partecipazione emotiva” che come Professore d’Italiano sapeva trasmettere durante la recitazione di poesie o brani tratti dalla Divina Commedia, da Carducci, da Pirandello. L’emozione ha raggiunto l’acme, allorquando uno dei due studenti, dopo aver elogiato tutti gli insegnanti della classe, commentando la chiusura dell’anno scolastico, ha messo in parallelo la sua esperienza di istruttore di reclute con la fine della scuola. “Per non affezionarmi troppo ai miei allievi, ha affermato l’alunno ex istruttore, li chiamavo tutti “Ciccio”. Volevo ricordare solo i loro volti e non i cognomi e i nomi. Ogni chiusura di un corso, per me rappresentava un dramma. Ma sapevo che subito dopo le vecchie reclute sarebbero stati sostituiti da altre giovani leve. E mi chiedevo? Saranno i prossimi nuovi allievi all’altezza dei vecchi”?


Ad maiora semper!



La risposta gli è stata data, subito dopo, come terzo momento saliente della serata, dall’atteggiamento del volto del Preside, dal quale si capiva perfettamente che la Scuola italiana, pubblica e privata, statale o paritaria, come “Istituzione” non ha l’obbligo di fare affezionare docenti e discenti, ma contiene al suo interno l’armonia, cioè, il riconoscimento di una stima reciproca. Solo allora gli impegni profusi congiuntamente possono raggiungere gli obiettivi del sapere e della conoscenza senza limiti di tempo e di spazio. Solo una voce possente, ma tenera di una profonda istruzione può librarsi in volo e raggiungere qualsiasi meta. “P''o mare 'e Napule, quant'armunia! Saglie 'ncielo e, 'ncielo, sentono, tutt''e stelle, 'a voce mia: voce, ca tènnera, st'ammore fa”. Ad maiora semper!


Tutte le foto della "Cena d'està" sui siti: http://www.istitutoleopardi.it/, http://www.maurizioroberto.com/ , e su Fb, Gruppo gli "Ex del Leopardi.

Le foto sono di Roberto Maurizio. Si prega di citare la fonte

14 luglio 2010

Cinecittà Est cambia nome? Villa Flaviana?

Villa Flaviana. Cinecittà Est: da un’espressione geografica a un nome.


di Roberto Maurizio



Foto di Roberto Maurizio

La Gernania dell’Est non c’è più. Berlino Est si è riunito ormai dal 1989 sotto il solido nome di Berlino. La Corea del Nord, forse, fra pochi anni si riunirà con quella del Sud. Taiwan, Formosa si sta riunificando con la Cina, per il momento sotto il punto di vista commerciale e di libero scambio, solo Cinecittà Est, un quartiere dormitorio della periferia di Roma, appartenente al X Municipio, continua ad avere un nome che più brutto di così non si può. Gli amministratori capitolini degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso non si misero al tavolino per trovare un nome al quartiere che stava nascendo all’interno del Grande Raccordo Anulare, che si sarebbe esteso nella zona dell’Agro Romano Z.XV Torre Maura, corrispondente alla zona urbalinistica 10f. Essendo delimitata a Sud, dalla via Tuscolana e dal nodo dell’Anagnina, a Est, appunto dal Raccordo, a Nord dai terreni non edificabili al confine con l’VIII Municipio e a Ovest dagli studi cinematografici di Cinecittà, allora, con grande intelligenza e “provvisoriamente” diedero il nome di Cinecittà Est. Bravi, nemmeno gli alunni della Terza elementare avrebbero saputo fare meglio. Se a Ovest c’è Cinecittà, ad Est ci sarà Cinecittà Est. Oggi, questa brutta espressione geografica ha, forse, raggiunto i 60.000 abitanti: una vera e propria cittadina di provincia. Senza una storia alle spalle, venne inculcato alla gente di vivere a Cinecittà Est. Oggi, la svolta: durante i lavori per costruire il “Punto verde qualità” (nome altrettanto “anodino”), il Cinecittà Park, affidato alla Ditta Di Veroli, si sta rinvenendo una Villa Romana. Ecco l’occasione per cambiare nome a Cinecittà Est. Ci chiameremo con il nome della Villa Romana, oppure con uno dei punti fondamentali della sua storia. Ad esempio: Villa di Torre Spaccata, ma già esiste, Villa Flaviana, forse. Sicuramente no, Cinecittà Est, Villa Agrippina, Villa Aenobarbo, Villa Severo. Quando ti chiedono dove abiti, è difficile da pronunciare Cinecittà Est, soprattutto quando ti rivolgono la domanda gli abitanti dei Parioli, del Borgo, dei Prati. Adesso, forse, potremmo rispondere: abito nel quartiere di “Villa Flaviana”.


Tutte le foto su Facebook, roberto maurizio e sul sito http://www.maurizioroberto.com/

13 luglio 2010

Tutti promossi al "Leopardi" di Roma

Analisi del voto

di Roberto Maurizio

Le rondini, tra i raggi del Sole, volano su via del Pettirosso durante gli Esami di Stato


Puntuale, il 9 luglio, come un orologio svizzero, è calato il sipario sugli Esami di Stato 2009-2010 dell'Istituto Paritario "Giacomo Leopardi" di Roma. I risultati raggiunti dagli studenti sono stati più che soddisfacenti: non hanno fatto altro che confermare la serietà di questo Istituto che da quasi trent'anni opera sul territorio situato ad Est della capitale, Torre Maura. Quarantaquattro studenti interni e ventidue esterni sono riusciti nella loro impresa. Tutti promossi al "Leopardi"! La media totale dei voti raggiunti dagli alunni interni ha toccato il 76,77 su 100. La classe VB Igea corso serale ha realizzato 77,33 punti su 100; la VA Igea, corso antimeridiano, ha raggiunto quota 76,23. Nove alunni della VB hanno superato abbondantemente il punteggio degli 80/100, mentre metà classe della VA, 12 alunni, si è collocata sopra questo straordinario punteggio: ottanta su cento. Buone anche le performances dei candidati esterni abbinati alle due classi quinte del "Leopardi": VA esterni, 72,83 su 100, e VB, 72,33 su 100. Il Preside, Prof. Giuseppe Calzone, si è complimentato con tutti gli studenti, ai quali ha inviato le sue congratulazioni e i suoi auguri per un ottimo impiego del diploma conseguito in piena serenità e con estrema professionalità.

12 luglio 2010

Giorgio Alpi, padre di Ilaria

Un saluto a Giorgio Alpi, padre di Ilaria


di Roberto Maurizio


Si è spento ieri, 11 luglio 2010, a Roma, all’età di 86 anni, Giorgio Alpi, padre di Ilaria, giornalista uccisa in Somalia 16 anno or sono. “Stampa, Scuola e Vita”, che ha sempre avuto un atteggiamento “riflessivo” sull’uccisione della giornalista di Rai 3 nel 1994, esprime il suo cordoglio alla moglie di Giorgio Alpi, padre di una giovane e brava lettrice ed interprete dei suoi tempi. Quello che non ho mai capito, come mai una ragazza giovane, senza esperienze, fosse stata mandata allo sbaraglio. Se la Rai conosceva la pericolosità della pista che stava seguendo Ilaria, perché l’ha lasciata sola? Perché non l’ha fatta proteggere? Come un agnello sacrificale, Ilaria ha dato la sua vita per seguire un “inbroglio internazionale”. Caduto il muro di Berlino, ridotte a zero le forze della Prima Repubblica, che bisogno c’era di trafiggere la Cooperazione allo sviluppo. Il Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, durante gli anni della Guerra Fredda, non poteva fare nient’altro di quello che gli veniva imposto dagli Stati Uniti. Perché mai gli Usa si sono disinteressati della distruzione di un “bastione” sul quale veniva realizzata la politica estera italiano nel Terzo Mondo? Perché Henry Kissinger non ha mai parlato di Ilaria Alpi? Ormai, l’Italia, dopo il 1989 non aveva più voce in capitolo. Mani Pulite stava mietendo vittime a destra e a manca ponendo sotto i suoi riflettori la Cooperazione italiana. Con un tratto di penna, manette e spade venne stritolato e buttata l’acqua sporca con il bambino. Ma perché mai, Ilaria ha voluto contribuire con le sue inchieste a buttare il bambino, gettando fango sulla Cooperazione italiana? Dopo 16 anni non sono state trovate prove concrete della corruzione e del male affare del Ministero degli Esteri italiano. Giorgio, padre di Ilaria, ha dato, come la figlia, la sua vita per cercare di trovare la “verità”. Il suo impegno per trovare le ragioni e i veri colpevoli della barbara uccisione di una bellissima creatura si è spento senza risultati. Resterà comunque indelebile nella storia di questa “povera” Italia, l’amore di un padre per la figlia fino alla fine del suo ultimo respiro. Giorgio ha finalmente ritrovato la luce di Ilaria, ma non è riuscito a dipanare le tenebre che nascondono ancora troppi lati oscuri. Grazie Giorgio, grazie Ilaria.



Per rendere omaggio a Ilaria e a Giorgio, “Stampa, Scuola e Vita”, riproduce un “articolo” di Alessio Candido, pubblicato il 21 marzo 2010. E’ una specie di Analisi del Testo, quello che cercheremo di effettuare.



Titolo: Ndrangheta, rifiuti, servizi: un rosario di silenzi da Bosaso alla Calabria

Iniziamo con una critica. Ma che c’entra la Ndrangheta con la Cooperazione allo sviluppo? Bosaso, dov’è? Il probabile lettore già si spaventerebbe. Ok. Passiamo al testo.

Somalia, 1994. Fase conclusiva dell’operazione Restore Hope (questa era solo americana, di Clinton). La missione della Nazioni Unite (Operation Continue Restore Hope) avrebbe il compito ripristinare la sicurezza locale e favorire l’eventuale reinsediamento di un governo legittimo (legittimato da chi?). Ma la carestia continua a mietere vittime (come se fosse una novità per la Somalia), la forza multinazionale (Onu) riesce a malapena a assicurare un cordone di sicurezza attorno agli aiuti umanitari, mentre il potere rimane saldamente in mano ai “signori della guerra” (legati mani e piedi ad Al Qaeda). La popolazione è stritolata nella guerra fra clan e stremata dalla fame (mentre prima!). Nel frattempo, all’ombra della cooperazione internazionale, la Somalia è divenuta crocevia di traffici di ogni tipo: armi, rifiuti tossici, scorie nucleari. Traffici ai quali i caschi blu non sono estranei. (Questa accusa dovrebbe essere documentata. I Caschi Blu collusi con i traffici di armi- come se l’Onu armava Al Qaeda- rifiuti tossici, come se quattro camorristi potessero avere un potere in Somalia, scorie nucleari, incredibile, l’Onu contro l’Aiea che è una sua agenzia).

È questa la pista che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano seguendo prima di essere uccisi il 20 marzo 1994, a Mogadiscio. (Ma come? Un’operazione così pericolosa assegnata a due poveri giornalisti che avevano a mala pena un tacquino e una penna, una telecamera da quattro soldi, registratori di merda, senza telefoni satellitari, senza nessun ausilio esterno, come i sateletti americani). Solo loro, l’autista e l’uomo della scorta con cui viaggiavano no. Miracolosamente, escono illesi dall’agguato. Miran e Ilaria sono invece freddati a 300 metri dalla casa di Giancarlo Marocchino, noto faccendiere, frequentatore dei militari e, si dice, dei servizi segreti italiani (quali servizi segreti? Chi erano i responsabili?). Fu lui il primo ad accorrere (certo l’agguato era stato effettuato proprio davanti casa sua).

Un mistero targato Bosaso

Nei giorni precedenti, Marocchino aveva fatto scattare l’allarme fra i reporter italiani “Andate via, stanno preparando qualcosa contro di voi” (chi erano i reporter italiani presenti, sono stati sentiti, hanno confermato questa tesi?). Ma i due giornalisti italiani non c’erano. Erano a Bosaso (finalmente, Bosaso, ma dov’è a quanti chilometri da Mogadiscio?) ad intervistare il sultano Abdullahy Moussa Bogor (ma chi cazz’è?) a proposito della flotta di pescherecci Shifco, donata dalla Coooperazione italiana alla Somalia (come, quando e perché?), del sequestro (adesso ti sequestrano pure la flotta di Rutelli e di D’Alema) di una di queste navi, e – forse – di qualche traffico di armi e rifiuti fra Italia e Somalia (dati, fatti e non parole).

Non fu un viaggio casuale. Un appunto trovato, dopo l’omicidio, sulla scrivania di Ilaria Alpi nel suo ufficio alla Rai (il direttore non sapeva nulla, incredibile, mandare a morire una giovane giornalista per quattro soldi) dimostra che Ilaria seguiva da tempo questa pista «Bosaso, Mugne, Shifco, 1.400 miliardi (fondi Fai) di lire…dove è finita questa impressionante mole di denaro»? (Ma quale impressionante mole di denaro, circa 700 milioni di euro, meno di una vincita al superenalotto, i fondi della cooperazione italiana erano notevolmente alti, daremo i dati successivamente, esisteva la Biblioteca dell’Università somala che era il fiore all’occhiello della nostra cooperazione che valeva molto di più).

E che Ilaria avesse intenzione di andare a Bosaso, lo ha confermato anche Alberto Calvi, l’operatore Rai che l’aveva accompagnata in Somalia per ben quattro volte (la prima nel 1992, le rimanenti nel 1993): «Non ci andammo prima perché impegnati a seguire i fatti di cronaca a Mogadiscio e perché non avevamo soldi e scorta a sufficienza; c’era il rischio di lasciarci la pelle», ha spesso ricordato Calvi, dopo la morte di Ilaria (poveri giornalisti senza soldi che vogliono fare anche gli 007, qualche anno prima, ero andato con la mia radio a transistor alla Rai per intervistare un esponente dell’Onu. La mia “vecchia” radio valeva appena 150 mila lire, e mi dissero, in Rai, di tenerla sotto controllo).

Ma a dirlo è anche Massimo Loche, l’allora direttore del Tg (quale?): “Quando mi chiamò da Bosaso, il 17 marzo, sentii Ilaria molto eccitata perché aveva realizzato un buon servizio”, ha dichiarato Loche agli investigatori della Procura della Repubblica di Torre Annunziata (a bene!). In una seconda telefonata al Tg3, fatta il 20 marzo ’94, e riferita dal collega Flavio Fusi, Ilaria avrebbe detto: “Ho delle cose grosse (quali?), ho un ottimo servizio”. Poche ore dopo veniva uccisa (non c’è nessun nesso fra causa ed effetto).

Un crocevia di traffici all’ombra della cooperazione


A Bosaso, secondo Ilaria succedeva qualcosa di strano. E ci aveva visto giusto (ma fi che cosa sta parlando?). Nel 2004, interrogato dagli investigatori della Procura di Asti, Marcello Giannoni, titolare e socio della Progresso Srl di Livorno, che si occupava di smaltire rifiuti tossico-nocivi, ha rivelato che «in Somalia sono arrivati sicuramente rifiuti tossici di tipo industriale e, forse, di tipo sanitario. Dove? Nella zona di Bosaso. Lo so con certezza. Sono stati impiegati, come materiale di riempimento, durante i lavori di realizzazione del porto e della strada (fino a prova contraria, la cooperazione internazionale, come quella italiana costruisce strade, che c’è di strno?) che va a Garoe». E nel girato di Miran arrivato in Italia, quella strada c’è (per forza l’avevamo costruita noi). Un lungo filmato di quella strada che unisce Bosaso a Garoe (e che c’entra la Cooperazione?).

Secondo la Procura di Torre Annunziata invece, di mezzo c’erano anche armi provenienti dall’Est Europa e portate in Somalia da Hercules C-130 italiani (ok, i C-130 italiani atterravano sulla strada Bosaso-Garoe). A indicare questa pista (di atterraggio?) è stato soprattutto l’imprenditore Francesco Corneli, ritenuto vicino ai servizi segreti siriani (siriani? Ma che cazzo ci facevano là), nonché ex collaboratore esterno del Sisde (un porco, insomma), ascoltato più volte nel giugno 1997. Agli investigatori, Corneli ha fornito dei dettagli inediti: secondo lui, per fronteggiare la guerra civile che lo vedeva perdente, il dittatore somalo Siad Barre, tra il 1990 e il 1991, chiese ai suoi referenti socialisti in Italia di procurargli «armamenti di alta tecnologia» (che c’è di strano se un paese amico chiede al suo alleato di procurargli mezzi e strumenti per difendersi?).

Invece, il 7 agosto 1997 un altro testimone, Marco Zaganelli, dichiarava: «Nel periodo in cui sono stato in Somalia, io e tanti altri abbiamo notato con cadenza settimanale la presenza di aerei militari non identificati del tipo Hercules che scaricavano armi in Somalia» (embé, ma dove andavano le armi?).

Ilaria, Miran e un lungo rosario di morti

Ma questo Ilaria non l’ha potuto scrivere. Quando Giannoni, Corneli e i tanti altri che hanno aggiunto tessere al mosaico di Bosaso, hanno parlato, lei era già morta (ma quali le accuse precise?). Né è dato sapere cosa Ilaria avesse scoperto. Nonostante in Somalia fossero presenti gli uomini del contingente italiano, quelli del Sismi comandati da Luca Rajola Pescarini ed anche un nucleo dei Carabinieri del Tuscania, dopo l’omicidio, nessuna indagine è stata avviata (quali indagini potevano fare su un territorio straniero? Con quale autorità? Perché la Rai non si è mossa?). Nessuno ha interrogato i testimoni oculari (perché la Rai non mando uno straccio di giornalista sul posto?), raccolto i bossoli (non c’erano bidelli pronti), effettuato misurazioni e rilevamenti balistici (ma con una guerra in corso e senza soldi, come cavolo facevano i somali? Perché la Rai non ha mosso il culo per Ilaria? Possibile che non c’era nessuno pronto a fare un reportage? Perché non è stato informato il Ministero degli Esteri e il Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo e la rivista Cooperazione che aveva fior fiori di giornalisti legati alla sinistra. Perché non mi hanno contattato, come giornalista del mensile Cooperazione? Ilaria, quante volte ti ho pensato. Quante volte ho detto, ma che c’entra questa con la Cooperazione italiana, non sapevi nulla, non sapevi nemmeno perché eravamo in quel posto desolato. Poi mi hanno detto che conoscevi l’arabo. Allora ti hanno inviata in Somalia non per fare la giornalista e raccontare le notizie. Il tuo compito era molto più grande di te. Chi ti ha mandato allo sbaraglio? Chi aveva bisogno di sapere, conoscere e annichilire la Cooperazione italiana. Sulla bocca di tutti c’era questa vergognosa frase: mungere finché la vacca può. Una specie di bidello-sacrestano-ergastolano-nullafacente-tuttofare-mafioso-emiliano mi accolse con la famosa frase della vacca: la Cooperazione italiana è una vacca da mungere! Erano gli anni ’70. Nel ’94, questa frase ormai era diventata di dominio pubblico: tutti ladri, tutti in galera! Ma che c’entro io che volevo solo il bene dei paesi poveri e della povera Italia? Niente! Tutti ladri!). Non è stata effettuata neanche un’autopsia. Sarà solo nel 1996 che le analisi sulla salma riesumata metteranno in luce che i colpi che hanno ucciso Miran e Ilaria sono stati sparati a bruciapelo (chi vuole ammazzare, ammazza a brucia pelo e anche a brucia pezzo), facendo saltare le ricostruzioni che volevano i due giornalisti vittime casuali di un agguato. Ed ancora. Si sa che Ilaria aveva con sé due taccuini (ecco i taccuini, ma che cavolo poteva dire?) un block notes fitto di appunti (ma quali appunti? Perché questi appunti non i ha spediti al Direttore del Tg3? He cazzo faceva il Direttore del Tg3?) e una macchina fotografica (da quattro soldi, ma una spia, una che doveva fare un servizio esclusivo gli dai una macchina che probabilmente era la sua. Ma che cavolo di intelligence ha Rai 3? Fatti una foto e poi se intervisti il potente, scatta più foto quanto puoi). Nulla di tutto ciò è arrivato in Italia (e neno male, cosa avremmo potuto vedere? Avete presente la strumentazione della Cia e del Kgb? Povera Ilaria, non sapeva nemmeno dove poter sviluppare le sue magnifiche foto), ma c’è chi questi oggetti li aveva visti e filmati. La morte di Ilaria e Miran fu ripresa da due troupes di altrettante emittenti televisive: Rtsi (svizzera italiana) e Abc (USA). Ma stranamente anche gli operatori delle due tv sono morti poco tempo dopo in circostanze poco chiare. Vittorio Lenzi (Rtsi) trovò la morte in un incidente stradale mai del tutto chiarito. Stessa sorte toccò al cameraman di Abc, rinvenuto cadavere in un albergo di Kabul un anno dopo.

E il caso s’ingrossa

Morti sospette, come quelle di altri personaggi collegati al “Caso Alpi”. Come quella di Vincenzo Li Causi, capostruttura di Gladio in Sicilia (legalmente riconosciuto durante la Guerra Fredda), maresciallo del Sismi e confidente di Ilaria (allora Ilaria era una spia?), ucciso in Somalia pochi mesi prima dell’agguato che è costato la vita alla giornalista Rai e al suo operatore. Li Causi sapeva del possibile coinvolgimento di militari italiani nel traffico illecito di armi (spero che abbia informato il direttore di Rai 3). Segreti che prima di morire sarebbe riuscito a passare a Ilaria (sempre più losca e sempre più implicata, nonostante che il Direttore del Tg3 era all’oscuro, anzi era un complice del delitto di una sua redattrice). E il 13 giugno 1995 verrà trovato ucciso anche Marco Mandolini, paracadutista della Folgore, stretto collaboratore e amico di Li Causi. Lo troveranno cadavere sulla spiaggia di Livorno, ucciso da 40 coltellate e con la testa fracassata (non bastavano 40 coltellate, anche la testa fracassata e non si sa perché, anzi sì, sapeva che Ilaria era stata uccisa dai servizi segreti e lui, Mandolini, della Folgore, uno che si buttava per vivere, ora era complice della spia Ilaria a tutt’azimut). Un documento riservato del Sismi proverebbe la collaborazione tra Li Causi e Mandolini nel trasporto di materiale bellico dal porto di La Spezia al porto di Trapani, all’aeroporto militare trapanese, alla Somalia. Traffici “sospetti” che erano stati filmati clandestinamente dal giornalista Mauro Rostagno, ucciso anch’egli il 26 settembre 1988 in circostanze a loro volta mai chiarite (e ci mancava Rostagno, ucciso 14 anni prima).

Fin qui. Continua senza commenti

Le indagini

Questi non sono che alcuni pezzi del mosaico su cui la magistratura e la Commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel 2004 e presieduta dall’On. Carlo Taormina avrebbero dovuto far luce. Ma ancora oggi l’unico a finire dietro le sbarre è stato Hashi Omar Assan, condannato a 26 anni per concorso in omicidio plurimo (gli mancano 10 anni, che passano presto). Assan era arrivato a Roma due giorni prima del suo arresto per testimoniare alla commissione sulle presunte violenze dei soldati italiani in Somalia. Ma per casualità sarebbe stato immediatamente identificato dall’autista della Alpi come uno dei componenti del commando (riconoscere un somalo è come riconoscere un cinese quando si trova a Tokyo. Ma tant’è. Il somalo armato dal Ministero degli Esteri Italiano è lui, lui che avrebbe agito per tappare la bocca dalle nefandezze che lui, insieme alla Cooperazione italiana avevano perpetuato contro l’Italia fascista che fa i soldi con la povertà e la fame nel mondo). La condanna è arrivata dopo due processi. Il primo si era concluso con una sentenza di assoluzione che definiva il procedimento come «la costruzione di un capro espiatorio». «Alcune piste» scrivevano i magistrati «potrebbero portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa a causa di quello che aveva scoperto (ma cosa aveva scoperto se non l’acqua calda?)». Nella stessa direzione va quanto dichiarato dal Generale del Sisde Rajola Pescarini alla Commissione Parlamentare di inchiesta : «I misteri della cooperazione non si trovano né a Bosaso né a Mogadiscio. Stanno a Roma, o in qualche Paese vicino, dove ci sono le banche (ma di che cavoli di tesori parla? Dove sono le prove. Ma poi, era veramente una nullità. Basta guardare i flussi della cooperazione internazionale verso il Terzo mondo, ma la Somalia era una nullità! Non c’erano interessi di sorta. Questi quattro imbecilli che infangano la Cooperazione italiana erano degli imbecilli che non sapevano e non potevano assumersi la paternità di un così efferato delitto. Quattro stronzi inesistenti». Una Commissione che ha concluso i suoi lavori praticamente con un nulla di fatto. Tre relazioni, tutte contrastanti. Quella di maggioranza, in barba a 10 anni di inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno battuto la strada dei traffici di armi e di rifiuti radioattivi, degli affari italiani della cooperazione in Africa e delle contiguità dei servizi segreti con faccendieri spregiudicati, identifica nell’estremismo islamico la matrice dell’omicidio. Quella di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ha detto Taormina «è stata una settimana di vacanza conclusa tragicamente». (E’ vero che la conclusione di Taormina taglia le gambe ad un’inchiesta che non ha avuto la possibilità di verificare, per filo e per segno, tutte le sfaccettature di un’inchiesta ancora in alto mare; è vero che Ilaria non era andata in Somalia per una vacanza; ma Taormina vuole mettere in evidenza la vacuità, la superficialità di persone inviate sul fronte senza risorse. Vacanza è la mancanza di lavoro con strumenti idonei. La colpa è del Direttore del Tg3 che ha inviato Ilaria in vacanza in Somalia mentre si stava svolgendo una vera e propria guerra).

«I punti critici della commissione sono tantissimi» ha detto Mauro Bulgarelli, autore di una delle relazioni di minoranza «ad esempio, a noi commissari non è mai stato permesso di controinterrogare una delle persone che piú hanno vissuto il caso Alpi direttamente, cioè questo faccendiere, Giancarlo Marocchino. E poi c’è l’attacco da parte del presidente nei confronti della stampa, in particolare contro Maurizio Torrealta». Il giornalista, uno dei primi a investigare sulla morte di Ilaria è stato accusato di aver occultato del materiale. «È stato ascoltato una prima volta», ha riferito Bulgarelli, « doveva essere chiamato una seconda, ma dopo una settimana vennero sequestrati dei documenti che lo riguardavano alla Rai, incluso la sua scheda personale». E per le sue indagini è stato più volte querelato e ha subito 5 processi.

Eppure, nonostante gli sforzi di familiari, parlamentari e giornalisti, oggi non si è ancora arrivati alla verità. Nessun processo ha messo dietro le sbarre i mandanti dell’esecuzione dei due giornalisti. «Basterebbe semplicemente intrecciare le carte, tutte secretate, chiuse in non so quale stanza di non so quale palazzo dello stato italiano, per capire chi ha ucciso Ilaria Alpi», è il commento amaro di Bulgarelli.

Ma nonostante siano passati 16 anni, il caso rimane di schiacciante attualità: «Ogni indagine che viene fatta sul traffico di rifiuti tossici e sul loro smaltimento illecito, finisce per essere legata al caso. Due fa un pentito di una cosca calabrese, ha parlato di smaltimento di rifiuti tossici dirottati verso la Somalia. Il paese in quel momento era il centro di tutta una serie di malaffare, dal traffico di armi, al riciclaggio di denaro, al traffico di rifiuti tossici, che sembrava uno degli sport preferiti delle ricche democrazie occidentali, che andavano lì a sotterrare ciò che era bene non tenere in patria perché ritenuto pericoloso. C’è stata già l’ammissione da parte di alcuni Paesi, come la Svezia qualche anno fa, mentre in Italia tutto tace», ha affermato Bulgarelli.

Quel pentito si chiama Francesco Fonti. Ha iniziato a collaborare con i magistrati della Dda di Reggio Calabria nel ’94. Ed è considerato “uno che sa”.

Il 5 luglio 2005 Fonti è stato sentito anche dalla commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran. E con i commissari, Fonti ha parlato a lungo. Delle due navi della Shifco – una carica di rifiuti compresi fanghi di plutonio, l’altra di armi- che dall’Italia vanno in Somalia tra Mogadiscio e Bosaso a fine gennaio ‘93. Di un altro carico stessa destinazione nel 1987/1989. Di Giancarlo Marocchino come persona che ha fornito gli automezzi da Mogadiscio a Bosaso. Di altri nomi “interessanti” per l’inchiesta compresi quelli di chi ha trattato con lui (italiani e somali) e di chi si è occupato dell’occultamento dei carichi. Ma tutto è stato secretato. E il segreto – si sa – è l’anticamera dell’oblio.

Come nell’oblio è finita l’inchiesta interna che avrebbe dovuto far luce su chi avesse fatto sparire, dal plico custodito nell’Archivio della Procura di Reggio Calabria, 11 dei 21 fascicoli archiviati, insieme al certificato di morte della giornalista del Tg3. Certificato che era stato ritrovato a casa di Giorgio Comerio, noto faccendiere al centro dell’inchiesta per l’affondamento della nave Jolly Rosso. Un’indagine complessa, durante la quale sono venuti fuori nomi di Stati e trafficanti coinvolti nella presunta operazione affonda scorie. L’ennesima “nave dei veleni” affondata nei mari calabresi con la stiva piena di veleni di ogni tipo, ma non prima di aver scarrozzato da una parte all’altra del Mediterraneo armi, munizioni e rifiuti di ogni genere. Traffici che solamente organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta possono gestire. Traffici che però – dicono le inchieste – non avrebbero potuto crescere e prosperare, ramificandosi in tutti i territori e su tutti i mercati senza coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private. Eppure, non c’è ancora nessuno che stia pagando. Né per i quintali di scorie sversati davanti alle nostre coste, né per i traffici che hanno rimpinguato le casse di criminali di ogni latitudine e nazionalità, né per l’omicidio dei due giornalisti.

L’unico a finire dietro le sbarre per la morte di Ilaria e Mirano è stato Hashi Omar Hassan. Assolto in primo grado perché definito dai magistrati “un capro espiatorio”, condannato in secondo grado, con pena ridotta in Cassazione, Hassan sta scontando 26 anni nel carcere di Padova. A inchiodarlo, la testimonianza di Ali Rage Hamed detto Jelle, misteriosamente scovato da un “funzionario dell’ambasciata italiana”, sparito venti giorni prima del processo e tuttora “irreperibile”. A nulla sono valse né le testimonianze di chi ha dichiarato che Jelle non era presente sul luogo del duplice omicidio, né una conversazione telefonica registrata in cui lo stesso Jelle dichiara di essere stato indotto ad accusare Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Oggi però il caso Alpi potrebbe riaprirsi. Il dottor Maurizio Silvestri ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Giancarlo Amato della Procura di Roma disponendo invece l’imputazione coatta per il reato di calunnia per Jelle. A meno che qualcuno non intervenga – per l’ennesima volta- a rimescolare le carte.

Zarrelli. Ururi nel tempo

Zarrelli, Ururi nel tempo
di Roberto Maurizio


Che cos’è il tempo? E’ una misura standard che sui libri diventa illeggibile. 200 anni sono come un battito di ali di una farfalla impazzita. La scuola nasconde il tempo. 150 anni fa, si faceva l’Italia che era già fatta e stracotta. Il ventennio fascista, una pia illusione. La rivoluzione 1948 coatta costituzionale, una meretrice al servizio di due padroni. I moti del ’48, solo una strada per la distruzione. Il tempo è sempre stato lo stesso, il caldo anche. Non ci sono picchi né ambulanze in più. Il pullman blu di Zarrelli si fermava puntualmente alle 14 e 23, proprio davanti casa mia. Un caldo insostenibile, una tensione fatta di sempre più problematiche inesistenti, quanto pesce ti sei fatto dare, mentre nel piatto navigavano nell’acqua dell’Acquedotto Pugliese, le povere e maltrattate spine di un pesce blu che aveva visto questo colore una settimana prima. E Zarrelli si fermava senza menzionare Zattella. Una, due persone salivano verso una meta che conduceva al mare. Mentre Zarrelli, di Ururi, con il suo pullman, suonava il clacson, alta e soave si ergeva la voce di mia sorella. Una voce incantevole, irripetibile nell’universo intero. E il caldo ti inchiodava tra le mosche e le anguste visioni di una realtà limitata nel tempo, nello spazio, nella cultura e nella possibilità di un reintegro di una classe non povera, ma becera, che non avrebbe mai avuto la possibilità di emergere. Come si sa, emerge solo chi riesce a galleggiare. Zarrelli, di Ururi, un extracomunitario albanese, contro Lanciano, di San Martino in Pensilis, un italiano vero, ti facevano accogliere la calura come un momento dovuto dal calendario e dalla natura. Zarrelli suonava, Zarrelli chiamava, Zarrelli sostituiva lo Stato inesistente in una Regione, chiamiamola così, dove nemmeno il grano, l’uva, l’olivo, la pampanella, sapevano di essere nati lì. Zarrelli è sinonimo di estate, di caldo afoso, di possibilità di dare un’alternativa ai molisani. Zarrelli è l’Italia, quell’Italia che unisce tutti coloro che abitano su questo bellissimo Stivale. Zarrelli è l’estate, è la vita. Brunetti, di Portocannone, è la persona che mi ha fatto capire come la diversità è un problema della normalità.

Onore e orrore a Srebrenica, quindici anni dopo

Srebrenica, medioevo che ritorna sempre
di Roberto Maurizio

Quindici anni fa il più atroce massacro del conflitto bosniaco. Per non dimenticare Srebrenica, "Stampa, Scuola e Vita" lancia un messaggio: l'orrore della guerra non deve far più parte dell'umanità. Migliaia di persone oggi, 11 luglio, stanno convergendo verso Srebrenica, la città simbolo dell'orrore del conflitto in Bosnia ed Erzegovina della prima metà degli anni Novanta, la città dove si consumò quindici anni fa il più atroce massacro conosciuto dall'Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Furono almeno ottomila, infatti, le persone trucidate in questa enclave musulmana della Bosnia orientale a suo tempo dichiarata dall'Onu "zona protetta", e che tra il 10 e l'11 luglio 1995 restò inerme di fronte all'offensiva delle milizie serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic, tuttora ricercato dal Tribunale penale internazionale (Tpi) dell'Aja per l'ex Jugoslavia che lo ha incriminato per genocidio insieme con l'allora leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, oggi invece assicurato al Tpi dopo molti anni di latitanza. Da alcuni anni le celebrazioni dell'anniversario di Srebrenica si tengono nel sacrario di Potocari, a circa sei chilometri dalla città, dove riposano le spoglie di molte vittime della strage. Il sacrario fu costruito nell'ottobre del 2001, dopo una lunga resistenza da parte delle autorità della Repubblica serba di Bosnia, l'entità etnico culturale recepita insieme con la Federazione croato musulmana all'interno dello Stato unitario bosniaco internazionalmente riconosciuto in base agli accordi di Dayton del 1995. Il luogo è quello dove migliaia di uomini di Srebrenica furono messi in fila e uccisi a raffiche di mitra centinaia alla volta, in giorni e giorni di mattanza. Fosse comuni sono state individuate anche a Cerska, in una piccola valle lungo la strada per Tuzla, piena di boschi fittissimi. Furono catturati e uccisi anche quanti si erano rifugiati nella base - proprio a Potocari - dei caschi blu olandesi dell'Onu, che avevano a lungo e invano chiesto l'intervento della Nato e il cui comportamento è stato comunque duramente censurato da una commissione d'inchiesta del Parlamento olandese. Verso la base di Potocari si era diretta in massa la popolazione di Srebrenica nella notte tra il 10 e l'11 luglio. In un primo momento vennero lasciate entrare circa seimila persone, mentre altre migliaia arrivate più tardi non ebbero accesso. Il 12 luglio mattina, mentre era ancora in corso un incontro a Bratunac tra Mladic e una delegazione dell'Onu per trattare lo sgombero della base, le forze serbo-bosniache la circondarono e dal pomeriggio, mentre i caschi blu si ritiravano, cominciarono a separare e a deportare le donne e a uccidere uomini e ragazzi.