24 maggio 2010

Biodiversità, equa e solidale

Biodiversità, equa e solidale
di Roberto Maurizio

Il “motogladiatore”


L’Inter ha vinto tre “tituli”. Li ha vinti con la “biodiversità”, ad eccezione di Balotelli, nero per caso, non si trovava nessun nella squadra di Mou che fosse italiano. Ieri, 23 maggio 2010, per compiere il mio dovere di giornalista pubblicista, ho cercato di raggiungere il “seggio elettorale”, situato in largo Giulio Onesti, 1, zona Nord di Roma, per esprimere il mio voto “decisivo” nell’attribuzione dei seggi del Consiglio regionale, nazionale e quello dei revisori dell’Ordine dei giornalisti di mia appartenenza. Di buon ora, mi alzo e cerco di raggiungere entro le 13 il seggio elettorale. Io che sono del Sud, che vivo a Cinecittà Est più vicino al Sud, mi informo. Né Google Map, né Michelin, né Google Hearth, sanno dov’è sta cavola di via, o meglio sto cavolo di largo! Ho capito però che, se provenendo dai Parioli, prendi il Ponte Flaminio, giri, ad un certo punto a destra, fai la conversione ad U e, dopo poche decine di metri arrivi. Impavido, con lo stesso ardore di Garibaldi a Quarto, o forse un quarto di ardore di Garibaldi, o come la “tigna” di Colombo con il suo “uovo”, parto, sperando nella “dea bendata”. Ecco, proprio questa! Forse, arrivato sul posto del “delitto”, quando sentivo vicino “il seggio”, solo per riflettere, mentre attraverso un crocevia prima di viale Parioli, cercando un “indigeno”, che a Roma di domenica non se trovano, dopo essere partito con il verde da circa 20 secondi, mi arriva addosso, mentre stavo fermo, un “gladiatore” con la moto: un “motogladiatore”. Si dovrebbe vedere che sono in difficoltà e in ambascia per la ricerca del “Sacro Graal”. Niente il “motogladiatore” si trasforma in un delinquente con l’elmetto in testa, la glava nella sella e la bava nella bocca, e, con la sua asserita precedenza, mi manda a fare in culo, mi dice stronzo e poi chiede la pena di morte. Ecco i romani, calmi e tranquilli! Ecco la biodiversità: quelli di Roma Sud ed Est sono tolleranti, i romani del Nord sono dei cafoni. Comincio ad imparare qualcosa. Visto che la ricerca del seggio elettorale diventava sempre più difficile, dopo aver chiesto ai giornalai, ai pensionati astanti e alle guardie giurate, decido di andare all’Auditorium, dove era in corso l’ultima giornata della “Settimana della Biodiversità”.


Quando non è giornata…


Quando non è giornata… Parcheggio, si fa per dire, con la gomma anteriore sinistra sul marciapiede. Prima di scendere, apro la portiera per prendere la mia bella e costosa macchina fotografica. Lascio per circa 4 secondi aperto lo sportello e una “bella signora” affabile su una Smart mi scarica addosso una tonnellata di hertz dal suo fottuto clacson. Anche la signora appartiene alla biodiversità romana. Quando non è giornata… Mentre le hostess e le guardie dell’Auditorium spippacchiano a volontà, entro e mi dichiaro: sono un giornalista che vorrebbe assistere alla vostra incantevole iniziativa. Non ti cacano nemmeno! Entro in bancone e chiedo informazione. Bene, dopo aver detto di essere giornalista, mi dicono devi andare a ritirare il biglietto di entrata. Cavolo, sono stato preceduto dalla Bbc, da Sky News, dal Financial Times, dal New York Times. In quel bel edificio ideato da Lorenzo Piano, scomodo, arido, senz’anima, salgo circa tre piani con 347 scalini. Entro nella sala dove, in inglese, si stava tenendo la Tavola rotonda “Biodiversità, clima e popoli indigini” (Sala Petrassi) e mi trovo di fronte al buio che più buio non si può. Dopo la scalinata lunga come quella di Piazza di Spagna, mi trovo di fronte un buio che non vedevo da circa 30 anni, l’ultima volta che sono andato al cinema. Ma al cinema di una volta, per lo meno, c’era la “mascherina” che ti faceva un po’ di luce soffusa tra una nuvola di fumo. Qui, nel tempio della cultura e della modernità, niente: buio pesto e alito pesante. Credevo di non trovar posto, visto che i miei colleghi delle testate mondiali erano già lì da circa due ore. Ovviamente, da buon italiano, non prendo le cuffie per la traduzione in quanto io e l’inglese siamo come culo e camicia. Ma, non fa niente. Io ero in veste di fotografo.


Gli indigeni


Ecco la sala nelle prime file, pensate dopo...


Mi faccio largo nel buio, ogni due scale, in discesa a 45% (ma non l’aveva fatto Piano?) mettevo un piede in fallo, controllavo se avessi ancora a sinistra la macchinetta fotografica e a destra la telecamera, ma il buio mi toglieva anche la forza di misurare il peso. Sullo sfondo erano sedute sette persone che dietro avevano uno schermo gigante. Sempre nel buio pesto, che con il passare dei secondi diventava sempre meno tragico, pensavo a quante persone fossero state presenti in quella sala ad ascoltare Christensen Fund, Alejandro Arumedo, Hervé Bouagnimbeck, Willy Douma, Gigi Manicad, Francesco Martone e Laura Monti che parlavano degli indigeni e bodiversità. Visto che oltre ai miei “colleghi” delle Tv estere, per non parlare della Rai (che da 40 anni buca qualsiasi incontro internazionale interessante), ci sarebbero dovuti anche essere perlomeno i rappresentanti dei 45 fra Patrocini e Sponsor (Comune di Roma, Provincia di Roma, Cra, Enea, Coop, Linea, ect.), fra Partner e Media Partner (Acra, Slow Food, Fondaione Bioparco di Roma, Eco Radio Lifegate, etc.) temevo proprio di aver fatto una brutta figura arrivando in ritardo. Sempre nel buio pesto, inizio a scattare le foto. Purtroppo la mia macchinetta nel buio ha bisogno del flash. Scatto la prima, la seconda foto, scendo un po’ più vicino ai relatori e scatto la terza e la quarta. Alla quinta, arriva l’energumeno “fotografo ufficiale” della “Biodiversità” che mi ordina di non usare il flash. Ecco perché esiste la biodiversità! Esistono fotografi con macchinette “ufficiali” che riescono a catturare i fotogrammi nel buio e quelli “indigeni” come me, che addirittura usano ancora il flash. Allora, mi son detto, forse ho sbagliato convegno. Come indigeno non ho trovato il clima adatto. Mentre sto per abbandonare la sala, insieme ad altri quattro annoiati che non aspettano la fine del dibattito, mi giro intorno, ormai gli occhi si erano assuefatti al buio e conto le presenze. Incredibile! Erano più gli oratori che gli uditori! Ma una giornata storta non finisce qui.


Il biodiverso con la Smart

Riprendo la macchina per farmi i miei circa 27 chilometri per tornare a casa, là fra gli indigeni di Cinecittà Est. Subito dopo “il Palazzaccio”, giro a destra “regolarmente”. Un “romano” (quello biodiverso), con un’altra Smart cercava di superarmi a destra. Quando non è giornata… Pochi metri dopo, mi supera a destra, abbassa il finestrino e mi dice “a coglione” (una parola che adesso va molto di moda) “vedi de sta attento”! Cioè, per far capire la biodiversità, ma come tu cerchi di superarmi a destra e credi di aver ragione? Quando non è giornata…

Nessun commento:

Posta un commento