8 maggio 2009

Angelica Wani. Perla afghana

Perla afghana
di Roberto Maurizio

Il punto coronato
Ho percorso per lungo e per largo, il 3 e 4 maggio, tutte le notizie dei principali giornali italiani per poter scoprire il nome della bambina afghana uccisa dai soldati italiani a Herat, in Afghanstan. Niente. Nessun giornale attribuiva un nome e un cognome alla vittima. Ho sentito pronunciare, solo il 7 maggio, il nome della ragazzina afghana da una senatrice o da una onorevole (le più sensibili) durante l’audizione riservata al tragico avvenimento, in Parlamento, vuoto come non mai, ma non ho fatto in tempo per memorizzare. Giustamente, l’on. o sen.trice, si lamentava che non veniva mai dato un nome e un cognome alla giovane vittima di una guerra che non vede una via di uscita nel breve termine. La mancanza di un nome non dava “degna sepoltura” ad una piccola creatura vittima innocente di qualcosa estranea alla sua vita alle sue percezioni di “piccola donna”, alle sue convinzioni di essere solo all’alba di una tra le tante stagioni che l’avrebbero vista crescere e “prosperare”, nonostante tutto. La stessa cosa è accaduta alla nostra Angelica C., uccisa mentre attraversava una strada, un viale dedicato a Palmiro Togliatti, a Roma. Due Viali del Tramonto, uno a Centocelle e una a Herat. Due Viali del Tramonto di due tredicenni che avevano in comune solo l’appartenenza alla comunità umana. Un’umanità che si perde quando si perde la vita. Senza vita non esiste umanità. Due ragazzine uccise da un «incidente». Un veicolo che si abbatte su un corpo inerme in viale Togliatti, una raffica di mitra che si abbatte sullo “stesso corpo inerme” di una ragazzina di 13 anni a Herat. Le due tredicenni avevano in comune la stessa orribile fine, la morte, ma avevano uno stesso interesse, vivere. Ad Herat, Angelica Wali si recava ad una festa di matrimonio. A Roma, in viale Togliatti, Angelica si voleva solo avvicinare ai suoi amici per una festa di amore. Angelica siciliana, di Gioiosa Marea, la perla del Tirreno, fischia la stessa canzone di Algelica di Herat, la perla dell’Afghanistan. Una canzone che ha solo una nota finale: il punto coronato.

Privacy


L’atrocità della “non notizia” è stata quella di non aver voluto attribuire un nome alla vittima di Harat, anzi, all’inutilità di sapere come si chiamasse la ragazzina uccisa. Alla fine l’ho scoperto. Ma ormai, era troppo tardi e del tutto inutile, come inutili sono i giornali italiani. Cosa importava il nome di una ragazzina di fronte al cataclisma che sarebbe successo in Italia, fra i sostenitori della guerra e i pacifisti (sembra ancora di stare al 15-18), di fronte alla similitudine con il caso Callipari e Sgrena? Cosa poteva interessare a questa stampa italiana provinciale, di come si chiamasse la ragazzina? 13 anni, minorenne, dunque, tutelata da una legge pazzesca che vieta di fare i nomi dei minori per rispettare la loro privacy, a cui segue l’imbecillità dei giornalisti. Ma di che privacy stiamo parlando? E come se un cronista del Corriere della Serva, durante la “strage degli innocenti” dell’aguzzino Erode il Grande, re della Giudea, si disinteressasse dei nomi dei “santi innocenti” venerati dalla liturgia cattolica il 28 dicembre. La stessa Giovanna d’Arco, la Pulzella di Orléans, patrona della Francia, morta il 30 maggio 1431, ebbe la fortuna di avere 19 anni quando fu messa al rogo, altrimenti i cronisti del “Corrierone”, per la privacy, non avrebbero potuto indicare il nome dell’eroina, quindi la Francia non avrebbe saputo nemmeno a quale santo rivolgersi. E gli esempi potrebbero continuare.

13 anni, Angelica Wali e Angelica C.


Per noi di “Stampa, Scuola e Vita”, la tredicenne uccisa si chiama Angelica Wali. Sì, come Angelica C., la 13enne che ha perso la vita in viale Palmiro Togliatti di Roma, il 30 aprile, e Wali perché figlia di Ahmad Wali di 32 anni, rimasto ferito durante la sparatoria a Herat.

Strada senza droghe

Una strada insolita, unisce la nostra Angelica con la coetanea afghana, Non solo quella della morte che attraversa le frontiere per portare dall’Afghanistan in Italia la droga che uccide i nostri figli, ma quella dell’«incidente» che toglie, a pochi giorni di distanza, la vita a due ragazzine con la stessa età e con la stessa voglia di vivere.

Due “guerre” a confronto

L’umanità dell’Umanità non si misura sullo Stato Patrimoniale o sul Conto Economico. Sul dare o sull’avere, ma su come vengono trattati e ricordate le vittime innocenti di due guerre, diverse nelle cause, ma uguali nei risultati: centinaia di morti. Cosa distingue le due guerre in atto, la prima in Afghanistan e la seconda in Italia sulle strade? Quella in Afghanistan è statadichiarata dai paesi occidentali contro i Talebani, il terrorismo e gli integralisti (con tanto di Società di Certificazione comandate dallo spionaggio e controspionaggio), l’altra, quella sulle nostre strade, mai dichiarata, ma sostenuta e sollecitata solo dalle assicurazioni e da leggi inique che non colpiscono a fondo i colpevoli (dove non viene nemmeno presa in considerazione un Reporting sui dati, un Bilancio di chiusura, un Analisi dei costi e dei benefici). Dal 2001 al 2008, la guerra in Afghanistan, secondo fonti ufficiali dell’Onu, sono circa 20.000 i civili uccisi; nel 2008, rispetto all’anno precedente, si è registrato un aumento del 40% portando il numero delle vittime civili (l’80%, sembra per mano dei talebani) a 2.118. Certo, come si sa in statistica, non si possono confrontare cavoli e pere. Però, anche non ha senso, le vittime “civili” degli incidenti stradali in Italia, per capirci, i morti, hanno raggiunto nel periodo 2000- 2007, secondo i dati Istat, la cifra impressionante di 50.440, mentre quella dei feriti ha toccato 2.800.000, una cifra sbalorditiva!

La procedura alla lettera


Noi italiani non abbiamo bisogno di prediche della Casa Bianca, da Obama. Abbiamo, da sempre, da quando i nostri soldati sono esposti in prima linea nelle varie aree di conflitto nel mondo, seguito un solo criterio. Non quello di Obama: proteggere i civili al punto da conquistare nei cuori come le menti per poter così accelerare la sconfitta dei talebani. Il soldato italiano, da sempre, ha sempre agito, ma non perché gli veniva comandato da qualcuno, solo per proteggere i civili e conquistare i loro cuori, e basta. Il soldato italiano si muove solo per amore e basta. La sconfitta dei Talebani è un risultato, non un obiettivo. L’obiettivo è la difesa della popolazione, dei cittadini, dei vecchi e dei bambini. Purtroppo, non sempre tutto va per il meglio. Come è successo il 3 maggio a Herat, dove “Angelica Wali” ha spiccato il volo celeste.

Warning shots


Aveva, dunque, solo tredici anni “Angelica Wali” di Harat, uccisa il 3 maggio “per errore” dal fuoco dei militari italiani in Afghanistan. L’«incidente» è avvenuto alle 11.00 locali (le 8.30 italiane), a quattro chilometri da Campo Arena, il quartier generale del Regional Command West. Le procedure sono state rispettate alla lettera: dai 300 metri, clacson e abbaglianti, poi colpi in aria, e dopo ancora “warning shots”, colpi sulla strada a lato della vettura per evitare il rischio di rimbalzi dei proiettili; infine, ai 10 metri, spari sul vano motore. Ma da parte afghana la versione, o meglio le versioni, sono discordi: il conducente della Toyota (sembrava fosse lo zio della bambina, si è appurato che è il padre) ha parlato di spari improvvisi, pur ammettendo la ridotta visibilità a causa della pioggia battente, e di parabrezza infranto. Ha, successivamente, affermato che la vettura sarebbe stata colpita mentre sfilava a lato del convoglio.

L’asfalto che portava a un matrimonio
Secondo le informazioni raccolte sul posto, sembra che una pattuglia italiana, composta da tre mezzi che stavano procedendo lungo la strada, abbia incrociato un’autovettura civile che procedeva in senso opposto a forte velocità ed abbia attuato tutte le procedure di avvertimento previste in questi casi: prima le segnalazioni e poi gli spari, ma l’automobile non si è fermata. Sono stati, così, esplosi un colpo in aria, uno sull’asfalto e uno sul cofano della vettura. A bordo della della Toyota Corolla, viaggiavano oltre a “Angelica Wali”, la madre e il padre della ragazzina, Ahamd Wali e un altro passeggero. Secondo il portavoce della polizia locale, Abdul Raouf Ahmadi, la “famigliola” si stava recando a un matrimonio.

Non c’era nemmeno una Veronica
«Pioveva e la visibilità era pessima. D'un tratto, ho visto delle luci davanti a noi ed è apparso un convoglio di soldati stranieri», ha testimoniato il padre di Angelica Wali che guidava la macchina. «Subito dopo ho visto che metà del volto di mia nipote non c'era più (ad asciugare quel volto, non c’era nessuno, la Veronica stava divorziando n.d.r) che sua madre era ferita al petto e che il mio viso era sanguinante a causa dei frammenti del parabrezza che era esploso». Un portavoce dell'Isaf ha precisato che l'auto non ha rispettato gli avvertimenti - tramite segnali luminosi ed un altoparlante - non rallentando né fermandosi. La pattuglia di militari italiani coinvolta nell'incidente fa parte dei cosiddetti Omlt, le squadre di addestramento dell'esercito afghano che opera nella zona di Herat.

La Toyata Corolla bianca



Il generale Castellano ha ribadito, parlando con i giornalisti al seguito di una delegazione parlamentare giunta ad Herat proprio nel momento in cui si stava accertando la dinamica l'incidente, che i militari hanno attuato tutte le procedure di segnalazione previste, a cominciare dai segnali luminosi e proseguendo con colpi di avvertimento. Infine, hanno fatto fuoco sul vano motore. Dal comando del contingente viene, inoltre, sottolineato che il tipo di vettura Toyota Corolla è uno di quelle maggiormente segnalate come autobombe. Il generale Castellano ha detto che sull'incidente sono in corso indagini ed egli stesso incontrerà i familiari della bambina e il Governatore di Herat.

Andremo fino in fondo


«Su questo episodio sono in corso indagini e andremo fino in fondo per capire cosa è accaduto», ha detto il generale Marco Bertolini, capo di stato maggiore della missione Isaf. «Andremo fino in fondo - ha affermato - per accertare eventuali responsabilità ed anche se qualcosa non ha funzionato nelle procedure così da evitare che simili fatti si ripetano. Nessuno di noi vuole uccidere i bambini o civili innocenti. Facciamo di tutto per evitare che simili incidenti accadano, ma l'Afghanistan non è l'Italia, c'è una minoranza che vuole combatterci e in questo contesto queste cose purtroppo possono succedere. Sappiamo benissimo che le lacrime di una madre afgana sono come quelle di una madre italiana: dobbiamo tenere insieme il rapporto con la popolazione e la salvaguardia dei nostri soldati che tutti i giorni rischiano la vita».

Inchiesta della Procura romana
La procura di Roma ha aperto, intanto, un fascicolo per chiarire le circostanze della vicenda. Gli accertamenti sono coordinati dal Pm Pietro Saviotti. La Procura sta seguendo la vicenda e acquisendo notizie.

Frattini: sono sgomento


Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha appreso con «profondo sgomento» la notizia del tragico incidente. Frattini, si legge in una nota, esprime il suo profondo dolore per il destino di vittime innocenti di una tragica situazione che, purtroppo, estremisti e terroristi hanno creato in quel paese, e la sua piena solidarietà alle famiglie delle persone ferite. L'impegno italiano in Afghanistan resta rivolto a ristabilire la stabilità e la sicurezza della regione a vantaggio del benessere della popolazione civile afgana. «L'Italia continuerà con i suoi valorosi soldati impegnati nella missione di pace a garantire alla popolazione civile afghana le condizioni di massima sicurezza», ha affermato ancora il titolare della Farnesina.

Un clima di paura?
Il clima di sgomento che è regnato all'interno e all'esterno della base italiana, all'indomani del tragico evento è stato indescrivibile eppure è accaduto! Nessuno avrebbe mai pensato che l'immagine dei militari italiani all'estero, dipinta con un rosa perenne, si potesse macchiare di rosso, quello del sangue di una giovane bambina che come unica colpa aveva solo quello di essere nata in un paese dove ha conosciuto solo guerra e morte. In questo periodo, tornato il bel tempo, l'Afghanistan è scosso da una forte ondata di violenze ed i militari, indipendentemente se essi siano italiani o di altra nazionalità, sono sotto pressione. In zona di guerra ogni militare vive una propria condizione e si rapporta con quello che lo circonda in maniera umana.

Per il comando italiano, solo distensione
Secondo il Comando italiano l’«incidente» non ha turbato i rapporti con le autorità locali. Si è registrato con soddisfazione, invece, un clima che non ha risentito del drammatico episodio. Questa l’opinione del Generale Rosario Castellano che ha incontrato il Governatore della Provincia, il Comandante della polizia locale, ed ha parlato per due volte al telefono con i familiari della bimba. «Niente astio verso gli italiani, assicura, e sottolinea che non ci sono state manifestazioni di protesta». Con le Autorità locali «ci siamo chiariti», ha sostenuto Castellano: «Non ho percepito astio verso di noi, né ci sono state ad Herat manifestazioni di protesta. La gente sa che si è trattato di un incidente e la polizia continua ad esserci molto vicina». «Un clima che è il risultato, ha continuato il Comandante italiano, di anni di lavoro: ci sono rapporti ottimi, consolidati nel tempo, e sono rimasti ottimi» anche dopo l’uccisione della ragazzina.


Qualche dubbio
Le foto diffuse dalle agenzie, suscita qualche dubbio. Mostrano il sedile posteriore della Corolla, macchiati di sangue, ma soprattutto, mostrano il lunotto posteriore dell'auto infranto ed un foro sul montante del portellone posteriore come se la raffica fosse stata esplosa quando la macchina transitava accanto al blindato e poi lo superava. I militari hanno affermato di aver fatto fuoco sul cofano del veicolo quando questa era di fronte a loro. Però il parabrezza anteriore dell'auto, per quanto è possibile vedere dalle immagini, sembra intero. Pertanto potrebbe essere stato anche che complice il clima, pioveva a dirotto con visibilità zero, sia quello legato alla stato di guerra che qualcuno abbia pensato di trovarsi di fronte ad un ipotetico attentatore, che avrebbe potuto colpirlo. Per ora è confermato che l'incidente è avvenuto in un momento di forte pioggia e scarsa visibilità. Ovviamente entrambi le parti non vedevano nulla, solo sagome e luci come ha affermato di aver visto l'uomo che era alla guida della Toyota colpita.

Similitudini con il caso Callipari e Sgrena?
Purtroppo, il tragico episodio accaduto in Afghanistan ripropone quello avvenuto il 4 marzo del 2005. Quando, sulla strada per l'aeroporto di Bagdad, ad un “check point” americano una raffica di mitra partita da un autoblindo Usa colpì un auto, sempre Toyota Corolla, su cui viaggiavano Nicola Calipari e la giornalista Giuliana Sgrena, uccidendo il funzionario dei Servizi segreti italiani che sedeva, anche lui come la piccola afghana, sul sedile posteriore. Si teme ora, dopo quanto è accaduto, che si possa correre anche il rischio che si comprometta il clima di collaborazione creato finora tra il contingente italiano e la popolazione locale e che addirittura i talebani possano soffiare sul fuoco alimentando l'ostilità contro i militari stranieri, italiani compresi.

Finalino
L’unico elemento certo e concreto che viene fuori da questo tentativo di ricostruzione degli ultimi istanti di due vite distrutte dalle imbecillità dell’uomo (questa volta c’ho preso, infatti, sono stati due uomini a procurare, volontariamente o non, la morte di due ragazzine, così tanto lontane e così tanto vicine nella loro consapevolezza di sentire la Primavera nella loro pelle, così mi traggo fuori dalle imbecillità delle femministe che non mi avrebbero accusato di essere fascista) è che due bambine, mi si passi il termine, di 13 anni sono morte. La domanda spunta spontanea: quanto vale la vita di una tredicenne? La risposta del Generale Bertolini, diciamolo subito, non ci convince, come non ci convincerà quella di un altro generale dell’Atac di Roma, che probabilmente si metterà sulla stessa lunghezza d’onda (secondo me onta): ogni giorno i soldati italiani in Afghanistan (e gli autisti di Roma) rischiano la pelle, ma restano “freddi” anche in situazioni di tensione. E’ meglio sparare per primo e poi chiedere! Forse era meglio chiedere il nome delle ragazzine e stringere forte tra le dita, non un grilletto o un volante, ma un caldo e soave raggio di Sole e gridare forte un nome: Behooshahr.

Nessun commento:

Posta un commento