27 gennaio 2010

Giorno della Memoria. La profondità del bene, la speranza del dialogo

Il “Giorno della Memoria”. La profondità del bene, la speranza del dialogo
di Roberto Maurizio


Mai più Shoah



Oggi, 27 gennaio 2010, si celebra in tutta Italia il decimo “Giorno della Memoria”. Una data importante nella quale riflettere sulla Shoah, l’immenso e unico progetto criminale di catturare e di uccidere tutti i componenti del popolo ebraico, dai bambini ai vegliardi, dai lavoratori ai professionisti, dagli scrittori agli ammalati, dagli artisti ai giudici. Questa fondamentale iniziativa scaturisce dalla legge 211 del 20 luglio 2000, votata all’unanimità alla fine della tredicesima legislatura (maggioranza di centrosinistra e governi Prodi, D’Alema, Amato), su proposta di Furio Colombo e firmata dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dal Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, e “vistata” dal Guardasigilli, Piero Fassino. Sono passati, dunque, 10 anni dal primo “Giorno” e 65 dal 27 gennaio 1945, quando vennero aperti i cancelli di Auschwitz. La scelta della data ricorda, dunque, quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim (nota con il nome tedesco di Auschwitz), scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista. Il 27 gennaio il ricordo della Shoah, cioè lo sterminio del popolo ebreo, è celebrato anche da molte altre nazioni, tra cui la Germania e la Gran Bretagna, così come dall'Onu, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1° novembre 2005.



Dopo Auschwitz, niente più poesie



Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che invasero la Germania nazista e liberarono il campo, sono impresse nella nostra memoria collettiva. Ad Auschwitz, come negli innumerevoli altri campi di concentramento e di sterminio creati dalla Germania nazista, erano stati commessi crimini di incredibile efferatezza. Tali crimini non furono commessi solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia. L’uomo contemporaneo, con il suo grande bagaglio di conoscenze, nel cuore del continente più civile e avanzato, era caduto in un baratro. Aveva utilizzato il suo sapere per scopi criminali, tramutando quelle conquiste scientifiche e tecnologiche, di cui l’Europa era allora protagonista indiscussa, in strumenti per annichilire e distruggere intere popolazioni, primi fra tutti gli ebrei d’Europa. Da quel trauma l’Europa e il mondo intero si risvegliarono estremamente scossi. Si domandarono come era stato possibile che la Shoah fosse avvenuta. E, soprattutto, quali comportamenti e azioni mettere in atto per scongiurare che accadesse di nuovo. Dalla consapevolezza dei crimini di cui il nazismo si era macchiato nacque nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani, promulgata dalle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere a livello internazionale i diritti inalienabili di tutti gli uomini in ogni nazione. La consapevolezza di ciò che era stato Auschwitz fu tra gli elementi fondamentali per la costruzione, identitaria prima ancora che giuridica, della futura Europa unita. Scriveva il filosofo Theodor Adorno che dopo Auschwitz sarebbe stato “impossibile scrivere poesie”, intendendo rendere l’idea di quali implicazioni radicali comportava assumersene la responsabilità, negli anni della ricostruzione e della nascita dell’Europa unita. Era indispensabile stabilire con esattezza ciò che l’Europa non sarebbe stata. Alle radici dell’impostazione ideale dell’attuale Unione Europea c’è il rispetto per la dignità umana e il rigetto per ciò che era accaduto, sia prima che durante la guerra, a causa di idee razziste e liberticide. Auschwitz è la negazione dei principi ispiratori dell’Europa coesa, economicamente, socialmente e culturalmente avanzata che conosciamo oggi.

Solo il bene ha profondità





Molti sono stati in questi anni gli studi, gli articoli, le riflessioni, le pubblicazioni di studiosi e intellettuali che hanno tentato di definire e ridefinire costantemente il senso della Memoria. Esiste infatti una problematica della relazione tra Storia e Memoria. La Shoah è ormai consegnata ai libri di Storia, al pari di altri avvenimenti del passato. Pochi testimoni sono rimasti a raccontarci la loro esperienza. Si potrebbe ipotizzare una Memoria cristallizzata nei libri, come un evento importante ma lontano nel tempo, da studiare al pari di qualsiasi altro capitolo di un libro scolastico, con il rischio di rendere distante il significato e la ragione vera per cui il Giorno della Memoria è stato istituito per legge. L’umanità esige che ciò che è avvenuto non accada più, in nessun luogo e in nessun tempo. E’ di enorme importanza che le nuove e future generazioni facciano proprio questo insegnamento nel modo più vivo e partecipato possibile, stimolando il dibattito, le domande, i “perché” indispensabili per la comprensione di quei tragici eventi. Scriveva la filosofa Hannah Arendt, che il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale. La filosofa che forse più in profondità ha studiato le aberrazioni del nazismo, coniando quella ormai famosa espressione, “la banalità del male”, riferita a uno dei principali esecutori della Shoah, dà una definizione di tetra neutralità e ignavia a chi non pensa, a chi non riflette, a chi non ha idee proprie, a chi non dà valore e giudizio alle proprie azioni e alle loro conseguenze. La Arendt collega il “bene” direttamente al pensiero, fonte vitale di comprensione del mondo. Favorendo noi una riflessione vivace nei ragazzi, renderemo forse il servizio migliore a questo Giorno che, per essere vissuto nel modo più autentico, necessita di un pensiero non statico, non nozionistico. Occorre fornire alle nuove generazione gli strumenti, anche empirici, per riflettere su cosa l’umanità è stata in grado di fare, perché non accada mai più. Questo, forse, è il senso più vero del Giorno della Memoria, ed è un bene prezioso per tutti.




Internati Militari Italiani
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Il “Giorno della Memoria”, come recita l’articolo 1° della legge n° 211 che l’ha istituito, comprende anche il ricordo di altri popoli, etnie e “categorie speciali” perseguitati dall’odio nazista: Slavi, Polacchi e dissidenti Tedeschi, e poi, Rom, Zingari, Testimoni di Geova, Pentecostali, Comunisti e Omosessuali. La legge mette, inoltre in ampio risalto il ruolo dei 600.000 militari italiani deportati in Germania come prigionieri di guerra. 40.000 furono uccisi e 20.000 risultarono dispersi. Per ordine di Hitler i nostri prigionieri di guerra, sebbene tutelati dalle Convenzioni di Ginevra, furono dichiarati Internati Militari Italiani (I.M.I.), che non beneficiarono nel periodo della prigionia degli aiuti della Croce Rossa Internazionale, con una mortalità per fame, freddo e malattia superiore di quattro volte alla mortalità dei prigionieri di guerra francesi. Quei militari italiani furono abbandonati dallo Stato e per i reduci non c’è mai stato alcun riconoscimento; anzi nel foglio matricolare c’è un buco nero, cioè una parte vuota lacunosa, in bianco che fa riscontro allo stato di abbandono dei militari catturati ed internati. E’ giusto, quindi, che nel “Giorno della Memoria” dello sterminio degli Ebrei, della Shoah, si ricordino anche questi militari italiani, questi soldati morti facendo il loro dovere.

A che serve la “memoria”?



Ormai, ogni giorno dell’anno ha un suo “ricordo”: la fame nel mondo, l’ambiente, la pace, la violenza sulle donne, la mamma, il papà, i santi, i morti. Anche il 29 febbraio ha una sua “dedicata”, è il giorno per le malattie rare, ma capita ogni 4 anni. Ma i giorni della Memoria servono a qualcosa? Se dovessero rimanere solo come un meccanismo di ripetizione, che evoca un evento, ma esenta dal partecipare in prima persona, servirebbe a poco. Non basta l’automatismo della data a valorizzare un “appuntamento”. Per meglio comprendere ed approfondire questo concetto, riportiamo una serie di riflessioni fatte dall’autore della legge n° 211, l’on. Furio Colombo. «La persecuzione contro gli ebrei non è cominciata con la “notte dei cristalli”, e si è interrotta solo perché persecutori e assassini sono stati abbattuti. Ma ciò che è accaduto — prima in Germania e in Italia (la Germania nazista, l’Italia fascista), poi in tutta Europa — sarebbe continuato nel resto del mondo se nazisti e fascisti non fossero stati cancellati — almeno in quel momento — alla fine della Seconda guerra mondiale. La Shoah non è stata un’esplosione di bestialità. Quella persecuzione è stata un grande progetto culturale, prima di diventare un meticoloso e ossessivo piano burocratico. Un solo giorno, però, non basta a cancellare gli odi e i pregiudizi. Il problema razziale non è stato ancora del tutto sconfitto. Israele continua ad essere una cartina di tornasole della sinistra e della destra italiana. Questo indumento “palestinese” unificava due parti politiche opposte cementate per l’odio contro Israele. Adesso i due grandi iceberg che per decenni hanno ostruito l’ “accesso alla Memoria” si stanno per sciogliere. L’ostacolo Israele si sta indebolendo. Uno dei due iceberg era a sinistra, si era impiantato su posizioni radicali che però, se la questione era Israele — fondazione, esistenza, diritto — occupava ampi spazi anche nella sinistra “bene” del Pci, trovava posto tra la questione morale e i tentativi di un governo di unità nazionale, ovvero una posizione di ferma intransigenza, di irreversibile e inappellabile condanna politica (contro Israele) in un mare di buone vibrazioni (si sarebbe detto negli anni Sessanta) e di buone maniere. L’altro iceberg è stato a lungo a destra. Era composto di residui di filoarabismo fascista, di antisemitismo culturale, che ha sempre avuto la sua radice in Julius Evola, nella persuasione — vecchia come lo zarismo — molto diffusa non solo a destra (ma anche nel cosiddetto mondo ben- pensante) secondo cui gli ebrei sono apolidi sospetti, forse eversivi. E utile ricordare, nella nuova euforia che si raccoglie adesso a destra intorno a Israele, che era tipico — per gli studenti del Fuan (l’organizzazione universitaria del Movimento sociale italiano) aggirarsi nei corridoi delle facoltà con la kefiah e di partecipare con lo stesso simbolo agli eventi politici, proprio come i coetanei di sinistra. Prendiamo atto che è accaduta una normalizzazione, un “addio alle armi” nella vita italiana, che non si può non salutare come una cosa buona. Ma perché la cosa buona avvenisse, sono stati necessari altri eventi che oggettivamente possono essere chiamati “il prezzo”, sono stati diversamente vissuti. Uno di questi fatti è stata la stagione di disprezzo e di accusa verso la Resistenza. E stato un modo di rimuovere e screditare un punto di riferimento, anzi di coincidenza, fra lotta al fascismo e lotta alle leggi razziste antiebraiche. Un cumulo di atti di accusa in decine di libri “contro la Resistenza” si sono assunti questo compito.


Tutto ciò è accaduto a sinistra, per opera di autori ritenuti di sinistra, e dunque ha avuto peso e conseguenze. Un altro di questi fatti è stato l’invito costante, pressante, sistematico ad abbandonare il “mito” dell’antifascismo. Simmetricamente, però, autorevoli personaggi postfascisti si sono risolutamente distaccati da ogni ombra o dubbio di nostalgia, non hanno esitato a proclamare condanne severe e giudizi netti, abbandonando ogni bagaglio del passato. Ciascuno di questi eventi conta, in questa riflessione, per il peso che ha e che ha avuto, senza alcuna volontà di processo alle intenzioni. Importa il risultato, che è un vasto spazio libero, nel quale non è la memoria a guidare, se non nell’intenso, appassionato racconto dei sopravvissuti, del loro modo “diverso” di partecipare a eventi sulle leggi razziste e la Shoah, con frammenti di testimonianza non commensurabili con altre evocazioni o interventi. Infatti gli “altri interventi” — ovvero tutto ciò che leggete o ascoltate oggi sui maledetti anni di persecuzione e sterminio di un popolo — sono le ben calibrate e intelligenti e utili parole di qualcuno che vive oggi e con la cultura di oggi e ci parla del suo scandalo per il razzismo, della repulsione per le discriminazioni, del disgusto per il mondo concentrazionario, della ribellione contro lo sterminio. Ma lungo un percorso che va da oggi a oggi. E comprende in modo naturale Israele anche per ragionevoli considerazioni di strategia e di difesa contemporanea. Dunque, a che serve la memoria? Ci dà notizie di un’evoluzione che, però, salvo la voce incrinata di chi è ancora vivo dopo aver sperimentato la morte, racconta di adesso, non dell’inammissibile evento detto Shoah. In questo senso c’è attualità, non memoria. Non è un decadimento o un tradimento morale. È un percorso completamente diverso. Non era ciò che aveva pensato chi ha scritto e proposto, e chi ha approvato all’unanimità, “il Giorno della Memoria”. E giusto chiederci se sia stato un dirottamento, per quanto in- volontario; o se il nuovo percorso — il presente politico invece della memoria storica — sia quello che volevamo».



Oltre la Memoria, il dialogo



Il conflitto israeliano-palestinese è al di là di essere risolto nel breve termine. Il “Giorno della Memoria” potrebbe essere anche un giorno di “riflessione” sul futuro. Iniziative tra il popolo palestinese e quello israeliano si susseguono ripetutamente. Uno importantissimo studio sulla barriera corallina del Mediterraneo sta per essere pubblicato da giovani scienziati israeliani con il loro colleghi palestinesi. Nel 2004, un liceo romano (Liceo Classico “Augusto”) ha ospitato circa 50 ragazzi israeliani e palestinesi nell’ambito di un progetto di studio e scambio di studenti. L’intera iniziativa è stata raccolta in un libro della Professoressa Isabella Marinaro: “Il dialogo della speranza. La speranza del dialogo. Un liceo romano di fronte al conflitto israeliano palestinese”. Sarebbe bello, quindi, assegnare ai giovani la conduzione di una pace duratura tra i due popoli proprio nel “Giorno della Memoria”.


Pubblichiamo il testo integrale della legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce per il 27 gennaio di ogni anno il "Giorno della memoria".
Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

PROMULGA

la seguente legge

Art. 1

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetti i perseguitati.

Art. 2
In occasione del "Giorno della memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addì 20 luglio 2000

CIAMPI
AMATO, Presidente del Consiglio dei Ministri

Visto, il Guardasigilli FASSINO

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